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Mediaset, l’avvocato della Ue boccia le norme che bloccano le azioni Vivendi

Per l’Avvocato generale della Ue Campos Sánchez-Bordona, la normativa italiana che ha obbligato Vivendi a parcheggiare in un trust la gran parte delle sue azioni Mediaset «ostacola la libertà di stabilimento in maniera sproporzionata rispetto all'obiettivo di tutela del pluralismo dell'informazione». Da qui la proposta alla Corte Ue di dichiararla contraria al diritto dell’Unione. Mediaset: parere non vincolante

di Andrea Biondi


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4' di lettura

Per l’Avvocato generale della Ue Manuel Campos Sánchez-Bordona, la normativa italiana che ha obbligato Vivendi a parcheggiare in un trust la gran parte delle sue azioni Mediaset «ostacola la libertà di stabilimento in maniera sproporzionata rispetto all'obiettivo di tutela del pluralismo dell'informazione». Da qui la proposta alla Corte Ue di dichiararla contraria al diritto dell’Unione. Mediaset dal canto suo commenta di aver preso atto «delle posizioni espresse dall’Avvocato generale che, come indicato in calce allo stesso comunicato stampa, non vincolano le decisioni della Corte di Giustizia».

Le motivazioni del pollice verso dell’Avvocato generale della Ue sono spiegate in un comunicato della Corte di Giustizia Europea che ha a oggetto la norma del Tusmar che vieta la contemporanea presenza rilevante in Telecom (dove i francesi sono il primo azionista, sebbene non abbiano la maggioranza nel board) e Mediaset (dove Vivendi è secondo azionista).

In ottemperanza a questa norma – e alle successive disposizioni Agcom del 2017 – Vivendi ha dovuto così parcheggiare la propria quota eccedente il 10% nel trust Simon Fiduciaria. Pur ottemperando all’ordine, Vivendi ha però impugnato la delibera dell’Agcom dinanzi al Tar del Lazio, chiedendone l’annullamento. Il Tar ha dal canto suo spedito la questione alla Corte di Giustizia Ue chiedendo di valutare la compatibilità con il diritto dell’Unione della normativa.

Ora, quindi, si è giunti alle conclusioni dell’Avvocato generale che però, va detto, non vincolano la Corte Ue che dovrà decidere nel corso del prossimo anno. Nel caso in cui la Corte Ue dovesse sposare le tesi dell’Avvocato generale a quel punto la palla tornerebbe al Tar che dovrebbe pronunciarsi sulla delibera contestata. Questo, però, sempre che Agcom non si muova prima in autotutela. Il tutto però con sullo sfondo il cortocircuito determinato da una legge che, in caso di bocciatura della Corte Ue, avrebbe la necessità di essere cambiata.

A ogni modo nel comunicato si legge che «l’Avvocato generale rileva che varie disposizioni della normativa italiana limitano la possibilità che imprese di altri Stati membri entrino nel settore italiano dei media, incidendo così sulla libertà di stabilimento». E quando si parla di tutela del pluralismo dell’informazione (articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea) questa «costituisce una ragione imperativa di interesse generale, la cui tutela può giustificare, in astratto, l’adozione di misure nazionali che limitano la libertà di stabilimento».

In linea di principio, dunque, per l’Avvocato generale la normativa italiana è «idonea a conseguire tale obiettivo, quantomeno in teoria, in quanto impedisce che un'unica impresa acquisisca, direttamente o tramite proprie controllate, una quota rilevante (superiore al 20%) del mercato dei media e che le imprese che già detengono una posizione dominante nel settore dei servizi di comunicazione elettronica (ad esempio Tim, che è l'impresa leader del settore) approfittino di tale circostanza per rafforzare la loro posizione nel settore dei media».

Tuttavia, c’è un problema di proporzionalità . «Sebbene - si legge ancora – spetti ai giudici nazionali ponderare la proporzionalità tra la normativa nazionale in esame e le finalità cui è ispirata, l’Avvocato generale suggerisce alla Corte di fornire agli stessi indicazioni utili al riguardo. In quest'ottica, egli osserva, in primo luogo, che la normativa italiana definisce in maniera eccessivamente restrittiva il perimetro del settore delle comunicazioni elettroniche, escludendo nuovi mercati che sono divenuti la principale via di accesso ai media (servizi al dettaglio di telefonia mobile, servizi di comunicazioni elettroniche collegati a Internet e servizi di radiodiffusione satellitare)».

I requisiti di proporzionalità, poi, «potrebbero non essere compatibili con la quota molto ridotta di ricavi (10%) del Sic, fissata quale limite massimo per le imprese i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche superino il 40% dei ricavi complessivi di tale settore. In terzo luogo, l’Avvocato generale ritiene sproporzionato calcolare i ricavi delle società “collegate” come se fossero società “controllate” quando, come sembra accadere nel caso di specie, la società (Vivendi) che detiene una quota dei diritti di voto nell’altra (Mediaset) superiore alle cifre sopra indicate non è, di fatto, in grado di esercitare un’influenza notevole su quest’ultima».

Commentando il parere espresso dall’Avvocato generale della Ue Mediaset ha ricordato che di tratta di valutazioni che «come indicato in calce allo stesso comunicato stampa, non vincolano le decisioni della Corte di Giustizia» evidenziando il punto in cui «diversamente dalle posizioni espresse nel giudizio pendente dalla Commissione Ue, anche l'Avvocato Generale ribadisce come la tutela del pluralismo dell’informazione può giustificare “l'adozione di misure nazionali che limitano la libertà di stabilimento”, demandando tuttavia ai giudici nazionali la valutazione della proporzionalità di tali misure».

In attesa della sentenza da parte della Corte Ue, continua la nota del Gruppo di Cologno, «e delle valutazioni di tale sentenza da parte del giudice nazionale, nella perdurante vigenza della normativa oggetto di scrutinio giudiziale, nulla cambia in merito alla valutazione di illiceità della condotta di Vivendi in relazione all’acquisto del 29,94% del capitale sociale di Mediaset»

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