Il ruolo di Cdp nella ripresa / 1

Meno conservazione e più discontinuità dove investe lo Stato

di Paolo Gualtieri

3' di lettura

Negli ultimi dieci anni il ruolo dello Stato nell’economia italiana è considerevolmente cresciuto per la concomitanza di fattori economici e socio-culturali. Le crisi hanno naturalmente influito; tuttavia, forse, più di esse hanno pesato il diffondersi della consapevolezza che, in alcune industrie e in talune fasi storiche, il mercato va aiutato a trovare equilibri socialmente più giusti e il ritorno di visioni nazionaliste, oggi un po’ sopite, che tendevano a demonizzare gli effetti economici della globalizzazione e del libero mercato. Un segno di ciò lo si vede riflesso nei bilanci di Cassa depositi e prestiti (Cdp), il veicolo più utilizzato in questo decennio dallo Stato per intervenire nel capitale delle imprese, i quali mostrano quasi un raddoppio del valore delle partecipazioni azionarie detenute, che ha raggiunto circa 37 miliardi di euro, oltre 1,5 volte il patrimonio netto della Cassa. Per dare il senso di quest’ultimo dato si pensi che nel caso delle banche il rapporto tra valore delle partecipazioni e patrimonio, per norma europea volta a tutelare i risparmiatori-depositanti, non può superare 0,6 e che anche Cdp deve tutelare il risparmio che le affidano le famiglie attraverso buoni e libretti postali.

L’intervento pubblico è stato motivato dalla necessità di presidiare settori strategici e di gestire le crisi di alcune grandi imprese. L’interesse della collettività dovrebbe essere il criterio in base al quale definire strategico un settore. Questo interesse, a quel che si evince dall’esame degli investimenti effettuati dallo Stato nel decennio, è stato individuato non solo in quelle industrie tipicamente considerate strategiche come la Difesa e le infrastrutture di rete, sia fisiche sia informatiche, ma anche in settori rilevanti per l’economia del Paese in cui si è ritenuto si potessero creare dei cosiddetti campioni nazionali. Inoltre, somme notevoli sono state destinate a gestire crisi aziendali, originate dalla perdita di competitività causata dall’evoluzione tecnologica, che incide sui processi produttivi e sul comportamento dei consumatori, e da cambiamenti nella struttura dell’offerta per l’avvento di nuovi concorrenti, spesso provenienti da Paesi in rapido sviluppo.

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Per superare le crisi aziendali occorre discontinuità di strategia, bisogna cambiare con determinazione, abbandonando rapidamente ciò che è superato dagli eventi e concentrando gli investimenti e le risorse manageriali in ciò che ha prospettive nel nuovo quadro competitivo. L’intervento pubblico nel nostro Paese, all’opposto, è stato caratterizzato da un approccio di breve termine e teso alla conservazione. Le due cose vanno insieme perché i cambiamenti netti, nel breve, richiedono rinunce a privilegi che si credevano acquisiti, perdite di posti di lavoro e costi di ristrutturazione, mentre la gradualità permette di provare a conservare ciò che è possibile e di minimizzare gli oneri e i sacrifici nel breve periodo, ma nel lungo termine li accresce perché dalla crisi l’azienda non esce mai completamente e spesso ci ricasca.

Nei prossimi anni vi è un’opportunità anche per lo Stato-imprenditore. L’economia, se riusciremo a vincere il Covid senza ulteriori intoppi, crescerà a tassi elevati non solo per le enormi risorse europee destinate allo sviluppo ma anche, e soprattutto, perché sarà più intenso e diffuso l’utilizzo delle nuove tecnologie da parte delle imprese e delle famiglie. Il quadro competitivo muterà ancora e ancor più rapidamente per cui l’approccio di conservazione dell’esistente non servirà a mantenere le situazioni di limbo in cui sono alcune aziende per effetto dell’intervento pubblico. Per quei casi vale anche per lo Stato un vecchio adagio degli operatori di Borsa: «Joue mal, mais joue vite», cioè vendi male ma vendi in fretta.

Imprese storiche dovranno scomparire, ma ne sorgeranno di migliori e più moderne, i sacrifici occupazionali nel breve saranno inevitabili ma, con adeguati investimenti in formazione, i lavoratori più giovani potranno essere ricollocati in aziende sane e in forte sviluppo dando così loro soddisfazioni economiche e prospettive professionali, mentre i lavoratori più grandi di età dovranno essere accompagnati alla pensione. Il contesto di sviluppo creerà poi la possibilità di dismettere, ottenendo plusvalenze, le partecipazioni, acquisite nell’ultimo decennio, in aziende che operano in settori nei quali la collettività non ha un interesse alla presenza pubblica in modo stabile, rigenerando così le risorse per nuovi investimenti.

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