inchiesta

Mazzette in cambio favori, Siri a rischio processo

Doppia accusa di corruzione per il senatore della Lega destinatario di un avviso di chiusura delle indagini preliminari della Procura della Repubblica di Roma

di Ivan Cimmarusti

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Doppia accusa di corruzione per il senatore della Lega destinatario di un avviso di chiusura delle indagini preliminari della Procura della Repubblica di Roma


3' di lettura

Doppia accusa di corruzione per il senatore della Lega Armando Siri, destinatario di un avviso di chiusura delle indagini preliminari della Procura della Repubblica di Roma. All’ex sottosegretario alle Infrastrutture, fedelissimo del leader del Carroccio Matteo Salvini, gli inquirenti contestano, da una parte di aver influito sulle scelte di politica ambientale per creare un vantaggio all’imprenditore del settore eolico Paolo Franco Arata, dall’altra di agevolare illecitamente il completamento dell'aeroporto di Viterbo, di interesse di Leonardo Spa.

L’informativa della Dia

L'inchiesta è stata condotta dalla Direzione distrettuale antimafia, che ha depositato agli atti del procedimento una vasta informativa conclusiva che ha riassunto il quadro probatorio alla base delle accuse dei pubblici ministeri. Una serie di fatti – ritenuti dall’accusa prove – che potrebbero essere al centro del possibile futuro processo in cui l’ex esponente dello scorso governo M5S-Lega si dovrà difendere.

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Sette indagati

Il procedimento conta complessivi sette indagati: cinque persone fisiche e due società. L’accusa pende, oltre che su Siri e Arata (tra i sette professori chiamati da Salvini per scrivere il programma di governo), anche su Paolo Iaboni e Simone Rosati, di Leonardo Spa, Valerio Del Duca e sulle società Etnea srl e Solcara srl. Ma veniamo alle imputazioni.

Il minieolico

Stando all'accusa Siri, forte del suo ruolo all’interno del governo, avrebbe «proposto e concordato con gli organi apicali dei ministeri compenti per materia (Infrastrutture, Sviluppo economico e Ambiente), l’inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare e di iniziativa governativa di rango legislativo, ovvero proponendo emendamenti contenenti disposizioni in materia di incentivi per il cosiddetto minieoloco». Il tutto, secondo l’accusa, con «la promessa e/o dazione di 30mila euro da parte di Paolo Franco Arata, amministratore della Etnea srl e dominus della Solcara srl (amministrata dal figlio Francesco Arata), società operative in quel settore».

La vicenda, ritiene l’accusa, si sarebbe consumata a settembre 2018. I documenti restituiscono intercettazioni della presunta tangente presa da Siri. Arata ne parla con il figlio Francesco e con Manlio Nicastri, figlio di Vito, imprenditore siciliano con presunti legami mafiosi e con il boss Matteo Messina Denaro. «Non è gratis, tin...tin devo tirare fuori». «L’emendamento, che non è stato fatto bene mi ha detto il vice ministro, che ha chiamato prima, che gli do 30mila euro, tanto perché sia chiaro tra di noi…io ad Armando Siri ve lo dico…gli do 30mila euro…però è un amico, come lo fossi tu, però gli amici mi fai una cosa io ti pago…e quindi è più incentivo». Continua: «La gente va pagata è inutile, ti fa un piacere che a me…a noi ci costa un milione di euro quel piacere lì eh…non è che sono 30mila euro. Quindi lui mi ha detto…“io ho provato a portare nel mille proroghe l'emendamento generale e non è passato, è fatto male”».

Le pressioni di funzionari di Leonardo sotto la lente dei pm

Nella seconda imputazione avrebbe ricevuto «indebitamente la promessa di ingenti somme di denaro (per il tramite e in parte destinate anche agli intermediari Franco Paolo Arata, con legami personali e illeciti con lo stesso Siri e Valerio Del Duca) e comunque la dazione di 8mila euro» anticipate dagli esponenti sotto inchiesta di Leonardo spa. Stando all’accusa, Siri «si attivava per ottenere un provvedimento normativo ad hoc che finanziasse, anche in misura minima, il progetto di completamento dell’aeroporto di Viterbo, di interesse della Leonardo Spa per future commesse». Inoltre, continua l’accusa, «esercitava pressioni direttamente e per interposta persona» - attraverso l’ex presidente della Consob «l’avvocato Lamberto Cardia», ritenuto «persona di sua fiducia» - «sul comandante generale della Guardia Costiera, ammiraglio ispettore capo Giovanni Pettorino, al fine di determinarlo a rimuovere il Contrammiraglio Piero Pellizzari dall’incarico di Rup nell’ambito dell’appalto in essere – ma in scadenza per la fornitura di sistemi radar Vts, essendo questi inviso alla Leonardo Spa, siccome critico su alcuni aspetti della fornitura».

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