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Mediobanca cancella i vincoli sulla scelta del ceo (ma dal 2023)

Dopo l’uscita di UniCredit per garantire l’autonomia non serve restringere la rosa dei candidati ai soli manager interni

di Antonella Olivieri

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(REUTERS)

Dopo l’uscita di UniCredit per garantire l’autonomia non serve restringere la rosa dei candidati ai soli manager interni


2' di lettura

Mediobanca cancellerà dallo statuto la clausola che vincolava la scelta dell’amministratore delegato tra i dirigenti del gruppo con anzianità superiore ai tre anni.

Una regola che era stata inserita nello statuto anni fa, su sollecitazione dell’Antitrust, quando il UniCredit si era unito con Capitalia, sommando sotto un unico soggetto le due maggiori quote azionarie dell’istituto di Piazzetta Cuccia.

Da una parte le autorità avevano imposto a UniCredit di cedere la quota in Mediobanca ereditata da Capitalia e dall’altra, per assicurare autonomia al managment, era stata inserita la norma statutaria che vincolava la scelta della guida operativa. Ora UniCredit è uscita dal capitale di Mediobanca e non ci sono più preoccupazioni relative alla presenza di un concorrente nell’azionariato, per cui la clausola di cui sopra non ha più motivo d’essere.

Lo ha implicitamente confermato l’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, in conference call con gli analisti per illustrare i risultati del primo semestre dell’esercizio 2019/2020. Nei prossimi mesi - ha anticipato - il consiglio di amministrazione lavorerà per «migliorare lo statuto e renderlo più allineato con le prassi di mercato», questo «tenuto conto del cambiamento importante del nostro aizonariato e del venir meno di elementi di conflitto d’interesse».

Trattandosi di una modifica dello statuto, la proposta dovrà essere sottoposta all’assemblea degli azionisti in sede straordinaria. Quest’anno però l’assemblea annuale di fine ottobre, oltre ad approvare il bilancio, dovrà anche rinnovare il consiglio di amministrazione per il prossimo triennio. Quindi le nuove regole varranno presumibilmente per il rinnovo del 2023.

Il ripensamento della governance si inserisce in un contesto di evoluzione dell’azionariato dove resta l’incognita delle prossime mosse di Leonardo Del Vecchio, spuntato lo scorso autunno nel capitale di Mediobanca con la sua finanziaria di famiglia Delfin che ha raggiunto il limite del 9,9%, oltre il quale, per salire, è necessario ottenere l’autorizzazione della Bce.

Un azionista “industriale” in posizione “dominante” non è una condizione tipica per una banca, tantomeno per una banca d’affari. Su 120 istituti europei vigilati dalla Bce, solo cinque hanno un azionista non finanziario con una quota superiore al 10%, ma in quattro casi si tratta di soci-fondatori e in un caso dell’effetto di un salvataggio.

Situazione che secondo gli analisti di Kepler e Citi, per esempio, influenza negativamente l’andamento del titolo in Borsa, sebbene i fondamentali siano buoni. Come confermano infatti i risultati del primo semestre dell’esercizio 2019/2020, chiuso al 31 dicembre scorso con ricavi in crescita del 4% a 1.325 milioni e analogo progresso dell’utile netto a 468 milioni.

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    Antonella Olivieriinviato

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco, olandese (familiare), comprensione di testi scritti in francese, spagnolo e portoghese

    Argomenti: finanza corporate, M&A

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