speciale moda uomo

Maturo e in crisi? Il digitale salverà il formale uomo?

di Silvia Pieraccini

3' di lettura

Nel settore moda l’aspetto più eclatante della pandemia, col suo strascico di lockdown e socialità ridotta, è aver generato una contrazione pesante sia delle produzioni che dei consumi. Si esce meno, ci si cambia meno d’abito, si compra meno. Vale per la moda da bambini e ragazzi, per quella da donna e vale, soprattutto, per l’uomo, segmento che pesa circa il 28% del totale abbigliamento, esporta più di tutti (quasi il 70%) e sta soffrendo più degli altri. Soffre, in particolare l’abbigliamento formale che, ça va sans dire, nell’ultimo anno ha dovuto fare i conti con le minori occasioni d’uso e che, comunque, già da tempo era avvolto da una crisi per così dire “strutturale”, incalzato dall’athleisure e dal casualwear.

Le statistiche dicono che nel 2020 l’industria italiana della moda maschile (intesa come abbigliamento e maglieria) ha accusato un calo di fatturato del 18,6%, sceso sotto 8,3 miliardi (stime Confindustria Moda per Pitti Immagine), il che significa una perdita di quasi due miliardi di valore nel giro di un anno, frutto sia del crollo dell’export (-17%) che dei consumi interni (-22%).

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Ma quel che le statistiche non dicono (o dicono solo in parte) è che la pandemia ha imposto alle aziende, piccole e grandi, una riorganizzazione produttiva e logistica e un’accelerazione digitale che potrà essere utile nella futura fase di ripresa. Migliorare l’efficienza e introdurre strumenti smart, dall’e-commerce alla realtà virtuale, dal cloud alla blockchain per tracciare i prodotti fino agli show room virtuali, significherà - si spera - recuperare il gap tecnologico che oggi separa le aziende italiane da quelle americane e in molti casi europee.

E servirà a modernizzare (se vogliamo usare un termine anni Ottanta) o innovare (se ne preferiamo uno anni Novanta) un settore come la moda, da molti ancora considerato “tradizionale” e “maturo” anche se Giacomo Becattini, il più illustre studioso dei distretti industriali, già 50 anni fa diceva che non esistono settori tradizionali perché ciascuno ha al proprio interno elementi d’innovazione nei materiali, nei processi, nelle relazioni.

Le speranze di ripartenza non possono comunque far dimenticare la realtà, cioè la campagna-vendite per l’autunno inverno 2021-2022 che è in corso, e che per produttori e compratori s’annuncia come una delle peggiori degli ultimi 20 anni. Orfana delle fiere cancellate dalla pandemia - a partire dal Pitti Uomo che fino all’anno scorso accoglieva mille produttori e più di 21mila compratori internazionali e che ora cerca di far incontrare domanda e offerta su una piattaforma digitale – e orfana delle sfilate dal vivo, anch’esse trasferite online, la moda uomo è obbligata a fare i conti con i negozi pieni di rimanenze della stagione attuale e con i saldi invernali che sono stati una delusione.

«Per questo gli ordini dei buyer per l’autunno-inverno prossimo sono oculati e si concentrano su capi comodi, confortevoli, freschi e divertenti», ripetono le aziende di moda. Attrarre e sorprendere sembrano le armi della moda contro la depressione da pandemia. Le previsioni sul 2021 sono prudenti, anche perché si legano all’andamento incerto della campagna vaccinale che potrà far ripartire o meno la fiducia.

«Vista l’attuale situazione di emergenza sanitaria ancora diffusa in vaste aree del mondo – afferma l’ufficio studi di Confindustria Moda - si prevede un 2021 ancora tutto in salita per la moda maschile, che potrà comunque contare sul favore dei mercati asiatici per ripartire». Apre uno spiraglio in più Camera della moda, che amplia lo sguardo al tessile-abbigliamento-borse-scarpe: «Nel 2021 ci si può aspettare un clima migliore, con una crescita del fatturato tra il 6 e il 15% trainata dall’Asia». Anche sul fronte dei consumi, secondo Camera della moda, sarà difficile fare peggio del micidiale anno 2020.

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