ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùmedia

Mediaset ritorna in zona recesso. La lotta con Vivendi ora è in Borsa

Ieri il titolo ha viaggiato per l’intera seduta al di sotto della soglia chiave salvo poi, all’ultimo, chiudere in ribasso dello 0,36% a 2,78 euro, ossia appena sopra il recesso

di Andrea Biondi e Laura Galvagni


default onloading pic
Imagoeconomica

3' di lettura

La Borsa è il nuovo terreno di scontro tra Mediaset e Vivendi. Con il titolo del Biscione spesso preda di indiscrezioni che in un senso o nell’altro vanno a influenzare l’andamento delle quotazioni. Questo, per giunta, in un momento in cui proprio il valore delle azioni rappresenta un elemento cruciale per l’esito del progetto della super holding europea MediaForEurope (Mfe).

Il piano, incassato il via libera delle assemblee in Italia e Spagna del 4 settembre scorso, ora è di fatto appeso all’esercizio o meno da parte dei soci del diritto di recesso. Diritto che è stato fissato a 2,77 euro per l’Italia e a 6,54 euro per la Spagna, e per il quale il gruppo Mediaset ha stabilito un esborso massimo di 180 milioni. Oltre quel tetto, l’operazione salterebbe.

Giusto ieri il titolo ha viaggiato per l’intera seduta al di sotto della soglia chiave salvo poi, all’ultimo, chiudere in ribasso dello 0,36% a 2,78 euro, ossia appena sopra il recesso. E proprio attorno all’andamento delle azioni, sempre ieri, si è consumato l’ennesimo violento botta e risposta fra Mediaset e il socio “scomodo” Vivendi (al 28,8% ma con oltre il 19% congelato nel trust Simon Fiduciaria).

LEGGI ANCHE / Mediaset, il 78% dei soci presenti in assemblea approva il piano Mfe

Terreno di scontro l’indiscrezione del sito “Lettera 43” secondo cui Vivendi starebbe sondando il terreno per rilevare la quota di maggioranza di Mediaset, in mano a Fininvest, a valori superiori di oltre il 30% rispetto ai corsi attuali. In questo quadro Luigi De Vecchi, presidente della divisione Continental Europe di Citigroup, secondo Lettera 43 avrebbe incontrato, per conto di Vincent Bolloré, Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli avanzando la proposta.

A stretto giro sono arrivate le smentite di Vivendi che attraverso un portavoce ha definito l’offerta un «non sense» e di Fininvest che ha ribadito «ancora una volta che un’ipotesi di vendita della propria quota in Mediaset non è mai stata presa in considerazione» e che «al contrario, Fininvest segue con estremo favore il progetto di broadcaster paneuropeo». Smentite sul merito, ma non sull’incontro in sé.

A dar fuoco alle polveri è la parte in cui Vivendi ha parlato di indiscrezioni «diffuse da persone male intenzionate nel tentativo di manipolare il prezzo delle azioni». Stoccata cui si unisce la valutazione affidata a un portavoce di Vivendi relativamente ai risultati arrivati dall’assemblea spagnola, che ha imputato a Mediaset di aver fornito nelle ultime due settimane «informazioni fuorvianti al mercato» e che «il 72% degli azionisti indipendenti, ad esclusione di Mediaset e includendo Vivendi, ha espresso un voto contrario all’operazione». Da Cologno non si è fatta attendere la risposta segnalando la contrarietà del 18,4% del capitale, respingendo «le gravi affermazioni diffamatorie di Vivendi» e segnalando «le dichiarazioni del portavoce di Vivendi con un esposto alla Consob per le valutazioni di sua competenza».

Insomma uno scontro sempre più violento in cui lo snodo del recesso rappresenta un passaggio fondamentale. Come detto, Mediaset ha fissato in 180 milioni il valore massimo che intende sborsare. Tuttavia si è riservata la possibilità di far acquistare a terzi la quota eccedente tale somma. Difficile, tuttavia, immaginare che investitori istituzionali possano impegnarsi per quote particolarmente rotonde.

Ecco perché la risposta del mercato e quella di Vivendi sono essenziali. Tutto ruota attorno alla convenienza o meno dell’operazione. In assemblea in Italia ha votato contro il 13,19% del capitale e si è astenuto lo 0,46%. Tutti soci che di fatto si sono voluti tenere la mani libere per decidere all’ultimo, entro il 21 settembre, se dire sì o no all’operazione. Computando i soli contrari (115,8 milioni di azioni) e astenuti o non votanti (5,46 milioni di azioni), l’esborso totale finirebbe per superare i 446 milioni. Vivendi, a cui fa capo il 28,8%, ha ancora spazio di manovra.

Per la compagnia recedere vorrebbe dire di fatto bloccare l’operazione, considerato che il pacchetto vale complessivamente 940 milioni. Per farlo, però, essendosi iscritta al Registro speciale del voto multiplo, come Simon Fiduciaria peraltro, deve prima richiedere la rimozione dall’elenco. Va poi considerata la spada di Damocle dei soci spagnoli. Lì il recesso potrà essere esercitato solo dai contrari in assemblea: 57,5 milioni di azioni per un esborso potenziale di 378 milioni.

Tutte cifre indicative di un’ipotesi limite: quella in cui l’esercizio del recesso fosse generalizzato. Resta, in mano a Vivendi, l’azione già più volte minacciata: l’impugnativa della delibera dell’assemblea del 4 settembre in tutte le sedi possibili. Che, nel caso, potrebbe avvenire la prossima settimana.

Riproduzione riservata ©
Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...