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Mediato e individualista, ecco come è diventato il nostro modo di partecipare

«La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione»

di Daniele Marini

(ANSA)

4' di lettura

«La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Così cantava, quasi 50 anni fa nel 1973, Giorgio Gaber nella sua famosa La libertà. Erano gli anni dell’apogeo dei movimenti sessantottini e della partecipazione: quella canzone esortava a essere protagonisti, a non delegare ad altri i propri destini. Quasi un controcanto all’I care, al «prendersi cura» di don Milani. Era un testo che sembrava voler contrastare fenomeni che si sarebbero successivamente inverati. Il crepuscolo delle ideologie e quello che sarà definito il “ritorno nel privato” degli anni ’80: il venir meno delle narrazioni ideologiche, l’avvento del consumismo di massa, la fine delle partecipazioni estese, lo sfarinarsi delle grandi associazioni.

Era in atto una trasformazione delle appartenenze. Le ideologie lasciano spazio alla centralità della dimensione soggettiva in contrapposizione a quella collettiva e, di conseguenza, all’articolazione della partecipazione. Al calo delle grandi associazioni, corrisponde il sorgere di numerose aggregazioni più piccole nei diversi ambiti della vita: da quello sportivo al culturale, passando per le problematiche ambientali e territoriali, fino al volontariato e la solidarietà sociale. Tutte, però, accomunate dall’avere una particolare tematica o nascere sulla base di un’istanza specifica. Dalle visioni organiche sui destini delle società, non si passa all’assenza, bensì a micro-progettualità: più contenute, più dominabili e pragmatiche, dove gli aderenti si sentono protagonisti. Poi, negli anni più recenti, in virtù delle nuove tecnologie e dei social, assistiamo a partecipazioni istantanee: si organizzano nel tam tam dei social per dare un aiuto. Appaiono in modo carsico, per poi scomparire. Come non ricordare gli “angeli del fango” o la mobilitazione di cittadini quando accade una calamità naturale.

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CITTADINANZA (IN)ATTIVA
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Da allora la crescita delle forme associative è proseguita costantemente. Nell’ultima rilevazione dell’Istat (Censimento permanente delle istituzioni non profit al 31 dicembre 2019) il novero delle organizzazioni di volontariato era pari a 362.634, con un incremento del 20,4% rispetto al 2011. Praticamente un’associazione ogni 165 italiani. Il numero dei volontari è stimato in 6,63 milioni (Istat, CSVnet e Fondazione volontariato e partecipazione), uno ogni 10 abitanti circa, con una maggiore diffusione nel Nord del Paese, rispetto al Mezzogiorno. Insomma, una ricchezza (implicita) di cui ci accorgiamo solo sporadicamente o nelle situazioni eccezionali. Perché la partecipazione attiva crea condivisione di valori, unisce soggetti e comunità in una visione comune della propria esistenza e del futuro. Tutte queste attività sono elementi fondamentali della nostra coesione sociale e contribuiscono a generare il nostro capitale sociale.

L’obiezione che più spesso si sente fare, ed è anche la preoccupazione ricorrente, è che le persone partecipano poco: è difficile chiamare a raccolta i cittadini. È effettivamente così? Cosa resta, dopo mezzo secolo, dell’idea di partecipazione degli anni ’60 e ’70? La ricerca di Community Research&Analysis offre alcuni spunti di riflessione su questi interrogativi.

In primo luogo, confrontando le rilevazioni di diversi anni, all’incremento del numero di organizzazioni associative non sembra corrispondere un pari aumento di persone che partecipano attivamente. Nell’arco di un decennio (2013-2022) – con l’unica eccezione delle iniziative per la pace in leggera crescita, plausibilmente determinata dall’attuale conflitto russo-ucraino – la quota di popolazione che indica di prendere parte almeno 1 volta l’anno a qualcuna delle forme del mondo volontario tende a diminuire, in modo più o meno intenso, su tutti gli ambiti tematici. Sicuramente, pandemia e distanziamento sociale hanno fatto sentire i propri effetti sulla possibilità di prendere parte alle diverse iniziative. È sufficiente osservare il calo subìto dalle attività sportive e ricreative, piuttosto che la
realizzazione di feste paesane, per comprendere quanto il Covid abbia inciso, attività peraltro la cui partecipazione non è spostabile sulle piattaforme online come per altri ambiti. Ne consegue che il crescente numero di organizzazioni conosce proporzionalmente un numero inferiori di aderenti.

In secondo luogo, distinguendo le attività associative tra ambiti di natura politica, sociale e nuove forme di partecipazione, quelle afferenti alla sfera politica hanno un novero di partecipanti inferiore. Escludendo chi si impegna nei problemi dell’ambiente e del territorio (44,5%), per gli altri temi oscilliamo fra il 23% (manifestazioni di protesta) e il 37% (problemi del quartiere/città). Un po’ più nutrito è l’interesse per il versante sociale. In questo caso, le associazioni culturali (47,8%) e di volontariato (47,8%) rappresentano le realtà più frequentate, seguite da quelle sportive e ricreative (35,7%). A destare attenzione, tuttavia, sono le nuove forme di partecipazione, di cui però non abbiamo una serie storica. Gli acquisti etici, ecologici e per motivazione politica sono gli unici che superano la metà degli interpellati (53,7%), sicuramente favoriti dal boom degli acquisti online. La partecipazione a discussioni online e sui social, piuttosto che dare contributi economici a iniziative via smartphone ha visto coinvolte rispettivamente il 43,4% e il 41,1% della popolazione. In questo senso, sembra prendere piede una nuova idea e forma di partecipazione. Connotata più in senso individualistico, che non prevede necessariamente una presenza fisica assieme ad altri. È una partecipazione “clic”: del mouse, piuttosto che della tastiera del cellulare.

Di più, se guardiamo a come si partecipa, il 43,7% non aderisce ad alcuna iniziativa (assenti) in ambito politico, contro il 33% del sociale e il 25,8% delle nuove forme. Se i “militanti” (chi si dedica esclusivamente a un’attività) sono ormai ridotti al lumicino (tra il 5 e il 7%), sono cospicui quanti partecipano a più di qualche iniziativa (29-33%, “partecipanti”). Una misura rilevante sono i “pendolari” i quali si mobilitano in quasi tutte l
e attività del singolo ambito, ma in particolare nelle
nuove forme (36,2%).

Se la partecipazione è (era?) connaturata al condividere fisicamente con altri il fare qualcosa. Se è (era?) un’appartenenza a una comunità e ai suoi valori. Oggi, complice anche la pandemia, è radicalmente mutato il contesto, così come le forme associative e forse, alla fine, la stessa partecipazione. Che assume nuove vesti e significati. Certo, esiste ancora quell’ordito di “mondi vitali” senza i quali una società faticherebbe a strutturarsi: una sorta di riserva naturale, immateriale, composta di cultura, reciprocità, fiducia cui attingere. Ma se il trend sarà confermato in futuro, potremmo essere di fronte a un fenomeno di trasformazione delle forme e del significato della partecipazione: più fluida e meno strutturata, più individualistica e meno collettiva. Lo si è misurato anche con l’aumento dell’astensionismo al recente voto politico. L’associazionismo (e i partiti) hanno di che interrogarsi.

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