conference call sulla fusione

Mediaset, con il polo europeo Berlusconi moltiplica i voti per 10

di Antonella Olivieri


(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Mediaset apre la giornata in rialzo di oltre il 6% all’indomani dell’annuncio dell’operazione Mediaforeurope che porterà sotto una holding comune, di diritto olandese, le due Mediaset Italia e Espana. Il direttore finanziario Marco Giordani, con Massimo Musolino, dg della società spagnola, hanno appena illustrato agli analisti, in conference da Londra, obiettivi e vantaggi della fusione, che dovrà essere approvata dagli azionisti. Sinergie di costo, derivanti semplicemente dalla possibilità di gestire in modo coordinato le due Mediaset – che saranno entrambe possedute al 100% dalla holding olandese – sono stimate in un minimo di 100-107 milioni al 2023, valore attualizzato 800 milioni, vale a dire quasi un quarto della capitalizzazione iniziale dell'entità combinata, pari a 3,9 miliardi. I risparmi – è stato precisato durante la call – cominceranno già dal primo anno: 20 milioni nel 2020, 40 nel 2021, più di 60 nel 2022 e 100-107 a regime, come base minima. «Mi tele e Mediaset play oggi sono due piattaforme distinte - Giordani ha citato il caso delle piattaforme digitali di famiglia - che domani potranno essere unificate. Crediamo che per farlo nei tempi rapidi richiesti per fronteggiare la sfida digitale serva una struttura societaria». Altrimenti tutti dicono che la loro piattaforma è la migliore e si perdono anni in discussioni, questa la logica.

Appena costituita, poi, Mfe distribuirà un dividendo straordinario di 100 milioni e lancerà un buy-back del controvalore fino a 280 milioni sulle proprie azioni per un prezzo massimo di 3,4 euro (prezzo confrontabile con le attuali quotazioni Mediaset inferiori ai 3 euro, perché il concambio fissato con le azioni della holding è alla pari per la società quotata a Piazza Affari). L'utile per azione sarà accrescitivo da subito ed è previsto che la nuova holding, che sarà quotata a Milano e Madrid, distribuisca almeno il 50% degli utili.

Sotto questo cappello Fininvest riafferma un «impegno a lungo termine», favorendo una riorganizzazione societaria con una legislazione che permetterà di avere tre classi di azioni – A, B e C – come è stato spiegato nella conference call, con voto moltiplicato per 3 nell'immediato, per 5 dopo due anni di possesso continuato e per 10 volte dopo cinque anni.

Già da subito i diritti di voto di Fininvest nella holding olandese è previsto siano oltre il 50%.
Naturalmente gli azionisti potrebbero bloccare l'operazione, non approvandola in assemblea. Ma è evidente, dalla reazione di Borsa, che così andrebbero contro gli interessi del mercato. E anche dei propri, a sentire il management. La principale incognita è Vivendi che detiene il 28,8% del capitale Mediaset, in parte tramite una fiduciaria. Scaricare la propria quota in recesso – prezzo fissato sulla media dei sei mesi 2,77 euro per azione – vorrebbe dire superare abbondantemente il tetto di 180 milioni di assorbimento cash fissato per le due Mediaset coinvolte nell'operazione, dato che in tutto la quota francese cuberebbe circa 1 miliardo. Tuttavia sarebbe “irrazionale”, secondo Giordani esercitare il recesso da parte di Vivendi, anche perché la mossa potrebbe essere compensata da altri soggetti “razionali”.

Le azioni che verranno riconsegnate saranno infatti riofferte prima a tutti gli azionisti esistenti, poi a soggetti terzi e solo dopo l'eventuale differenza sarebbe riacquistata col tetto dei 180 milioni, che corrisponde allo standard di operazioni analoghe precedenti. Chi aderisse all'eventuale offerta potrebbe cioè comprare a 2,77 azioni che già oggi valgono di più, partecipando poi al buy-back sul 10% del nuovo capitale a 3,4 euro per azione. In più - ha ricordato il cfo del Biscione – Vivendi ha sempre dichiarato di voler perseguire un progetto paneuropeo: «A logica dovrebbero partecipare».

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