l'uscita dal patto mediobanca

Mediobanca, i «20 anni» di Bolloré nel salotto della finanza

di Giuliana Licini

Mediobanca: perché il patto è importante per Generali

4' di lettura

E' una tappa miliare quella annunciata oggi dal gruppo Bolloré, che ha dato disdetta anticipata al patto di sindacato di Mediobanca, innescando lo scioglimento dell’attuale accordo parasociale a fine anno. E’ una svolta per la campagna italiana di Vincent Bolloré che, nel tempo, ha spostato i riflettori da Piazzetta Cuccia a Telecom Italia e Mediaset tramite Vivendi. Sbarcato quasi 20 anni fa in Mediobanca, il finanziere ed industriale bretone muove i primi passi nell’istituto sotto l’egida di Antoine Bernehim, che nel 1999 era stato «estromesso» dalla presidenza delle Generali ed era assolutamente determinato a riconquistarla. Bolloré figura ufficialmente negli annali del patto Mediobanca dal 2001, tramite una quota in Consortium. Nel 2003 ha il 5% nell’accordo di sindacato che allora vincolava il 57% del capitale della banca, con la Financiere du Perguet e assieme a Groupama, Dassault e Santander costituiva il Gruppo C degli azionisti esteri, detentore di poco meno del 10% del capitale della banca. Il gruppo di fatto si scioglierà con l’uscita in anni successivi dei soci, a parte Bolloré. Groupama disdetterà nel mezzo del suo riassetto interno, dopo il fallito tentativo di acquisizione di FonSai, supportato anche da Bolloré, che era entrato nel capitale di Premafin e che a fine 2017 risultava detenere lo 0,04% di Unipol. Vincent Bolloré continuerà in assolo la sua permanenza in Mediobanca, aumentando la quota fino a diventare il secondo socio, dietro a Unicredit, con l’8% circa.

Mediobanca? «Una finestra sul capitalismo italiano»

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«Siamo qui per il lungo termine», ripeterà più volte fin dagli esordi il patron del gruppo francese. «Mediobanca è una finestra sul capitalismo italiano. E’ strategica, non è solo una banca, ma una holding di partecipazioni», spiegherà. Nel 2002, intanto, missione compiuta con Bernheim, nuovamente installato alla presidenza di Generali. Otto anni dopo, tuttavia, nel 2010 l’anziano banchiere parigino, che griderà al tradimento, sarà sostituito da Cesare Geronzi, mentre a Bolloré va la vice-presidenza del Leone, gruppo di cui detiene tuttora lo 0,13% del capitale. Nel 2012, dovendo scegliere in base alla nuova normativa italiana sui doppi incarichi, tra il posto in cda in Mediobanca, dove sedeva da un decennio, e quello a Trieste, opta per quest’ultimo e nel board di Piazzetta Cuccia dal 2014 siede la figlia Marie, allora 26enne. Vincent Bolloré lascia a fine 2013 anche il cda Generali e al suo posto va Jean-René Fourtou, allora presidente di Vivendi.

Le partite intricate di Telecom e Mediaset
Per il gruppo Bolloré è, infatti, iniziata la partita Vivendi, che lo ha portato ad essere, oltre al primo azionista del gruppo francese dei media, anche il primo azionista di Telecom Italia, con il 23,9% e il secondo azionista di Mediaset con il 28,8%. Due dossier assai intricati per Vivendi, dove il gruppo Bolloré si è progressivamente rafforzato fino all’attuale 26,2% (gli ultimi acquisti sono dei giorni scorsi), con uno shopping miliardario. Proprio con «il crescente impegno finanziario» in Vivendi e con «l’obbiettivo di utilizzare con maggiore flessibilità i suoi asset», Bolloré ha motivato l’uscita dal patto Mediobanca, pur indicando che la partecipazione sarà mantenuta in portafoglio.

Per Bolloré una minusvalenza teorica 24 milioni

Per Bollorè la quota in Mediobanca ai prezzi attuali presenta una minusvalenza teorica di circa 24 milioni di euro rispetto al valore di bilancio, comunque ampiamente inferiore rispetto agli oltre 100 milioni di minusvalenza che emergevano dalla relazione semestrale dei conti del gruppo francese. Il valore odierno di Borsa del 7,9% detenuto da Bolloré in Piazzetta Cuccia - la cui uscita dal patto di sindacato è stata annunciata - ammonta a circa 635 milioni di euro contro i 659 milioni di valore contabile nel bilancio al 30 giugno scorso e i circa 555 milioni del valore di Borsa a quella data. Come si legge nella relazione semestrale del gruppo che fa capo a Vincent Bolloré, appena pubblicata, «al 30 giugno 2018 il valore della partecipazione in Mediobanca a patrimonio netto è pari a 659,2 milioni e la quota dell’utile riveniente al gruppo ammonta a 4,3 milioni di euro, dopo la constatazione del deprezzamento di questa partecipazione per 31,6 milioni di euro. Il valore di mercato della partecipazione a questa data ammonta a 554,7 milioni di euro».

La relazione ricorda che il gruppo Bolloré è il secondo azionista di Mediobanca, tramite la Financiere du Perguet, con il 7,86% del capitale totale e il 7,94% escludendo le azioni di autocontrollo. La Financiére, ante disdetta, rappresentava il 27,6% del patto Mediobanca. La relazione spiega che «il valore di utilità della quota» nella banca «è stato ricalcolato al 30 giugno 2018, a partire da un’analisi multi-criteri che include il valore di Borsa dei titoli, i flussi di tesoreria attualizzati e analoghi valori di Borsa. Il valore risulta superiore alla valorizzazione basata sui prezzi di Borsa a quella data. Il valore recuperabile definito al 30 giugno scorso è dunque basato sul valore di utilità. La revisione del valore recuperabile ha comunque portato a riconoscere un deprezzamento aggiuntivo di 31,6 milioni di euro al 30 giugno scorso».

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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