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Medio Oriente: israeliani vaccinati al 60%, palestinesi sotto l’1%

Israele ha vaccinato quasi il 60% della popolazione, i Territori palestinesi meno dell’1%. E mentre in Cisgiordania la pandemia ha raggiunto il suo picco storico, saturando le terapie intensive, in Israele la gente torna nei ristoranti

di Roberto Bongiorni

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(EPA)

6' di lettura

Da una parte il primo Paese al mondo per percentuale di persone vaccinate. Dall’altra un’Amministrazione che Stato ancora non lo è (se mai lo sarà) , praticamente senza vaccini. Da una parte la popolazione festeggia il crollo dei contagi, si riversa per le strade, riempie i ristoranti appena riaperti, i cinema ed i centri sportivi. D’altra ad essere piene sono le terapie intensive, ormai al collasso, comunque insufficienti per far fronte ad un’impennata dei contagi a cui apparentemente non si riesce porre freno.

Israeliani e palestinesi. Due popoli tanto diversi destinati a vivere in un fazzoletto di terra gli uni accanto agli altri. In alcuni casi gli uni in mezzo agli altri, come nelle centinaia di insediamenti israeliani costruiti nel cuore della Cisgiordania, dove vivono circondati dai palestinesi quasi 400mila israeliani.

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Cisgiordania, emergenza Covid-19 mai così alta

In principio i Territori Palestinesi, 5,2 milioni di persone tra Cisgiordania e Striscia di Gaza, sembravano essere usciti indenni dalle prime fasi della Pandemia, quando il Covid-19 aveva colto di sorpresa il mondo. Soprattutto la Striscia di Gaza. L’Embargo israeliano scattato nel 2007 (accompagnato da quello a Sud imposto dall'Egitto) ha di fatto sigillato la Striscia. E se da una parte ha soffocato il commercio e la libera circolazione delle persone - non pochi palestinesi definiscono Gaza “una prigione a cielo aperto” – dall'altro si è rivelato uno dei migliori lockdown al mondo.

Le cose sono tuttavia cambiate. La Cisgiordania è stata investita da una nuova ondata di Coronavirus. Resa più grave da una campagna vaccinale praticamente assente (iniziata da pochi giorni) che ha coperto solo minimamente, e quindi in modo del tutto insufficiente, gli operatori sanitari locali. «Da inizio febbraio i contagi sono cresciuti in modo esponenziale- racconta da Hebron Chiara Lodi, responsabile dei progetti medicali di Medici senza frontiere (Msf) nella Cisgiordania - Noi come Medici Senza frontiere operiamo nel centro presso l'ospedale palestinese di Dura, a Hebron, il più grande nella Cisgiordania meridionale . Abbiamo 80 posti letto e 29 di terapia intensiva, che sono tutti occupati».

«La percentuale di giovani positivi al Covid-19 è aumentata notevolmente. Un terzo dei pazienti ricoverati all'ospedale di Dura ha tra i 25 e i 64 anni, mentre prima la maggior parte dei pazienti aveva più di 64 anni”, ha dichiarato in un comunicato diffuso da Msf la scorsa settimana Juan Pablo Nahuel Sanchez, medico di Msf a Hebron.

Altri ospedali stanno accettando malati di Covid ma la situazione è molto grave. A Nablus, la maggiore città della Cisgiordania settentrionale, la situazione è altrettanto preoccupante, precisa Msf in una nota. L'ospedale Palestinian Red Crescent Society (PRCS) sta lavorando al di sopra delle sue capacità e sta trasformando la sua unità pneumologica in un reparto Covid.

«Le misure preventive come l'utilizzo di mascherine, le norme igieniche di base il distanziamento purtroppo non sono adottate come dovrebbero esserlo – precisa Chiara Lodi - . La responsabilità è di tutti. Più che a una mancanza di attrezzature e di spazio che consenta il distanziamento, le ragioni sono anche altre: l'Amministrazione palestinese ha fatto poca promozione, ma anche i singoli individui non si comportano in modo responsabile come dovrebbero invece fare». In altre parole le mascherine ci sarebbero, ma non tutti le indossano.

Vaccini: una campagna in ritardo e del tutto insufficiente

La soluzione sarebbero quindi i vaccini. Qui più che mai. Perché in un sistema sanitario giù carente, il Covid-19 può dare il colpo di grazia. Mettendo a rischio anche la vita delle persone affette da patologie gravi e croniche che richiedono costanti cure ospedaliere.

Ma se Israele può vantarsi di aver somministrato la prima dose di vaccinazione a quasi il 60% della sua popolazione ed entrambe le dosi a quasi al 53%, nei territori Palestinesi le persone vaccinate non sono neanche l'1% della popolazione.

Il 17 di marzo l'Autorità nazionale palestinese (Anp)ha ricevuto i primi vaccini da pare del Covax, il meccanismo dell'Organizzazione mondiale della sanità per rifornire i Paesi più poveri ed in via di sviluppo. SI tratta di 37.740 dosi di vaccini Pfizer e 24mila di Astrazeneca

.L'offensiva diplomatica del vaccino, portata avanti da Cina e Russia, con i rispettivi vaccini donati o venduti a prezzi più bassi del mercato a Paesi bisognosi, è arrivata anche da queste parti. Lunedì i cinesi hanno inviato 100mila dosi di Sinopharm, destinate ad velocizzare una prima campagna vaccinale per gli operatori sanitari e le persone con malattie croniche. Un quantitativo che si aggiunge ad alcune partite di vaccini russi Sputnik ed a quelli di Covax.

Finora almeno - o soltanto - 70mila palestinesi hanno ricevuto la prima dose di vaccino, e meno di 10mila la seconda. Una disparità imbarazzante per due popoli che vivono gli uni a pochi chilometri dagli altri.

Israele o Anp: chi è responsabile per i vaccini palestinesi?

Una goccia in mezzo al mare. Per essere più chiari. In Israele la possibilità di esser vaccinati è di 60 volte superiore e a quella nei Territori Palestinesi, ha scritto Msf.

Matthias Kennes, medical adviser per i Territori palestinesi di Msf non ha risparmiato le critiche alla gestione israeliana della pandemia nei territori . «Israele è una potenza occupante e possiede milioni di vaccini. La Palestina è un territorio occupato e ne ha appena poche migliaia. In qualità di medico non mi riguarda chi risolverà il problema. Come medico mi preoccupa profondamente che venga data la priorità ai più vulnerabili».

L’agenzia per i diritti umani dell'Onu ha rilasciato una dichiarazione in cui precisa che è responsabilità di Israele offrire un accesso paritario ai vaccini anti-Covid 19 per i palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza ed in Cisgiordania.

Il punto di vista del Governo di Gerusalemme è naturalmente diverso. Israele ha evidenziato di aver somministrato il vaccino a più di 100mila palestinesi che hanno il permesso di entrare nel Paese e negli insediamenti in Cisgiordania, soprattutto per motivi di lavoro. Ma al contempo il ministro israeliano della salute, Yuli Edelstein, ha precisato alla Bbc che «noi possiamo riferirci ai cosiddetti accordi di Oslo in cui è scritto chiaro che i palestinesi debbono assumersi la gestione del loro settore sanitario» .

Agli occhi di Israele è l'Autorità palestinese ad essere totalmente e unicamente responsabile del processo vaccinale nei territori che amministra. E non lo sta facendo bene. Certo, l’Amministrazione palestinese non è mai stata tra le più attive, virtuose e trasparenti dell’area. Ma qualcosa non quadra. È dunque la solita, vecchia, spinosa questione.

Segnali preoccupanti anche dalla Striscia di Gaza

Nella Striscia di Gaza, le cose sembrano andare meglio che in Cisgiodania. Ma i contagi . Davvero tanti consideranti l’irrilevante numero di tamponi che viene effettuato.

Si intuisce dunque come la situazione stia diventando seria. I mezzi a disposizione del movimento islamico Hamas, signore incontrastato della Striscia di Gaza dal 2007, sono limitati. «Le autorità di Hamas hanno vietato i mercati rionali e settimanali. Ed in quelli stabili hanno messo posti di blocco per regolarne l’accesso - racconta Khaled, abitante di Gaza city -. Le scuole alternano l’apertura in face orarie e con classi diverse. Ma qui come si fa a parlare di Didattica a distanza quando in una famiglia ci sono sei-otto figli ed un solo smartphone. Le lezioni sono video-registrate, ma le difficoltà sono evidenti».

Hamas starebbe ora valutando un coprifuoco serale ed un lockdown nei fine settimana. Ma impedire ad un popolazione che vive alla giornata di restare a casa, peraltro spesso in campi profughi dove il distanziamento è un’utopia, non è cosa facile.

«Finora – spiega il dottor Midhat Abas, direttore generale dell'assistenza sanitaria di base presso il Ministero della Salute di Gaza - le dosi disponibili di vaccino sono 81.600, un quantitativo per nulla adeguato rispetto alla popolazione. Il numero delle persone sottoposte a vaccino è di 22.941. Nelle ultime 24 Ore abbiamo effettuato 3758 test pce».

Lo stigma del Covid e la paura che uccide

Il tracciamento ed i tamponi sono un problema in tutti i Territori Palestinesi. «È vero. Qui in CIsgiordania Il sistema del tracciamento e dei tamponi è carente – conclude Chiara Lodi - Ma più che per mancanza di fondi e risorse umane, lo si deve anche e soprattutto ad un’altra ragione: contrarre il Covid-19 nei Territori palestinesi è divenuto una sorta di stigma». Per cui una volta contratto il virus si rischia di essere messi ai margini della società in cui si vive. E di conseguenza anche le persone che avvertono dei sintomi spesso preferiscono non sottoporsi a tampone, o quando lo fanno il pericolo è che lo facciano tardi.

Nel mentre a Hebron, così come in tante altre città palestinesi si muore. E non solo per Covid. Ma anche per la paura da Covid, quella paura di esser messi ai margini della società per aver contratto il virus, che sovente porta la gente in ospedale quando è già tardi. A volte troppo tardi.


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