INCHIESTA IN GERMANIA

Maxi-frode fiscale in Europa da 55 miliardi. Coinvolte banche e fondi d’investimento

di Angelo Mincuzzi


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7' di lettura

Più di 55 miliardi di euro sarebbero stati sottratti al Fisco di diversi paesi europei nell’arco di 15 anni attraverso un gigantesco meccanismo di evasione fiscale legato alla compravendita di azioni di società quotate.

Decine di banche, broker, studi legali e società di revisione sarebbero coinvolti in un'indagine avviata in Germania dalla procura di Colonia insieme ai magistrati di Monaco e di Francoforte. Sei persone, compresi alcuni ex dipendenti della sede londinese della HypoVereinsbank, sarebbero sotto accusa.

Gli investigatori tedeschi starebbero indagando su centinaia di transazioni gestite da istituti di credito di diversi paesi, tra cui Santander, Barclays, Goldman Sachs, Bank of America, Macquarie Group, Bnp Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e HypoVereinsbank del gruppo Unicredit.

Secondo quanto scrive il giornale tedesco Zeit Online, già lo scorso anno era stato calcolato che le autorità fiscali tedesche avevano perso almeno 31,8 miliardi di euro tra il 2001 e il 2016 a causa del meccanismo messo in atto dalle banche. Ma ora emerge che nel presunto giro di evasione fiscale sia stata colpita anche l'Italia, dove il Fisco avrebbe perso 4,5 miliardi di euro, mentre il danno per la Francia sarebbe stato di almeno 17 miliardi, di 1,7 miliardi per la Danimarca e di 201 milioni per il Belgio. Per gli altri paesi interessati non ci sarebbero dati ufficiali o affidabili.

Le rivelazioni arrivano dai “Cumex Files” una nuova investigazione giornalistica che ha coinvolto 39 giornalisti di 16 giornali in 12 paesi diversi (per l'Italia la Repubblica) coordinati dal centro di giornalismo tedesco Correctiv. L'indagine si basa sull'analisi di 180mila pagine di documenti.

Lo schema fiscale sotto accusa
Il meccanismo fiscale sotto la lente dei magistrati tedeschi (ma che finirà probabilmente sotto i riflettori delle autorità giudiziarie di altri paesi) si basa sulla compravendita di azioni nel periodo imminente allo stacco del dividendo e sul rimborso fiscale della tassa sui guadagni di capitale. Un meccanismo complesso e sofisticato.

Le attività di arbitraggio dei dividendi hanno una lunga tradizione. Sono operazioni che hanno l'obiettivo di trasferire temporaneamente la proprietà delle azioni a terzi per ridurre le imposte pagate per la riscossione degli stessi dividendi.

Ma le strategie “cum-ex” vanno oltre. Si basano sulla restituzione dell'imposta sui guadagni sul capitale che vengono applicati ai dividendi, anche se queste imposte non sono mai state pagate.

In un'operazione “cum-ex”, per esempio, un fondo di investimento incarica un broker o una banca d'investimento di acquistare azioni di una società quotata alla vigilia del pagamento del dividendo. Questi titoli sono acquistati da un venditore breve o corto, che cioé non possiede effettivamente le azioni al momento della vendita.

Lo schema su cui la procura di Colonia indaga utilizzava fondi di investimento o pensioni esteri - quindi al di fuori della Germania - che avevano diritto a restituzioni totali o parziali di imposte sul reddito da capitale grazie ad accordi fiscali che i paesi in cui i fondi erano domiciliati avevano firmato con la Germania. Ad esempio, fondi pensione americani.

Le operazioni di compravendita normalmente non vengono registrate nello stesso momento in cui vengono ordinate, ma diversi giorni lavorativi dopo. Ciò significa che se il fondo di investimento dava l'ordine di acquistare i titoli di una società alla vigilia dello stacco del dividendo, quando riceveva le azioni il pagamento della cedola era già avvenuto e quindi il valore delle stesse azioni era diminuito (”ex dividendo”, senza dividendo).

Ma quando il fondo di investimento aveva ordinato l’acquisto dei titoli, le azioni avevano il valore del dividendo incorporato (”cum dividend”, con dividendo). Pertanto, il venditore delle azioni era obbligato a risarcire il fondo di investimento con un pagamento equivalente al dividendo.

Il pagamento compensativo era soggetto alle stesse imposte come il dividendo originale ma in questo caso l'obbligo di trattenere l'imposta sul guadagno di capitale spettava alla banca che vendeva i titoli. E qui scattava lo stratagemma giuridico che - secondo la procura di Colonia era alla base del meccanismo di evasione fiscale -: se la banca era domiciliata fuori dalla Germania, non aveva alcun obbligo di applicare le ritenute fiscali.

Nonostante questo, il fondo d'investimento della banca che aveva acquisito le azioni e aveva ricevuto il pagamento compensativo poteva rilasciare un certificato che attestava che le deduzioni erano state pagate al Fisco tedesco. Questo certificato concedeva il diritto di richiedere alle autorità fiscali della Germania il rimborso di una tassa mai pagata.

Lo scambio di azioni fra tre investitori

Ma come funzionava concretamente lo schema sotto accusa? Alla base c'è un accordo tra tre “investitori”. L'investitore A acquista, ad esempio, azioni di una società quotata per 20 milioni euro. Un altro soggetto, l'investitore B, ordina anch'egli l'acquisto delle azioni della stessa società per la stessa cifra di 20 milioni poco prima del pagamento del dividendo (cum dividend).

L'investitore B compra le azioni dall'investitore C, che però non possiede le azioni al momento della vendita. Ma non importa perché C non deve consegnare le azioni a B nello stesso istante della vendita. È quella che si chiama vendita allo scoperto.

La società paga il dividendo di un milione di euro all'investitore A ma versa solo 750mila euro. Il resto della cifra (250mila euro, cioé il 25% del dividendo) la società lo versa allo Stato come imposta sui rendimenti del capitale. L'investitore A riceve per questa imposta un certificato con il quale, a determinate condizioni, può richiedere il rimborso allo Stato.

A questo punto l'investitore A vende le sue azioni all'investitore C, che ne ha bisogno per consegnarle all'investitore B.

C, però, paga ad A non 20 milioni di euro ma solo 19 perché le azioni valgono meno, in quanto hanno già staccato la cedola (”ex dividend”). L'investitore C consegna quindi le azioni all'investitore B ma poiché le azioni adesso valgono meno perché hanno staccato il dividendo, B apporta a C un'integrazione di 750mila euro. Per gli altri 250mila euro, C riceve un certificato fiscale. Alla fine B rivende le azioni all'investitore A.

Al termine di questo complicato giro, tutto ritorna come prima della vendita, come se l'operazione non sia mai stata effettuata. Ma lo Stato ha ricevuto i 250mila euro una sola volta nonstante alla fine dell'operazione esistano due certificati fiscali di 250mila euro ciascuno: in tutto 500mila euro. A e B possono reclamare allo Stato la stessa quantità di soldi e lo Stato ha perso 250mila euro. I tre investitori si dividono questo bottino.

Il coinvolgimento del Santander
Secondo la Reuters - che ha partecipato all'iniziativa “Cumex Files”, la spagnola Santander è l'ultima banca ad essere coinvolta nella più grande indagine di frode del dopoguerra in Germania. Lo scorso giugno, i pubblici ministeri di Colonia avevano aperto un'indagine fiscale sul Santander, il cui ruolo sarebbe stato quello di portare avanti le operazioni, come una delle tante parti coinvolte. I magistrati indagano anche sulla banca australiana Macquarie Bank e sulla tedesca Deutsche Bank.

Una lettera inviata dai pubblici ministeri tedeschi agli avvocati di Santander il 4 giugno rivela che i giudici sospettano che la banca abbia eseguito «operazioni pianificate» che hanno facilitato una importante «evasione fiscale» dal 2007 fino al 2011.

Un portavoce di Santander ha riferito alla Reuters che la banca «collabora pienamente» con le autorità tedesche e sta conducendo una propria indagine interna. La banca «non tollera comportamenti» che non rispettano le regole e le leggi del mercato in cui opera, ha aggiunto il portavoce, sottolineando che «se le nostre indagini individueranno una cattiva condotta, prenderemo misure appropriate».

Secondo i magistrati tedeschi questo schema è illegale e ha indotto il governo a pagare rimborsi fiscali non dovuti. Un portavoce di Macquarie ha dichiarato invece di ritenere che la pratica sia legale.

A volte le banche vendevano le azioni che non possedevano e le acquistavano allo scoperto. I titoli venivano scambiati rapidamente da un pool di banche, investitori e hedge fund per dare l'impressione che avessero numerosi proprietari. Per generare maggiori profitti, i fondi pensione acquistavano poi grandi volumi di azioni utilizzando prestiti da banche.

Secondo la Reuters altre banche, incluso il braccio tedesco di Unicredit, hanno riconosciuto di aver partecipato alle operazioni. Una portavoce di UniCredit ha dichiarato che la sua unità tedesca è stata coinvolta negli scambi “cum-ex” ma che tutti i procedimenti penali sono stati chiusi dopo il pagamento di multe.
Un portavoce di Deutsche Bank ha invece dichiarato che la banca non ha mai partecipato a un «mercato “cum-ex” organizzato» ma di essere stata «coinvolta in alcune transazioni “cum-ex” dei suoi clienti» e che l'istituto sta collaborando con le autorità.

L'origine dello schema
Secondo i magistrati di Colonia, lo schema sarebbe stato ideato, tra gli altri, dall'ex ispettore delle imposte tedesco, Hanno Berger, diventato successivamente consulente fiscale. Berger avrebbe consigliato la banca australiana Macquarie sul trading “cum-ex” nel marzo 2008.

Berger, l'uomo-chiave dell'inchiesta, vive in esilio nelle Alpi svizzere e ha dichiarato che le banche hanno utilizzato una scappatoia legittima, che è stata chiusa nel 2012, e non hanno infranto la legge.

I documenti visionati dalla Reuters mostrano che i pubblici ministeri di Colonia hanno compiuto un importante passo avanti nelle indagini l'anno scorso quando un gruppo di banchieri, tra cui un ex dipendente di Macquarie, hanno offerto informazioni che dimostrano che Santander, Macquarie e altri hanno beneficiato dello schema.

Le e-mail interne di Macquarie mostrerebbero che il Ceo uscente, Nicholas Moore, e il suo successore, Shemara Wikramanayake, sarebbero stati consapevoli dei rischi reputazionali delle compravendite “cum-ex”.
Secondo i magistrati, il banco Santander e la sua controllata britannica Abbey National Treasury Services sarebbero stati coinvolti attivamente in «un gran numero» di operazioni che comportano vendite allo scoperto. Il portavoce del Santander ha affermato che l'inchiesta si è concentrata su tre ex dipendenti della banca spagnola.

I procuratori di Francoforte hanno presentato quest'anno le prime accuse penali contro Berger e altri cinque ex dipendenti dell'unità tedesca di Unicredit, secondo i documenti giudiziari visti da Reuters. Unicredit ha rifiutato di commentare.

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