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Medici e pediatri dimezzati in sei anni

In regione mancheranno oltre 3mila addetti rispetto agli attuali 6.113. Foresti (Sant'Agostino): il privato fa concorrenza e le gabbie salariali sono un limite

di Sara Monaci

Carenza generale. In generale oggi in tutta Italia ci sono 50mila tra medici e pediatri di famiglia, che si dimezzeranno nel prossimo futuro

4' di lettura

Che ci sia bisogno di infermieri, dottori di medicina generale e pediatri è un fatto noto, dopo la pandemia. Ma mettere in fila i numeri che indicano la carenza - attuale e futura - di professionisti fa comunque una certa impressione. In Lombardia ancora di più, visto che il problema qui è ancora più accentuato. Ecco di cosa stiamo parlando, per quello che riguarda la medicina del territorio.

In generale oggi in tutta Italia ci sono 50mila tra medici e pediatri di famiglia, che si dimezzeranno nel prossimo futuro. Indicativamente nel giro di sei anni, considerando uscite e entrate, ne dovrebbero mancare circa 25 mila. Il numero preciso è difficilmente stimabile perché la pensione rimane in parte una scelta individuale, e anche i nuovi ingressi non sono perfettamente calcolabili, tuttavia la stima è realistica. Questo dato è, in proporzione, ancora più rilevante in Lombardia, dove la carenza è del 10% superiore. Il che significa che tra 6 anni in regione mancheranno oltre 3mila tra medici e pediatri, rispetto agli attuali 6.113.

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Queste sono proiezioni realistiche considerando che adesso il massimale di pazienti concessi per professionista è 1.500, che può arrivare a 1.800 nei luoghi impervi. In teoria sarebbe sempre possibile aumentare il massimale, ma nei fatti sembra poco praticabile.

Il caso lombardo

Se il problema è generale, la Lombardia soffre di più. «C’è stato un errore di programmazione di medici in tutta Italia, che la pandemia ha evidenziato; tuttavia in Lombardia la carenza è maggiore perché gli stipendi, sebbene siano abbastanza alti, non permettono di avere lo stesso tenore di vita in tutta Italia», dice Luca Foresti, ad del gruppo Sant’Agostino, il più importante in Italia nel campo della sanità privata pura.

«Chi vive al Sud difficilmente si sposta al Nord se non ha prospettive di miglioramento netto della propria condizione retributiva, mentre per chi già vive al Nord il privato fa grande concorrenza, quindi il mondo della sanità pubbblica deve porsi il tema delle gabbie salariali», aggiunge Foresti. L’equilibrio tra entrate e uscite potrebbe tornare fra 6 o 7 anni, con un riallineamento delle borse per le specialità mediche sulla base delle necessità. Da tenere presente inoltre che alla lacuna molto evidente dei medici di base si aggiunge, per le stesse ragioni, quella di alcune figure ospedaliere come gli anestesisti, i dermatologi, i ginecologi, gli oculisti, i radiologi. «Si potrà ritrovare un punto di equilibrio a due condizioni: che le borse per la formazione aumentino, e va ricordato che per i medici di base ne occorrono 6mila all’anno in Lombardia e 17 a livello nazionale; e che vengano fatte anche valutazioni sulle retribuzioni», dice Foresti. Sul fronte degli infermieri la situazione è pure peggio: in Lombardia nel giro di 6 anni ne mancheranno indicativamente 25mila.

Le possibili soluzioni

L’idea che si possa arginare il problema ”importando” dottori dall’estero è utopistico. Se guardiamo i numeri attuali si capisce che il flusso di chi arriva da altri paesi è poco significativo: i dottori stranieri rappresentano lo 0,8% del totale, gli infermieri stranieri il 4 percento. I motivi sono semplici: per i professionisti europei gli stipendi italiani sono bassi, mentre per quelli provenienti da fuori Europa è difficile l’ingresso e il riconoscimento dei propri titoli di studio. Due fattori che scoraggiano e scoraggeranno anche in futuro gli arrivi, a meno che la politica non intervenga con rapidità almeno sulla parte burocratica.

Nel frattempo bisogna pensare a possibili soluzioni per il futuro imminente, da qui al 2026, quando avremo nuove case e ospedali di comunità come previsto dal Pnrr (la Lombardia investirà in tutto 4 miliardi per l’edilizia sanitaria) ma con il rischio che il personale dentro non sia sufficiente per mandare avanti le attività.

Per Foresti, che ha studiato anche i modelli esistenti all’estero, un’idea interessante è quello dei team in cui i dottori sono affiancati da 2 infermieri e 2 specialisti, con ampio uso della telemedicina e delle chat professionali. Ogni gruppo di lavoro dovrebbe dividere i pazienti sulla base delle problematiche, perché alcune cure possono essere seguite anche solo dalla parte infermieristica. «Il 50% delle visite potrebbe essere fatto realisticamente in video, con dotazioni specifiche da dare ai pazienti. Del resto il Pnrr prevede 7 miliardi di investimenti per la digitalizzazione della sanità», sottolinea Foresti, che aggiunge anche che per superare la mancanza di medici e pediatri occorre coinvolgere nell’immediato la sanità privata, già presente sul territorio. Inoltre, per alleggerire il personale sanitario, la parte puramente organizzativa dei reparti può essere affidata a medici o ingegneri.

La maggioranza in Regione sta optando per l’ambulatorio diffuso (si veda articolo sotto), mentre l’opposizione propone un allegggerimento del lavoro dei medici. «Oggi i dottori di base impiegano il 45% del loro tempo per attività burocratiche. Una percentuale che è esplosa in Lombardia, mentre va meglio in Emilia Romagna - dice il consigliere democratico Samuele Astuti - Inoltre in Lombardia non c’è stata finora la possibilità di costruire contratti collettivi integrativi regionali perché l’attività di filtro è stata svolta dal pronto soccorso».

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