Interventi

Meglio le clausole di salvaguardia che l’ennesimo rinvio a settembre

di Nicola Rossi


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(Ansa)

3' di lettura

L’indice che misura l’incertezza connessa alle scelte di politica economica (policyuncertainty.com) da maggio 2018 viaggia, per l’Italia, a livelli significativamente superiori alla sua media di lungo periodo (diversamente, per fare un esempio, da quanto accaduto in Spagna dove pure gli ultimi mesi non sono stati tranquilli).

L’aspetto divertente della vicenda è che, per un verso, le indicazioni di politica economica non si sono distinte negli ultimi tempi per la loro linearità ma, per altro verso, tendiamo a discutere sempre delle stesse cose. Da anni. L’attitudine della nostra politica a teorizzare la decisione “senza se e senza ma” e a praticare sempre e comunque il rinvio aperto o mascherato spiegano questo interessante combinazione di continua incertezza circa le strategie di politica economica e di assoluta stabilità circa i temi che affronta.

L’esempio più evidente di questo affascinante modus operandi è probabilmente dato dalle cosiddette clausole di salvaguardia che ci accompagnano dal lontano 2011, animano da allora il dibattito invernale e primaverile, eccitano gli animi in estate e all’inizio dell’autunno e tornano poi a materializzarsi, puntualmente, fra il tardo autunno e l’inizio dell’inverno di ogni anno. Non proprio identiche, ma sempre molto simili fra loro. Tendenzialmente sempre più minacciose. Le prossime - destinate a scattare nel biennio 2020-2021 - implicano rispettivamente aumenti dell’Iva e delle accise per 1,2 e 1,5 punti percentuali di Pil. In loro assenza, com’è noto, il rapporto fra deficit e prodotto interno lordo raggiungerebbe e (a questo punto lo si può dire senza tema di smentite) supererebbe il 3 per cento.

Non sorprende quindi che anche in questo inverno si sia riaperto l’annoso dibattito: “sterilizzare” le clausole di salvaguardia, come si è fatto finora? O, meglio, far finta di “sterilizzarle”, ma nella sostanza - per dirla con gli inglesi - «dare un calcio alla lattina e farla rotolare giù per la strada». O, se si preferisce l’italiano, tirarla per le lunghe ancora un po’ (tanto poi toccherà ad altri). Bene, non diversamente da un anno fa, non sono pochi i motivi che suggeriscono che piuttosto che “sterilizzarle” sarebbe il caso di lasciar scattare almeno in parte le clausole di salvaguardia e con esse gli aumenti di Iva e accise.

Il nostro tasso di inflazione è più vicino all’1% che all’obiettivo europeo del 2% e, soprattutto, la sua componente di fondo rimane debole e non lontana dallo 0,5 per cento. In queste condizioni, un po’ di inflazione aggiuntiva darebbe anche una mano alla nostra pericolante finanza pubblica. Ma c’è di più. Il nostro sistema fiscale continua a essere squilibrato: troppe imposte dirette e poche imposte indirette. Un riequilibrio sosterrebbe le nostre esportazioni. E, data la necessità e urgenza di una profonda riforma del sistema fiscale, la revisione delle aliquote di Iva e accise potrebbe costituire un tassello importante di un complessivo disegno di riforma del sistema (che non potrebbe che essere mirato – sia chiaro – a una complessiva riduzione della pressione fiscale).

Insomma, se non ora, quando? E per «ora», non si intende settembre. La recessione è già fra noi e con ogni probabilità ci imporrà di riconsiderare a breve, e dunque correggere, le tendenze della finanza pubblica. Intervenire subito implica spalmare su nove mesi un onere che dovrà, altrimenti, essere concentrato sugli ultimi sei o, peggio, tre mesi dell’anno. Con il risultato di sottolineare gli aspetti prociclici dell’intervento.

Presentando una completa proposta di riforma del nostro sistema fiscale – ormai due anni orsono – l’Istituto Bruno Leoni osservò come le clausole di salvaguardia, la drastica riduzione delle spese fiscali e la revisione della spesa pubblica, se attuate congiuntamente, avrebbero consentito una riforma di ampia portata del nostro sistema tributario e, al tempo stesso, avrebbero consentito quella significativa riduzione della pressione fiscale di cui si avverte ogni giorno di più l’esigenza.

Le tre questioni sono in questi giorni tornate di attualità perché richiamate, direttamente o indirettamente, da autorevoli esponenti del governo. Gli stessi che avrebbero potuto affrontare queste stesse questioni non più tardi di due mesi fa all’interno della legge di bilancio, ma che ovviamente se ne sono guardati bene. Beh, niente paura. Anche in questo caso gli accenni di questi giorni a possibili revisioni della struttura delle aliquote Iva, a una semplificazione della giungla delle spese fiscali, a un nuovo ciclo di spending review, servono solo a dare nuova linfa agli indici di incertezza connessa alla politica economica.

Superata l’estate - sempre che il quadro politico non sia nel frattempo repentinamente mutato - si tornerà a seguire strade già battute. Come è stato autorevolmente detto solo qualche giorno fa: «Chiederemo [alle autorità di Bruxelles] una maggiore flessibilità per un periodo di 3-5 anni». Auguri. E speriamo che a settembre ci sia ancora una lattina da prendere a calci.

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