Vito Grassi. VICEPRESIDENTE Confindustria

«Meglio il taglio del cuneo fiscale»

«Ora basta sostegni temporanei, servono misure strutturali»

di Vera Viola

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Imprenditore. Vito Grassi, videpresidente di Confindustria e presidente del Consiglio delle rappresentanze regionali e per le politiche di coesione territoriale

«Ora basta sostegni temporanei, servono misure strutturali»


3' di lettura

«Poter contare su uno sconto previdenziale del 30%, come previsto dal Dl di Agosto, è un’opportunità, per ora temporanea, per le imprese del Mezzogiorno. Ma per avere effetti significativi sarebbe opportuno agire in modo strutturale sulla riduzione del cuneo fiscale e contributivo».

Ne aveva scritto qualche giorno fa il presidente di Confindustria Carlo Bonomi nella lettera inviata alle Associazioni di Confindustria; lo ribadisce Vito Grassi, vicepresidente di Confindustria e presidente del Consiglio delle Rappresentanze regionali e per le politiche di coesione territoriale. «Il Sud chiaramente è l’area del Paese più arretrata, con il Pil ancora a livelli pre 2008 e sconta già un grave e persistente ritardo che la crisi da Covid ha ulteriormente accentuato. È importante partire da qui».

«Lo sgravio del 30% – continua Grassi – è molto utile per le imprese che operano in un territorio svantaggiato. Ma è tempo di passare dalle misure di sostegno temporaneo a interventi strutturali inseriti in un piano organico di rilancio. Quindi, anche la riduzione del costo del lavoro deve diventare una misura di carattere strutturale. Solo in questo modo potremo attrarre investimenti e promuovere l’occupazione in maniera duratura».

Presidente, lei vede segnali di ripresa? Rileva dal suo osservatorio trend positivi?
Si è ripartiti, ma con grandi difficoltà. Per questo, è fondamentale un’ampia condivisione degli obiettivi da perseguire e dei progetti da realizzare. Penso anche all’interlocuzione con i sindacati. Speriamo di poter condividere un percorso di riforme necessarie alla crescita del Paese, con forte attenzione al Mezzogiorno.

Ci indichi le priorità soprattutto per le aree più in difficoltà.
Una priorità è semplificare e accelerare le procedure per favorire crescita dell’efficienza della PA. Il decreto “Semplificazioni” è un primo passo, temporaneo, per far ripartire i cantieri e aumentare la spesa per infrastrutture che gli italiani aspettano da anni. A che serve acquisire più risorse e ampi margini di bilancio, sia in Italia che a Bruxelles, se poi non riusciamo a impiegarli? È essenziale riformare e migliorare la macchina amministrativa.

Il Mezzogiorno potrebbe godere di una riserva del 34% delle risorse stanziate per l'intero Paese, ma spesso ciò non accade.
È vero, c'è una riserva del 34% per il Mezzogiorno sulla spesa pubblica nazionale che non viene rispettata. Si tratta di fondi che, se spesi realmente, contribuirebbero a migliorare le condizioni di vita delle regioni meridionali. Accade così da oltre 20 anni: il Sud aumenta il suo divario e non contribuisce alla crescita della domanda interna del Paese. Al contrario, è decisivo puntare sulla ripresa delle aree più arretrate per imprimere una spinta significativa all'intero paese.

Dopo il Covid la Svimez prevede una ripresa più lenta nel Mezzogiorno. Lei cosa ne pensa?
La crisi ha comportato un alto prezzo in termini di vite e di salute, non dobbiamo dimenticarlo. Però ha dato anche la possibilità di rompere schemi che sembravano intangibili e consentito di mettere in campo risorse finanziarie straordinarie, che vanno utilizzate con competenza, per sciogliere i nodi che ostacolano la ripresa. Il Sud deve fare la sua parte e accelerare su progetti fattibili.

In che modo?
Il Sud deve dimostrare di saper fare di più di quanto finora ha fatto. Deve essere capace di elaborare strategie di riequilibrio e proporre progetti coerenti di investimento, a partire dalle infrastrutture e dalla digitalizzazione.

Anche su questo fronte si registra un forte gap.
La digitalizzazione è una importante riforma. Ma dobbiamo fare i conti con un digital divide stratificato su diversi livelli. C'è un divario infrastrutturale, tra Mezzogiorno e Centro-Nord, tra regioni e al loro stesso interno. Così come c'è un divario tra grandi imprese e PMI. E, infine, c'è una distanza, a livello territoriale e dimensionale delle imprese e tra ricerca e sistema industriale. Questi divari vanno eliminati, partendo da dotazioni di base e strumenti applicativi accessibili a tutti, perché siamo di fronte a un rischio reale di “discriminazione digitale”. Il caso più lampante è la scuola dell’obbligo in cui il Covid ha reso evidenti le disparità di utilizzo dei servizi digitali.

Si parla di un controesodo di talenti emigrati.
Il senso di incertezza generato dalla pandemia può alimentare un desiderio collettivo di rientrare in Italia e avvicinarsi alle famiglie. Una opportunità. Ma il Sud deve puntare su altro per attrarre cervelli e trattenere quelli che alleva. Deve creare poli d'eccellenza in grado di offrire una formazione universitaria riconosciuta a livello mondiale, associati ad un'elevata qualità della vita. Ci vuole un grande piano di investimenti in formazione e innovazione tecnologica. Ecco, su questo tema, abbiamo l'orgoglio di proporre modelli funzionanti di rigenerazione urbana incentrati sull'alta formazione, come accaduto a Napoli con l'Università Federico II a San Giovanni.

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