Ambiente

Maximulta europea per le città senza depuratore: ecco le regioni in ritardo

di Jacopo Giliberto


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(Marka)

7' di lettura

L’Italia condannata dalla Corte europea di giustizia per non avere completato le fogne e i depuratori di 74 città, soprattutto in Sicilia. La condanna è di 25 milioni più 30 milioni per ogni sei mesi di ritardo nel completare i lavori. La sentenza di primo grado, nel 2012, era stata assai più salata, più del doppio.
Con la sentenza del 19 luglio 2012, la Corte di giustizia aveva stabilito che la Repubblica italiana non ha fatto in modo che 109 centri abitati italiani fossero provvisti di reti fognarie per la raccolta delle acque reflue urbane o di sistemi di trattamento delle acque reflue urbane conformi alle prescrizioni della direttiva 91/271, che dava tempo fino all’anno 2000 per mettersi in regola.
La Corte aveva dato un ultimatum, una data entro la quale l’Italia avrebbe dovuto mettersi in regola: l'11 febbraio 2016.

La data concessa è passata e la Commissione Ue di Bruxelles ha verificato: le città senza fogne o depuratore sono scese da 109 a 74 ma l’Italia è ancora fuorilegge. Così la Commissione si è rivolta di nuovo ai giudici della Corte, i quali hanno accertato l’inadempienza italiana e hanno irrogato la multa.

La Corte ritiene che l’inadempimento dell'Italia, oltre ad esser durato quasi sei anni, sia particolarmente grave per il fatto che l'assenza o l'insufficienza di sistemi di raccolta o di trattamento delle acque reflue urbane sono idonee ad arrecare pregiudizio all'ambiente.

Date tali circostanze, la Corte considera appropriato condannare l'Italia a pagare, a favore del bilancio dell'Unione, una penalità di 30.112.500 euro per ciascun semestre di ritardo nell'attuazione delle misure necessarie per conformarsi alla sentenza del 2012.

Inoltre, tenuto conto della situazione concreta e delle violazioni in precedenza commesse dall'Italia in materia di raccolta e di trattamento delle acque reflue urbane, la Corte reputa adeguata la condanna dell'Italia a pagare, a favore del bilancio dell'Unione, una somma forfettaria di 25 milioni al fine di prevenire il futuro ripetersi di analoghe infrazioni al diritto dell'Unione.

Ecco la ripartizione geografica delle criticità: i 124 interventi programmati nei 74 agglomerati sono così distribuiti: Abruzzo 1 intervento (ultimato), Liguria 2 città e 2 interventi (2 in corso), Friuli Venezia Giulia 2 città e 2 interventi (1 in corso, 1 ultimato), Puglia 3 città e 5 interventi (4 in corso, 1 da avviare), Campania 6 città e 9 interventi (6 in corso, 3 da avviare), Calabria 13 città e 16 interventi (5 in corso, 10 da avviare, 1 ultimato), Sicilia 48 città e 89 interventi (7 in corso, 79 da avviare, 3 ultimati).

Le città senza fogne I centri abitati italiani condannati dall'Europa per mancato trattamento o depurazione delle acque reflue urbane e i lavori in corso per metterli in regola

Il ministero dell’Ambiente
Nella sentenza del 2012 la “multa” per il nostro Paese era stata definita presuntivamente in 62 milioni di provvisionale e oltre 61 milioni di euro a semestre. La definizione finale della provvisionale di 25 milioni e di una sanzione semestrale di 30 milioni di euro, con importi quindi più che dimezzati rispetto all'orientamento di 6 ani fa, «è la prova che da parte del Governo Italiano si è lavorato (e si continua a lavorare) per superare le inadempienze di fronte all'Europa e, soprattutto, per migliorare significativamente i servizi di depurazione delle acque ove sono insufficienti o inefficienti. Dal 2014 il ministro Gian Luca Galletti — ricorda il ministero — ha avviato una serie di azioni per affrontare le criticità evidenziate dalla Ue. In particolare è stata avviata un'azione di coordinamento e impulso alle Regioni e agli enti locali che hanno la titolarità del servizio idrico e che come noto nella gran parte del Mezzogiorno non hanno attivato servizio idrico integrato con l'affidamento al Gestore Unico come previsto dalla legge».

Esercitando i poteri sostitutivi come previsti dallo Sblocca Italia inoltre tra aprile 2015 e luglio 2016 con 14 decreti della Presidenza del Consigli dei Ministri sono stati nominati complessivamente 6 commissari straordinari per 94 interventi.

«L'anno scorso, per superare le problematiche riscontrate e per riportare a unitarietà la situazione commissariale è stata infine predisposta la scelta di good governance, auspicata formalmente dalla stessa Commissione EU, con la nomina del Commissario Unico, il prof. Enrico Rolle. Nel Luglio 2017 sono stati presentati i crono programmi di adeguamento che prevedono la messa a norma degli agglomerati oggetto della causa entro il 2022-23. Oggi gli agglomerati ancora non a norma o assenti sono scesi a 74 ( di altri 7 è previsto i collaudo entro fine 2018). Ma la situazione resta grave, nonostante le risorse finanziarie del Governo coprano tutto, perché la governance del Sistema idrico integrato non è a norma di legge, in vaste aree non c'è il Gestore Unico e non ci sono spesso neanche gli enti d'Ambito: con conseguente parcellizzazione e miriade di gestioni in economia da parte dei singoli comuni o consorzi di comuni. Prova ne è che dei 124 interventi programmati (nei 74 agglomerati) per un importo complessivo interamente finanziato di 1 miliardo e 800 milioni, 83 sono gestiti dal commissario unico ma 41 restano in capo a comuni, consorzi, regioni e altri enti».

Il commissario alla depurazione
«Il grave ritardo dell’Italia nella raccolta e nel trattamento delle acque reflue urbane è una realtà nota, che pesa sullo sviluppo del nostro Paese. Ora la Corte di giustizia europea sanziona anche a livello economico questa inadeguatezza: si tratta di una condanna attesa, inferiore nell’importo rispetto a quanto previsto, ma comunque molto pesante per i cittadini italiani. Da un anno, come commissario, lavoro con grande intensità al fianco delle sette Regioni interessate e degli enti locali coinvolti per i 124 interventi nei 74 agglomerati oggetto dell’infrazione. È un lavoro complesso, in cui alla necessità di fare presto vanno accompagnate la massima attenzione e trasparenza: nelle gare d’appalto, cosi come nei delicati passaggi della progettazione e della realizzazione dei lavori. Serviranno alcuni anni per chiudere questa procedura e ci sarà bisogno di un governo e di un Parlamento che proseguano nei rispettivi ruoli l’impegno sul tema della depurazione, partendo dalla piena attuazione della legge 243 del 2016 istitutiva del Commissario straordinario e integrandola nella direzione di favorire una più rapida e incisiva azione commissariale». Lo scrive in una nota il professor Enrico Rolle, commissario straordinario unico per la progettazione, l’affidamento e la realizzazione degli interventi necessari all’adeguamento dei sistemi di collettamento, fognatura e depurazione.

I radicali
«Siamo stati facili profeti, infatti da anni diciamo che, prima o poi, sulla questione delle acque reflue il nostro Paese avrebbe pagato il conto della propria inottemperanza agli obblighi derivanti dalle direttive europee». Lo afferma in una nota Massimiliano Iervolino, membro della direzione di Radicali Italiani.

Utilitalia
«La multa decisa dall’Ue all’Italia sulla depurazione ha radici lontane, nella mancanza di investimenti negli ultimi 60 anni. Salvo un breve periodo a inizio degli anni ’80 di finanziamenti speciali per il Mezzogiorno, solo oggi grazie all’esistenza di un’Autorità di regolazione, possiamo dire che si sta migliorando. È questa la causa del gap infrastrutturale che oggi ci porta ad essere nuovamente bacchettati dall’Ue. Bisogna mettersi in regola, anche perché pagare per avere impianti adeguati è meglio che continuare a regalare soldi in sanzioni comunitarie». Così Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia (l’associazione delle imprese di acqua energia e ambiente). «Gli investimenti sono ripartiti da quando l’Arera ha varato il Metodo Tariffario — dice Colarullo — che consente di calcolare gli effetti economici delle scelte industriali, ma siamo ancora molto lontani dal recupero del nostro ritardo. In particolare le sanzioni UE si concentrano in quella parte del Paese, le regioni meridionali, nel quale prevalgono gestioni dirette di Enti Locali anziché di aziende strutturate. E poi bisognerà stare attenti a non passare dalle multe sulla depurazione a quelle sui fanghi». Il direttore di Utilitalia ricorda infatti che c’è una questione aperta su una bozza di decreto relativo ai fanghi di depurazione, ovvero sui fanghi che residuano dalla pulizia delle acque. «Italia deve decidere come si possano smaltire. In un’ottica di economia circolare si possono usare per produzione di biocarburanti o per l’agricoltura. Oppure si può portarli a incenerimento o in discarica. In ogni caso l’iter della bozza di questo decreto è nelle mani dei Ministri dell’ambiente, dell’agricoltura e dello sviluppo economico del prossimo Governo, che dovranno tener dare indicazioni su cosa fare oggi per evitare di trovarci domani a pagare multe anche per questo». Nei fanghi infatti - spiega Utilitalia - si concentrano sostanze utili in agricoltura (nutrienti per il terreno) che dovrebbero altrimenti essere aggiunte per via chimica (fertilizzanti, concimi minerali). L’utilizzo dei fanghi in agricoltura, con il rispetto delle normative nazionali ed europee, consente quindi di “chiudere il cerchio” ovvero di restituire al terreno le sostanze che ci sono servite per l’alimentazione. I fanghi vengono anche usati nella produzione di compost, un materiale stabile e igienizzato, pronto per l’utilizzo in agricoltura o nel florovivaismo. «I gestori degli impianti di depurazione si augurano che le norme, a tutela degli utenti e dell’ambiente , siano approvate prima possibile. È anche un passaggio culturale importante, quello pensare in chiave di economia circolare. Occorre applicare all’acqua gli stessi principi che già si applicano ai rifiuti: ridurre gli scarti e riutilizzarli per quanto possibile».

Liberi e Uguali
«Era quello che denunciavo già nel 2014, con un’interrogazione parlamentare. Era tutto prevedibile data la gestione fallimentare degli impianti di depurazione e del sistema idrico siciliano», afferma Erasmo Palazzotto, deputato siciliano di Liberi e Uguali a Montecitorio.
Aggiunge Rossella Muroni, deputata di LeU ed ex presidente della Legambiente: «L’Europa attenta all’ambiente e che difende la salute dei cittadini si scontra con l’incapacità e l’inadempienza tutta italiana di mettere un freno alla maladepurazione. Un’emergenza che nel nostro Paese continua ad essere irrisolta. Nonostante il tempo che ci è stato concesso per metterci a norma e gli avvertimenti arrivati dall’Europa, sono ancora oltre 100 i nostri centri non a norma dal punto di vista della rete fognaria o dei sistemi di trattamento delle acque reflue».

Il Wwf
«Inquinare, e non impedirlo, è veramente un pessimo affare. Ci rimettono l’ambiente e gli ecosistemi terrestri, fluviali e marini, la salute umana e ora anche le nostre tasche», afferma il Wwf. L’associazione esprime preoccupazione per «le altre procedure che incombono sull’Italia in materia di acque, riguardanti la inadeguata applicazione della Direttiva Quadro Acque, una concernente le derivazioni a scopo idroelettrico e una per la generale mancata attuazione della direttiva».

Il Movimento Cinque Stelle
«In Sicilia siamo al paradosso: oltre il 17% dei depuratori presenti nell’Isola non funziona», dice il deputato regionale del M5S Nuccio Di Paola. «Già nel 2015 per la Sicilia era stato nominato un commissario ad acta per la depurazione. A ricoprire l’incarico era l’ex assessore regionale all’Energia del governo Crocetta. Lo scorso anno, invece, è stato nominato dal Governo Gentiloni un commissario unico nazionale per la Depurazione».

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