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Meno fame per i beni rifugio: franco svizzero giù del 2,5% in un mese

di Lino Terlizzi


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(Prisma / AGF)

3' di lettura

LUGANO - È una chiara discesa quella del franco svizzero, che è però benvenuta per la Confederazione elvetica. Da tempo preoccupata per la forza eccessiva della moneta rossocrociata, che rischia di ostacolare una voce importante come quella dell'export, la Banca nazionale svizzera tira infatti un sospiro di sollievo di fronte all'arretramento del 2,5% subito questo mese dal franco nei confronti dell'euro (qui le quotazioni del cambio).

La moneta unica è salita oltre gli 1,14 franchi, gli 1,15 sono molto vicini, mentre a fine marzo il cambio era attorno a 1,11 franchi. È la peggior performance della valuta elvetica dal luglio del 2017, che suscita pero' appunto soddisfazione al vertice dell'istituto centrale svizzero.

Il presidente della Bns, Thomas Jordan, a metà di questo mese, parlando a Washington a margine delle riunioni di primavera del Fondo monetario, non aveva escluso la possibilità di rendere ancora più negativi i tassi di interesse di riferimento sul franco. Un chiaro, ulteriore messaggio contro il rafforzamento del franco. I tassi negativi sono, insieme agli ingenti acquisti di valute estere, lo strumento utilizzato dalla Bns per frenare un franco che tradizionalmente viene visto da molti investitori come bene rifugio. Fissati a -0,25% a fine 2014, i tassi negativi elvetici sono ora a -0,75%.

Jordan ha in sostanza colto la palla al balzo. Il franco aveva infatti già cominciato ad arretrare, sia sull'euro che sul dollaro Usa. L'attenuarsi almeno in parte delle tensioni politiche ed economiche internazionali e il buon andamento dei mercati azionari in questi primi mesi del 2019 avevano già fatto diminuire l'interesse degli investitori verso i principali beni rifugio, franco compreso. Il presidente della Bns ha dunque lanciato il suo messaggio in un momento in cui la discesa della valuta elvetica più facilmente poteva accentuarsi. E così in effetti è stato.

Occorre ricordare che per anni la Bns ha difeso la soglia di cambio di 1,20 franchi per 1 euro, appunto con acquisti di valute estere e tassi negativi. Nel gennaio del 2015 ha poi dovuto abbandonarla di fronte alle forti pressioni del mercato. A quel punto il cambio è arrivato a 1 franco per 1 euro, con una impennata senza precedenti della valuta elvetica. Poi, molto gradualmente, c'è stata una parziale discesa del franco, che ha lambito nuovamente l'1,20 soltanto a metà del 2018. Ma a quel punto, di fronte alle accresciute tensioni geopolitiche ed economiche a livello globale, la moneta svizzera è tornata a salire, sino all'1,11 che ancora si registrava a fine marzo di quest'anno.

In questo aprile 2019 il franco ha perso terreno soprattutto sull'euro, ma è arretrato anche sul dollaro americano. A fine 2018 per 1 dollaro ci volevano 0,98 franchi, ora siamo a 1,01-1,02 franchi. Sono cifre che fanno diminuire le preoccupazioni dell'industria elvetica d'esportazione, che ha l'Eurozona come principale mercato di sbocco e gli Usa tra i partner maggiori. Uno dei motivi della buona tenuta dell'economia svizzera è la consistenza del suo export. Si tratta in larga misura di esportazioni di beni e servizi ad alto valore aggiunto, che quindi sono in grado di resistere sino a un certo livello anche all'ostacolo della forza del franco. Ma tutto ha un limite ed ecco quindi la soddisfazione con cui in Svizzera ora si guarda a questa discesa del franco. Se riuscisse in questa fase ad attestarsi attorno a 1,15 nel rapporto con l'euro, la moneta elvetica potrebbe puntare nuovamente al famoso 1,20. Ma ora è presto per dirlo, dipenderà non solo dalla Bns ma anche e soprattutto dal livello delle tensioni internazionali.

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