Interventi

Mattarella e la centralità del lavoro

di Raffaele De Luca Tamajo


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3' di lettura

Con una prosa misurata, fatta di frasi brevi e incisive, ma con una singolare densità di contenuti – caratteri entrambi ben rappresentativi della sua personalità pacata e ricca al tempo stesso – Sergio Mattarella, nell’esaltare la centralità del lavoro, segnala le più vistose divaricazioni tra i principi costituzionali e la realtà dei rapporti socio-economici. (...). All’altalenante andamento di una legislazione del lavoro priva di bussola, il Presidente contrappone alcune stabili linee di politica del diritto e alcuni precisi indirizzi, atti a rendere più effettivi gli obiettivi del Costituente: l’invito a moltiplicare gli investimenti pubblici e privati in infrastrutture strategiche, ad apprestare concreti strumenti a tutela della sostenibilità ambientale, della inclusione sociale, della sicurezza sui luoghi di lavoro («diritto fondamentale» e «pilastro di legalità»); a prevedere incentivi fiscali per i contratti a tempo indeterminato, a implementare modelli di formazione continua, a intervenire sul c.d. cuneo fiscale specie per i redditi medio-bassi e, più in generale, a ridurre le imposte sui redditi da lavoro, a prevedere interventi di sostegno familiare e politiche di conciliazione tra cura della famiglia e lavoro. (...)

La maggior parte dei valori costituzionali ruota intorno al lavoro: a cominciare dalla dignità e dalla eguaglianza dei cittadini. (...) Ma dal lavoro dipendono in qualche modo anche le libertà civili, politiche e sindacali; la solidarietà individuale e collettiva; la coesione e la partecipazione politica; la rilevanza delle rappresentanze sociali per l’equilibrio democratico del Paese, soprattutto quando esse sono chiamate a confrontarsi non per un’impossibile confusione dei contrapposti interessi, ma per trovare possibili punti d’incontro, che pure esistono, in vista dell’interesse generale alla crescita dell’economia e della occupazione: «Impresa e lavoro devono saper riconoscere anche i grandi interessi comuni», afferma il Presidente (1° maggio 2015), proteso a valorizzare nei suoi discorsi una visione partecipativa rispetto a quella puramente conflittuale nei rapporti tra capitale e lavoro.

Questa sorta di custodia dinamica della Costituzione è forse il compito più difficile del Presidente della Repubblica. Infatti, seppure i valori costituzionali sono immutabili nel linguaggio corrente, non lo sono nella realtà politica, economica e sociale (...). Al Presidente tocca allora un’opera costante di vigilanza e di manutenzione di questi valori. Mattarella la svolge in maniera esemplare, asciutta e senza retorica, eppure con una non comune consapevolezza dei cambiamenti epocali che stanno sotto i nostri occhi e si rincorrono incessantemente nello scorrere della storia.

Gli interventi evocano la pressante, ansiosa sollecitudine di chi incalza le Istituzioni, le forze politiche e il corpo sociale a perseguire irrinunciabili traguardi di civiltà, minacciati dagli andamenti di una economia globalizzata e da meccanismi democratici in palese difficoltà. (...) Si sintonizzano sulle contingenze economiche e sociali che fanno da cornice, talora emergenziale, ai discorsi, trovando il baricentro ora nella esigenza di limitare gli effetti negativi della globalizzazione dell’economia, ora nella necessità di garantire salute e sicurezza dei lavoratori, nella opportunità di ostacolare la precarietà lavorativa, nella necessità di combattere diseguaglianze territoriali, generazionali, di genere, che non solo sono fattori di palesi iniquità, ma anche rallentano crescita e benessere.

La sensibilità di Sergio Mattarella e la sua capacità di allargare il raggio di attenzione ai fenomeni del tempo sono dimostrate dal continuo richiamo all’Europa e al suo modello sociale, come pure alle contraddizioni dell’economia mondiale e nello stesso tempo al carattere illusorio del protezionismo e del sovranismo. Emergono spunti di grande interesse, che attengono a una esigenza quasi ossessiva della nostra epoca: l’impellente necessità dell’innovazione. Essa certamente va affrontata senza indugio, ma va pure governata (...): «Le trasformazioni del mondo produttivo offrono nuove opportunità a imprese e lavoratori qualificati, (ma) rischiano di allargare i divari sociali. E indispensabile che le Istituzioni riescano a governare i processi ed evitino conseguenze in termini di riduzione del lavoro, compressione dei salari e ulteriori diseguaglianze» (1° maggio 2017).

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