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Mattarella non dà alibi ai leader, sì a più tempo e nessun veto sul nome

di Lina Palmerini

(Ansa)

3' di lettura

Nessun alibi ai partiti. Forse è questo il senso della scelta di Sergio Mattarella di accettare un nuovo rinvio chiesto dai partiti alla fine di una giornata con un nuovo un colpo di scena. Già perché quella telefonata di domenica sera in cui Di Maio e Salvini annunciavano al Colle di essere pronti, sembrava fosse la conclusione – positiva - di una trattativa per il Governo. E invece ieri, il capo dello Stato ha dovuto prendere atto di una nuova richiesta di tempo, ore o giorni, a seconda della versione dei 5 Stelle o della Lega. E visto che la priorità del Colle è quella di dare un Esecutivo politico al Paese, lascerà che i leader usino tutto lo spazio per arrivare a un buon esito della vicenda. Senza essere – lui - d’intralcio in nessun modo. E quindi ha accettato di aspettare ancora e non ha messo alcun veto sul nome che al Quirinale negano sia stato fatto ma che è rimbalzato in ambienti grillini e leghisti.

Lo schema resta quello di sempre. Per Mattarella questo è il primo vero tentativo di arrivare a un’intesa tra “vincitori”, un tentativo che ha i numeri in Parlamento e che rappresenta la volontà degli elettori. Tra l’altro, da quando i due partiti hanno cominciato a negoziare - e dopo la novità del “passo indietro” di Silvio Berlusconi - è passato davvero poco tempo. E dunque il capo dello Stato non ferma certo gli orologi per bloccare quella che potrebbe essere la via d’uscita per dare un Governo al Paese. Anche perché nei colloqui a Quirinale, fuori dai riflettori e dalle telecamere, è stato garantito che il lavoro sul contratto di coalizione va avanti e in modo proficuo. Insomma, rassicurazioni chiare sul fatto che davvero l'intesa è a portata di mano. Tempo due giorni forse.

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Davanti a questo quadro e considerato che in altri Paesi, a cominciare dalla Germania, il negoziato è durato svariati mesi, da Mattarella non c’è stata alcuna obiezione a concedere nuovi termini di scadenza. Che per la verità non ci sono visto che sono stati sia Di Maio che Salvini a impegnarsi nel chiudere in fretta. Questo è quello che hanno detto durante i colloqui che, per la verità, hanno avuto toni e sostanza molto diversi da quelli che sono apparsi fuori, davanti alle Tv. Per esempio, quelle affermazioni di Salvini contro l’Europa sono state tutte a beneficio di telecamere mentre non ne è stato fatto cenno nell’incontro con il capo dello Stato. Anche per questa ragione i colloqui sono filati lisci, senza obiezioni da far emergere.

E se al Colle si respirava un’aria di cauto ottimismo per la partenza del Governo Salvini-Di Maio, l’impressione che si aveva da fuori era invece molto più problematica e verso il pessimismo. È evidente che se salta questo tentativo, torna in pista lo scioglimento anticipato delle Camere o in piena estate o in autunno. Già perché più passa il tempo per le trattative, più le lancette del voto anticipato si spostano: a questo punto non c'è più nemmeno la data di fine luglio ma si sconfina verso agosto. Plausibile? Certo che no. Tornerebbe in pista l’opzione di settembre/ottobre e con questa anche l’opzione – subito scartata da Lega e 5 Stelle – di un Governo «neutro» che accompagni ordinatamente il Paese alle elezioni. Un’ipotesi molto sullo sfondo, che resterebbe però l’unica di fronte a una eventuale dichiarazione di resa dei “vincitori”.

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