archeologia

Memorie dal sottosuolo del Foro e del Palatino

Diario di scavo. Trent’anni di lavoro nel sito archeologico, in un’area vasta un ettaro, hanno portato alla ricostruzione della secolare stratificazione degli edifici, scendendo fino alle origini di Roma

di Andrea Carandini

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(Aleksey Arkhipov - stock.adobe.com)

Diario di scavo. Trent’anni di lavoro nel sito archeologico, in un’area vasta un ettaro, hanno portato alla ricostruzione della secolare stratificazione degli edifici, scendendo fino alle origini di Roma


4' di lettura

«Domani vado al Palatino», mi dico dal 1° giugno, che immagino ancora libero dalla fiumana dei selfie. Ma resto invece a letto e passeggio in quei luoghi, ripercorrendo mentalmente lo scavo che ho condotto tra i cinquanta e gli ottant’anni.

Balzano dalla memoria innanzi tutto due ricordi. Dado Ruffini - uno dei tredici professori che non avevano giurato fedeltà al fascismo - mi aveva raccontato di Giacomo Boni che nel 1911 e nel suo ufficio, accolto in una Uccelliera Farnese, imprecava ad alta voce contro gli archeologi che sterravano «come becchini» (invece di scavare per strati, come lui faceva); imprecazione mai levatasi dai seguaci dell’Altertumswissenschaft; anzi Mommsen era riuscito a far chiudere la Scuola di archeologia di Pompei voluta da Fiorelli: una sciagura - visto che la città è ancora inedita -, da riparare sperimentando “Policlinici” nei quali s’imparino i mestieri umanistici sul campo. Le rare figure che amavano i monumenti nel concreto venivano spregiate da filologi e storici dell’arte, per cui restavano di secondo piano (come Boni e Lamboglia). Mi domando: perché non ricostruire lo studio di Boni in una delle Uccelliere da poco restaurate, accanto al sepolcro segnato dall’ara e circondato dalle sue rose? Vedo poi me, diciottenne a passeggio con mio Padre per la Sacra Via, all’altezza della Regia, inconsapevole che proprio lì, tra l’Arco di Tito e l’aedes Vestae, avrei scavato un ettaro tra Palatino e Foro nel corso di trent’anni.

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Quando incontri un amico, non vedi le sue ultime rughe quanto i volti precedenti che la memoria ha registrato: così nel mio amico Passigli scorgo i tanti Alvisi che si sono succeduti, uno dei quali aveva trovato con me, in tempo di guerra, un temperino pieghevole, proprio lì, nei Giardini Farnese, che a noi pareva un tesoro. Così io vedo il Palatino e il Foro, nei miei viaggi dal letto: come il volto del mio amico.

Trapasso quindi con gli occhi i magazzini costruiti dai Flavi ai lati della Sacra Via, che hanno seppellito le case dei nobili della tarda Repubblica distrutte dall’incendio di Nerone; felice quest’ultimo di poter erigere nel cuore della città un regolare porticato con retrostanti giardini che portava dal Foro al vestibolum della Domus Aurea: non la dimora secondaria sull’Esquilino (che tutti conoscono) ma la Versailles affacciata su un lago rettangolare sul quale i Flavi hanno eretto il Colosseo (ai più sconosciuta).

Quante migliaia di studenti hanno appreso a scavare con me, andando più a fondo sotto quei magazzini e trovando le case ad atrio dei grandi tra tarda Repubblica e primo Impero, costruite in opera cementizia dopo il 200 a.C. e durate fino all’incendio del 64 d.C. Tra queste, quella del riccone Crasso (ricevuta dal nonno): prima ad avere sei colonne in marmo e sei Bagolari nell’hortus. Abbiamo ritrovato anche la casa “pubblica” del Pontifex Maximus (dove aveva abitato Cesare) e quella del Rex sacrorum - già nel Santuario di Vesta -, grandissimo sacerdote senza potere politico. Subito oltre abbiamo riconosciuto il Tempio dei Lari, dotato di rara mensa sotterranea e limitrofo della Casa delle vestali e dell’aedes Vestae. Era questo il cuore del potere tra l’VIII secolo a.C. e il 36 a.C., quando Augusto ha edificato il primo palazzo imperiale dal quale ha governato il mondo (si veda Andrea Carandini-Paolo Carafa, con Mattia Ippoliti, Dal mostro al Principe, in uscita presso Laterza).

Sotto le case tardo repubblicane sono comparsi, a sorpresa, splendidi edifici in blocchi di tufo grigio: troppi per essere templi. Erano grandiose case, le prime ad atrio, del 530 a.C., e che sono durate per oltre tre secoli, per cui il primo storico di Roma, Fabio Pittore, passeggiava ancora tra dimore arcaiche dotate dei loro archivi. Sotto la casa del Pontefice Massimo è emersa poi la casa dei re Tarquini. Ma allora la città del VI secolo a.C. era stata veramente “grande”, come aveva supposto Pasquali (mentre Emilio Gabba si ostinava a negarla), tanto che il Tempio di Giove sul Campidoglio era tra i maggiori del Mediterraneo.

Sotto le case arcaiche è apparso un vuoto... Poi, d’un tratto, alla radice del monte, sono affiorati tratti di mura connesse a una porta e durate due secoli: la prima fase eretta tra il 775 e il 750 a.C. (datazione dovuta a un deposito di fondazione rinvenuto sotto la soglia della porta). Ecco la ragione del vuoto: davanti e dietro le mura urbiche non si poteva costruire, per cui esse spiccavano isolate e inviolabili (sanctae), come il murus antistante il primo pomerium che la leggenda attribuisce a Romolo e situa ai piedi del monte e in quegli anni. La porta è durata molto più delle mura: dal 775 a.C. al 64 d.C., con una ripresa Flavia che ha raggiunto la tarda antichità: era la porta Mugonia di Romolo, con associato culto di Giove Statore, romuleo anch’esso (le altre due porte erano la Romana e la Romanula, nomi che rendono plausibile il nome di Romulus, cioè del piccolo Romus). Le case arcaiche del 530 a.C. hanno potuto obliterare le mura palatine di Romolo perché, intorno al 550 a.C., il re Servio Tullio aveva esteso per la prima volta il pomerium e il murus originari, in modo da includervi tutti i monti e i colli e così rifondando la città che Romolo aveva fondato. Le mura originarie avevano perso ogni loro funzione, ma le tre porte si sono conservate perché accessi memorabili al Palatino.

Sotto la casa del Rex sacrorum è comparsa addirittura la casa dei primi re di Roma, tra Romolo e Anco Marcio: una ricca domus ma ancora in tecnica capannicola, che si data tra la metà dell’VIII e la fine del VII secolo a.C. All’interno del Santuario di Vesta, potevano abitare, oltre le vestali, soltanto i sovrani: i primi re e poi il re dei sacrifici (i Tarquini stavano in una casa annessa ma a parte). Presso l’aedes Vestae è stata rinvenuta la prima capanna delle vestali, databile anch’essa nella prima età regia.

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