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Mediaset-Vivendi, lo Stato chiede al Tar di rinviare la decisione

L’Avvocatura dello Stato ha chiesto al Tar di rinviare la decisione sull’opportunità di “scongelare” la partecipazione di Vivendi in Mediaset

di Andrea Biondi

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(Ansa)

L’Avvocatura dello Stato ha chiesto al Tar di rinviare la decisione sull’opportunità di “scongelare” la partecipazione di Vivendi in Mediaset


5' di lettura

L’Avvocatura dello Stato ha chiesto al Tar di rinviare la decisione sull’opportunità di “scongelare” la partecipazione di Vivendi in Mediaset. La querelle fra Cologno e Parigi si alimenta di un nuovo capitolo. E lo Stato, secondo quanto ricostruito dall’agenzia Reuters, fa così una mossa che all’atto pratico rappresenta una mano tesa a Mediaset nel duello con il socio francese che, a sua volta, non intende più aspettare per tornare in possesso della sua intera quota. E che per questo ha anche minacciato il ricorso in sede Ue contro l’Italia.

Occhi puntati sul 16 dicembre

L’indicazione non comporta alcun automatismo nella decisione che dovrà prendere il Tar. Ma di certo la memoria consegnata dall’Avvocatura di Stato – che segue l’approvazione dalla norma cosiddetta “salva Mediaset” – ha un rilievo tutt’altro che banale nell’ambito di quello che rappresenta un passaggio chiave nello scontro fra Cologno e Parigi. Il 16 dicembre, infatti, il Tar del Lazio sarà chiamato a decidere sul destino della delibera Agcom 178/17/CONS che ha portato al congelamento delle quote di Vivendi in Mediaset, spingendo il gruppo che fa capo a Vincent Bolloré a segregare nel trust Simon Fiduciaria un 19,19% del suo 29 per cento.

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L’effetto del “salva Mediaset”

Nella memoria di replica l’avvocato dello Stato, Sergio Fiorentino, conclude chiedendo che il Tar rinvii la questione fino a che l’Agcom non abbia terminato il suo procedimento (ci sono sei mesi di tempo) sul caso che andrà a essere avviato in virtù della norma “salva Mediaset”, vale a dire l’articolo 4-bis della legge di conversione al Dl Covid diventata legge 159 del 27 novembre 2020, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 300 del 3 dicembre (ed entrata in vigore il 4 dicembre).

La sterilizzazione dei diritti di voto

«Al riguardo – si legge nel documento – non sembra del resto che, nelle more della definizione di tale procedimento, possano maturare pregiudizi irreparabili per la società interessata, considerato che la lesione che le deriva dal provvedimento impugnato consiste essenzialmente nello “sterilizzare” i diritti di voto di Vivendi nelle assemblee societarie di Mediaset». A ogni modo, continua, «qualora nelle more del procedimento fossero convocate assemblee di Mediaset con all'ordine del giorno questioni di straordinaria amministrazione o comunque di particolare rilievo, la società medesima potrà avanzare – e codesto Tribunale potrà valutare – le opportune istanze cautelari».

Le proteste di Parigi

Quindi per l’Avvocatura dello Stato, a fronte di una disposizione (la “salva Mediaset”) che «appare, prima facie, rispettosa della pronuncia della Corte di Giustizia, cui chiama l’Autorità a conformarsi», meglio che il Tar non decida. Il che vorrebbe dire mantenere lo status quo. Cosa che l’Avvocatura considera tutto sommato questione superabile per Vivendi (a meno di convocazioni di assemblee di Mediaset per operazioni straordinarie per cui, dice l’Avvocatura, ci sarebbe sempre il ricorso al Tar). La media company francese giudica tutto ciò invece come autentico fumo negli occhi, vedendosi sottratta a priori la possibilità di disporre della sua intera quota che attende dopo la pronuncia della Corte Ue, con tutto ciò che ne consegue. Attenzione: non è in discussione alcuna scalata da parte di Vivendi visto che la maggioranza in mano a Fininvest non rende l’azienda contendibile. Ma poter disporre di un 29% anziché di un 10%, in una fase “dialettica” fra i due soci come questa, ha indubbi vantaggi cui i francesi non vogliono rinunciare.

Il “terremoto” avviato dalla Corte Ue

Un passo indietro per capire. A fine luglio il niet del tribunale di Madrid - che ha sposato le ragioni di un ricorso Vivendi – dice no alla fusione fra Mediaset e Mediaset Espana da cui sarebbe dovuta nascere la holding Mfe, cuore del progetto di espansione internazionale di Mediaset. Su un altro tavolo poche settimane dopo, il 3 settembre, la Corte dell’Unione europea ha stabilito che era contraria alle norme della Ue la normativa italiana (Legge Gasparri e Tusmar, in particolare nelle disposizioni dell'articolo 43 comma 11) che fissa le soglie di quota di mercato per prevenire un’eccessiva concentrazione di potere nelle telecomunicazioni e nei media. Un terremoto che, al di là del caso specifico Mediaset-Vivendi, ha generato un’onda anomala arrivata a travolgere tutto il quadro su cui si è retto il sistema Tv italiano. La Corte Ue ha nei fatti affossato l'impossibilità di controlli incrociati tra gruppi tlc e operatori Tv.

La delibera Agcom contestata

È basandosi su questa legge che Agcom nel 2017, per la prima volta, ha applicato questa parte del Testo unico dei servizi media audiovisivi e radiofonici (il Tusmar) per vietare a Vivendi di mantenere tutte le sue quote contemporaneamente in Telecom (dove è il primo azionista col 23,9% del capitale) e in Mediaset (dove è il secondo con il 28,8% e il 29,9% dei diritti di voto) . Vivendi ha ottemperato, scegliendo di sacrificare la sua quota nel gruppo di Cologno. L'impatto è stato non da poco anche perché Mediaset, facendo leva su decisioni giudiziarie, ha sempre negato accesso e voto nelle assemblee a Simon. Vivendi ha poi fatto ricorso al Tar che a sua volta si è rivolto alla Corte Ue. La decisione del 3 settembre ha rispedito la palla al Tar. E l’udienza è fissata per il 16 dicembre.

Fino a sei mesi di istruttoria

Nel frattempo è arrivata la cosiddetta norma “salva Mediaset”, come emendamento al Dl Covid, che prevede un regime transitorio di sei mesi con poteri di istruttoria (fino a sei mesi) dati ad Agcom sulle operazioni sensibili che riguardino soggetti che operino «contemporaneamente» nel mercato di media e Tlc. Il concetto chiave è quello della tutela del pluralismo dei media. La formulazione rende chiaro che Agcom potrebbe avviare un nuovo esame sulle quote di Vivendi che andrebbero a essere scongelate. Il principio chiave è quello della tutela del pluralismo. Che l’Autorità con questa norma transitoria è chiamata a tutelare in attesa che il legislatore intervenga con una legge di sistema sui limiti anticoncentrativi nei media e nel settore delle comunicazioni elettroniche che si è resa necessaria dopo la pronuncia della Corte Ue del 3 settembre.

Vivendi sul piede di guerra

Vivendi si è però fatta sentire, a livello comunitario e anche con una missiva di fuoco inviata al Governo italiano in cui ha minacciato il ricorso in sede Ue. Ora il parere dell’Avvocatura non fa che aggiungere ulteriore elettricità a un quadro in cui c’è tanto fuoco a covare sotto la cenere. E tutto fa pensare che la decisione del Tar del 16 dicembre possa fare da detonatore. Variabili non indifferenti sono la trattativa (in fase di assoluto stallo però al momento) fra Mediaset e Vivendi e la partita sulla rete unica. I francesi sono il primo azionista di Tim. Finora hanno sempre fatto intendere di voler tenere le due partite separate. Ma comunque da lì bisognerà passare.

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