Interventi

Meno gradi di giudizio e più fiducia nello Stato

Le ritrosie degli investitori esteri spesso dipendono dalla lentezza dei processi.

di Niccolò Nisivoccia

(AdobeStock)

3' di lettura

La riforma del processo civile è uno dei capitoli più importanti del programma di riforma della giustizia. I processi civili sono lenti, troppo lenti, si osserva; ed è convinzione diffusa che questa lentezza sia una delle cause principali degli scarsi investimenti esteri nel nostro Paese. Una riforma è indispensabile, se ne deduce, perché il funzionamento dei processi dipende in ultima analisi dalle leggi che li regolano.

Il ragionamento ha la forza di un sillogismo, almeno in apparenza, perché è un dato che i processi civili siano lentissimi; così come sono gli stessi investitori esteri a dare spesso atto delle loro ritrosie, motivandole alla luce di questo dato. Ma è altrettanto vero che il funzionamento dei processi dipende in ultima analisi dalle leggi che li regolano?

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In parte sicuramente lo è. Negarlo significherebbe disconoscere la funzione stessa della legge, che è quella di regolamentare il vivere comune; ed equivarrebbe, come giuristi, ad abdicare al proprio ruolo, se non alla propria essenza. È quindi sempre vero, senza dubbio, che lo svolgimento di un processo è anche il frutto della legge che lo disciplina e lo scandisce, essendo il processo a sua volta una delle dimensioni nelle quali il vivere comune si realizza e si manifesta (Salvatore Satta sosteneva addirittura che nel processo l’esistenza umana sfiora una dimensione divina). E per quanto riguarda il processo civile, in particolare, sono molti i profili sotto i quali una riflessione avrebbe una sua ragion d’essere, a cominciare dall’intoccabilità del triplice grado di giudizio.

La realtà è che alla moltiplicazione dei gradi di giudizio non corrispondono, di per sé, maggiori garanzie che una sentenza sia giusta, perché i modelli processuali dipendono piuttosto dai modelli di organizzazione dello Stato. Lo aveva spiegato benissimo Mirjan Damaška, ad esempio, in un suo saggio fondamentale del 1986 (I volti della giustizia e del potere, il Mulino): quanto più è radicata la fiducia nello Stato, nello Stato di diritto, tanto meno sarà necessaria la moltiplicazione dei gradi. Da questo punto di vista potrebbe allora valere la pena quantomeno di ragionare sull’ipotesi dell’eliminazione del giudizio d’appello, sulla quale si discute da anni: considerando fra l’altro che l’eliminazione di un grado potrebbe forse finire perfino per contribuire, se immaginata nel contesto di una riforma più generale, a generare o ad aumentare, per effetto di un circolo virtuoso, quella medesima fiducia verso lo Stato intorno alla quale il discorso è centrato.

Ma la legge non basta. Pensare che una buona legge, da sola, possa produrre giustizia ed equilibrio non è semplicemente illusorio: è anche controproducente, nella misura in cui può tradursi in un alibi deresponsabilizzante. Le leggi non vivono solo delle proprie prescrizioni, ma – al contrario – hanno bisogno di comportamenti che alle prescrizioni conferiscano un senso, riempiendole di contenuti. Di più: come notava già Gustavo Zagrebelsky in un libro di una decina d’anni fa (Intorno alla legge, Einaudi) proprio l’eccesso di leggi tipico del nostro tempo ha rovesciato ormai quasi del tutto la situazione. “La silenziosa sacralità del diritto è stata soppiantata dalla verbosa esteriorità del diritto», scriveva Zagrebelsky, aggiungendi che «lo Stato è da tempo una machina legislatoria». Ed è proprio per via di questa «verbosa esteriorità» e di questa trasformazione dello Stato in una «machina legislatoria» che la legge sembra aver smarrito ormai molta della sua forza, ammesso che per certi versi non abbia fallito tout court, secondo la tesi sostenuta di recente da Carla Benedetti nel suo La letteratura ci salverà dall’estinzione (Einaudi).

Tutto ciò non può non valere anche in relazione al processo civile, della cui funzionalità, o disfunzionalità, dovrebbero farsi carico, prima di chiunque altro, coloro che del processo fruiscono e che il diritto sono chiamati ad applicarlo, in concreto: parti, avvocati, giudici, ciascuno per la propria parte. È soprattutto da loro, oltre che naturalmente dalla dotazione di maggiori risorse (di persone e di mezzi), che dipende il funzionamento del sistema, al di là di qualunque riforma presente o futura.

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