Cassazione

Mazzetta da restituire se la raccomandazione non ha effetto

Cambio di passo della Suprema corte: la contrarietà dell’accordo all’ordine pubblico non impedisce di riavere indietro il denaro che ha indebitamente arricchito chi lo ha riscosso

di Patrizia Maciocchi

(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

2' di lettura

Anche se il patto “ bustarella in cambio di un posto di lavoro” è contrario all’ordine pubblico, chi intasca il denaro lo deve restituire a chi lo ha sborsato, se questo si rivolge ai giudici perché il lavoro non lo ha avuto. La Cassazione (sentenza 40980) decide diversamente rispetto al passato e bolla come inammissibile il ricorso contro la decisione della Corte d’Appello, di far rendere ad alcuni genitori il denaro che aveva dato come contropartita di un posto di lavoro per i loro figli: opportunità che, però, non si era concretizzata.

La Corte d’Appello, pur avendo affermato che l’accordo era contrario all’ordine pubblico, lo aveva sottratto agli effetti dell’articolo 2035, secondo il quale non c’è un diritto alla ripetizione delle somme incassate in caso di prestazioni contrarie al buon costume. Una norma che faceva proprio al caso del ricorrente che ne invocava l’applicazione: la causa alla base del contratto era illecita perché contraria all’ordine pubblico e dunque il patto era come se non fosse mai esistito e andava applicato l’articolo 2035 che vale sia per il “corrotto” sia per i “corruttori”.

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Stesso piano di turpitudine per chi paga e chi incassa

E in effetti così aveva affermato la Suprema corte, da ultimo, con la sentenza 8169/2018. In quel caso gli ermellini avevano sostenuto che chi paga per la raccomandazione e chi riscuote - vantandosi di conoscere le persone utili a raggiungere il risultato - ha lo stesso livello di ”turpitudine”. Presupposto che aveva portato a respingere il ricorso di un padre che aveva sborsato 20 mila euro per ottenere un posto in banca per la figlia. I Supremi giudici avevano fatto prevalere «il noto brocardo romanistico» per cui «in pari causa turpitudinis melior est condicio possidentis». In caso di contratto di scambio scorretto dunque non si può chiedere il gesto di “correttezza” della restituzione della bustarella, perché non si è raggiunto un illecito risultato.

Diverso l’epilogo nel caso esaminato, nel quale all’intermediario non basta affermare che a rivolgersi a lui erano stati i genitori e lui si era limitato a metterli in contatto con il “pezzo grosso” di turno, che nulla aveva fatto. Per i giudici di merito, come per la Suprema corte, deve restituire circa 13 mila euro ad un genitore e poco meno di 8 mila ad un altro, denaro che costituisce un indebito arricchimento, in più paga le spese e il doppio del contributo unificato.

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