causa all’HIGH COURT DI LONDRA

Maxi processo su Zoom e YouTube con testimoni da tutto il mondo

La giustizia britannica ha organizzato con successo un processo virtuale per una causa da 530 milioni di dollari

di Nicol Degli Innocenti

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(Afp)

La giustizia britannica ha organizzato con successo un processo virtuale per una causa da 530 milioni di dollari


3' di lettura

La giustizia britannica non si ferma neanche durante l’epidemia. Alla High Court di Londra si è appena concluso il primo processo virtuale dell’era del coronavirus, che è anche stato il primo a essere trasmesso in diretta su YouTube. L’esperienza è stata un successo, nonostante la complessità del caso: un contenzioso da oltre 530 milioni di dollari che dura da anni e che vede alcuni creditori moldavi, Anatolie Stati e il figlio Gabriel, schierati contro la Repubblica del Kazakhstan e la Banca nazionale del Kazakhstan. I fondi sono stati congelati da Bank of New York Mellon in attesa della risoluzione del caso.

Evitare i rinvii dei processi
Per spiegare come si è arrivati al processo virtuale bisogna fare un passo indietro. A causa del rischio di contagio il mese scorso Ian Burnett, il Lord Chief Justice inglese, aveva sospeso tutti i processi che prevedono una giuria, invitando però a utilizzare la tecnologia disponibile invece di rinviare i processi. «Per evitare che l’accesso alla giustizia diventi un miraggio», ha detto, i giudici hanno l’obbligo di evitare rinvii che creano «arretrati intollerabili».
La tecnologia offre la soluzione ideale e per questo: invece di posticipare il processo Stati/Kazakhstan previsto per marzo, il giudice Nigel Teare ha stabilito che avrebbe avuto luogo in videoconferenza, affermando che «è un dovere delle parti cooperare per rendere possibile un’udienza remota».

Le parti coinvolte hanno avuto meno di una settimana per organizzarsi per il processo virtuale, stabilire quale piattaforma utilizzare per la videoconferenza e assicurarsi che tutti i partecipanti avessero l’accesso necessario.
È stato deciso di utilizzare Zoom, anche per la facilità di trasmettere il video in diretta, dato che il processo doveva essere aperto al pubblico. Per soddisfare questo requisito il processo è stato trasmesso su YouTube dove tutti gli interessati hanno potuto seguirlo in diretta e ogni giorno una trascrizione dei procedimenti giudiziari è stata pubblicata online. Il caso ha coinvolto decine di esperti e testimoni che si sono collegati in diretta da diverse parti del mondo durante il processo, che è durato sette giorni consecutivi. Si attende ora la sentenza.

Esperienza positiva
«L’esperienza è stata positiva, senza problemi tecnici nonostante le complessità del caso, e ci incoraggia a cercare anche in Italia formule che consentano di seguire l’esempio inglese per evitare eccessivi arretrati nel carico giudiziario», spiega Laura Orlando, managing partner della sede milanese di Herbert Smith Freehills, lo studio legale coinvolto nel processo per la Repubblica del Kazakhstan.
Inoltre, continua l’avvocato, «il nostro regime di civil law dovrebbe agevolare la fattibilità dei processi in forma virtuale, dal momento che, diversamente dall’Inghilterra, il processo civile in Italia si svolge principalmente in forma scritta e non orale e si ha la possibilità, ormai consolidata da anni, di accedere tramite piattaforma telematica ai documenti senza rischi anche in termini di autenticità».

Per le udienze virtuali, potrebbe essere necessario affiancare al giudice un cancelliere che agevoli la fruizione dei servizi telematici, ma sono problemi «logistici e organizzativi non insormontabili».
Rispetto al problema del blocco dei processi, sembra che in Italia e in generale in Europa sia subentrato un senso di rassegnazione e non si cerchi di trovare soluzioni alternative come in Inghilterra. Secondo Orlando, «è nostro dovere promuovere una cultura dell’innovazione anche in materia giudiziaria, sia per superare l’emergenza attuale che pensando al futuro».

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