i rapporti tra usa e riad e il caso KHASHOGGI

MbS, il monarca saudita senza corona cui Trump ha consegnato le chiavi del Medio Oriente

di Ugo Tramballi


Washington Post: Turchia ha prove audio-video su morte Khashoggi

4' di lettura

Dai tempi di F.D. Roosevelt, l'Arabia Saudita e il tesoro che custodiva sotto le sabbie del deserto e i fondali del suo placido Golfo, erano protetti dagli Stati Uniti. Chiunque minacciasse la stabilità della monarchia più oscurantista della Terra, doveva vedersela con la potenza della più grande democrazia: lo stomaco del realismo geopolitico ha sempre saputo reggere contraddizioni indigeste solo in apparenza.

Tuttavia se aveva appaltato la sua sicurezza militare agli americani, il regno degli al-Saud continuava a coltivare una politica estera regionale autonoma ed efficace. A volte anche in opposizione a quella americana in Medio Oriente, come nel caso di Israele. Petrodollari e sussurri era la formula saudita, i suoi diplomatici non minacciavano, non alzavano mai la voce ma aprivano senza parsimonia il portafogli. Il più grande negoziatore del Medio Oriente moderno e uno dei più raffinati del mondo fu Saud al-Faisal, ministro degli esteri per quarant'anni fino a pochi mesi dalla morte, nel 2015.

Il grande gelo tra Obama e i sauditi
Poi nella regione arrivò Barack Obama che mostrò di non avere molta simpatia per quel regno così oscurantista né per l'impegno americano in una regione così instabile. I sauditi lo detestarono dal primo all'ultimo minuto dei suoi otto anni di presidenza. Forse solo gli israeliani disprezzarono di più quel presidente.
Infine arrivò Donald Trump. Anche lui voleva uscire dal Medio Oriente e smettere di spendere soldi per difendere i sauditi. Ma diversamente da quella di Obama, la sua scelta era imprenditoriale: i sauditi si sarebbero difesi da soli, comprando armi americane (contratti per cento miliardi di dollari, ed è solo un inizio); in cambio gli americani consegnavano a Riad le chiavi del Medio Oriente. Da quel momento, da quando due anni fa Trump e il genero Jared Kushner arrivarono in visita ufficiale, l'Arabia Saudita era libera di fare ciò che voleva.

L’ascesa del principe ereditario Mohammed bin Salman
Tutto questo mentre a Riad accadevano fatti rivoluzionari. Per la prima volta si rompeva il metodo tradizionale della successione dinastica: uno alla volta in ordine d'anzianità, diventavano re i figli di Abdulaziz ibn Saud, il fondatore del regno. Di figli maschi Abdulaziz ne aveva avuti 45, da più mogli. Ma dopo Salman, l'attuale monarca, la successione salterà di una generazione: alla sua morte re sarà suo figlio Mohammed bin Salman: dagli ottantenni ai trentenni, senza passaggi intermedi.

Il problema di Mohammed, 33 anni, diventato famoso con l'acronimo MbS, è di credersi geniale e insostituibile. Già agisce come monarca con la convinzione che l'Arabia Saudita debba dominare il Medio Oriente, usando le chiavi lasciategli da Donald Trump.

La scomparsa del giornalista dissidente
La premessa storica aiuta a capire in quale contesto sia nata la vicenda della scomparsa di Jamal Khashoggi. Il 2 ottobre Khashoggi era entrato nel consolato saudita di Istanbul per ottenere dei documenti. Non ne è più uscito. Vivo, quanto meno. Secondo i servizi segreti americani e turchi, in consolato lo attendeva una squadra di agenti venuti da Riad per rapirlo: le cose sarebbero andate male e Khashoggi sarebbe morto sotto tortura. Il corpo - qualcuno dice fatto a pezzi - è poi stato fatto sparire.

Il precedente con il Canada
«Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia e il mio lavoro e alzo la voce» aveva scritto Jamal Khashoggi un anno fa, quando prese la strada dell'esilio volontario in America. «Fare diversamente sarebbe come tradire tutti coloro che languono in prigione». In realtà Jamal la voce non l'alzava mai. I suoi articoli e le sue analisi sull'Arabia Saudita e il Medio Oriente erano ponderate, documentate ed equilibrate. Forse è per questo che lo smodato MbS lo voleva in galera (o morto). Episodi simili di rapimento erano già accaduti in Kuwait e in altri paesi del Golfo. Quando il Canada aveva protestato per l'arresto a Riad di un'attivista, MbS aveva richiamato il suo ambasciatore e tutti gli studenti sauditi, congelato gli scambi commerciali e cancellato tutti i voli per Toronto. Saud al-Faisal, sepolto assieme al suo magnifico understatement, si sarà rivoltato nella tomba.

Trump lascia le chiavi del Medio Oriente a MbS
Nel curriculum di monarca ancora senza corona, c'è l'inutile guerra fredda con il Qatar e la devastante guerra vera nello Yemen: la peggiore crisi umanitaria del mondo, della quale la principale responsabile è l'immaturità di MbS. Così immaturo e arrogante da ritenere di poter rapire (e forse assassinare) un dissidente accolto e protetto dagli Stati Uniti, l'approdo democratico di tutti gli esuli. Così almeno Jamal Khashoggi credeva che fosse ancora l'America. MbS invece aveva in mente il paese di Trump dal quale aveva avuto le chiavi del Medio Oriente.

Scriveva qualche giorno fa Robert Kagan sul Washington Post: «L'Arabia Saudita è una piccola nazione che non può difendersi senza l'aiuto degli Stati Uniti, e dunque nessun leader saudita avrebbe compiuto un gesto così sfacciato senza la convinzione che Washington, una volta leader dell'ordine mondiale liberale, non avrebbe fatto nulla». Forse è solo una breve fase di disorientamento generale o forse è iniziato un processo di mutazione duratura: le prossime elezioni di midterm aiuteranno a capirlo. Ma al momento, tutto lascia credere che l'idea di America che ha in mente MbS sia la versione reale. E quella che aveva Jamal solo un'illusione.

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