CENTRI STORICI SVUOTATI

Meno imprese, turisti e residenti la lenta agonia del Centro Italia

Centri storici svuotati. Nelle Marche 4mila residenti in meno, il fatturato delle aziende nel cratere è crollato di sette punti. Da Norcia a Cascia -35% per il turismo. A rischio 300 imprese all'Aquila

di Raffaella Calandra


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Crolli post sisma. In Umbria i crolli sono continuati anche nei giorni immediatamente successivi al terremoto del 30 ottobre 2016

6' di lettura

È il silenzio la prima misura. Il silenzio di centri storici svuotati. O ancora chiusi. Di saracinesche abbassate e alberghi abbandonati. È questo silenzio, a tre anni dalle scosse, la prima misura degli effetti del terremoto sull’economia del centro Italia. Economia crollata in alcune aree; in lenta ripresa in altre; delocalizzata quasi ovunque; sostenuta da incentivi, ma soffocata dalla burocrazia. In ogni caso, legata ai tempi di una ricostruzione, ferma «al campo delle buone intenzioni», per dirla col vescovo di Rieti. Così nelle Marche, il fatturato delle imprese del cratere è crollato di sette punti; a Norcia, i turisti sono un quarto di tre anni fa; e se tra Amatrice e dintorni ci sono più aziende attive è sul numero di lavoratori che resta la frattura. Cifre che hanno portato il centro storico dell’Aquila a diventare, a dieci anni dal sisma, ad alto tasso di declino commerciale. Eppure, in viaggio tra zone rosse, ponteggi immobili e casette d’emergenza, si incontrano imprenditori determinati a trasformare «la distruzione in rilancio». Ed è con «rinnovata fiducia», per dirla col sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, che i paesi terremotati ora accolgono la promessa del premier, Giuseppe Conte, che di voler «mettere la ricostruzione» in cima all’agenda di Governo, come dichiarato nel discorso per la fiducia.

Nelle Marche meno residenti

Corre lungo la statale 77 la cicatrice dolente delle Marche: 4mila residenti in meno e ancora 30.710 sfollati. Muccia, Camerino, Tolentino; e poi Visso, Ussita e Castelsantangelo: ad ogni uscita, un macigno su un’economia fino al 2016 in equilibrio tra accoglienza, agricoltura e commercio. Ora come la vita dei borghi è altrove, tra prefabbricati e sistemazioni autonome - costate 358milioni- così altrove sono raggruppate le attività produttive. Ma sono 1.229 quelle che hanno presentato le pratiche, per spostarsi lontano da borghi che perdono abitanti e turisti. D’altra parte, delle 17 strutture alberghiere chiuse solo una ha riaperto a Caldarola. I numeri, elaborati da Banca d’Italia e dal centro studi Confcommercio Marche, registrano un crollo del 12% del fatturato delle imprese più vicine all’epicentro; meno 7,5% per l’intero cratere. Solo negli ultimi mesi si nota una timida ripresa. Perdono le aziende più piccole (-9%) e il terziario (-11%). E la sofferenza dell’area blocca l’intera Regione, il cui Pil nel 2017 è cresciuto meno del resto d’Italia: 0,9% a fronte dell’1,5. Nei paesi distrutti restano solo i più anziani e l’indice di vecchiaia supera il 200%. Finanziamenti, progetti e bandi non mancano, come non è mancata la solidarietà. Ma si deve fare i conti con la burocrazia, che ha reso degli imprenditori, come i fratelli Petrucci, titolari di una macelleria ad Arquata del Tronto nell’ascolano, protagonisti di una storia kafkiana. La loro azienda è stata distrutta, ma non gode dei benefici fiscali previsti. «Il primo bando concedeva agevolazioni, per le imprese danneggiate dal sisma di agosto. Noi - ricostruisce Alessandro Petrucci - siamo stati distrutti dalle scosse di ottobre, ma il secondo bando, aperto dopo quel terremoto, escludeva Amatrice, Accumoli e Arquata. Risultato, con un anno di chiusura e 2 milioni di danni, sulla carta siamo come un’azienda di Roma. È paradossale».

Umbria: la crisi di Norcia

Di paradossi parlano anche tra i ponteggi di Norcia, dove ora «è peggio di prima. C’è un secondo terremoto, che sta minando la voglia di vivere, oltre all’economia», sospira Alberto Allegrini, divenuto presidente Confcommercio Valnerina nel momento in cui si è ritrovato «senza un tetto, dopo aver gestito cento stanze per turisti e calciatori». Ma dal 2016 sono proprio i visitatori a mancare a Norcia, a Cascia e lungo il fiume Nera, dove nelle fenditure delle montagne lottano i paesi più dimenticati: tra il 2015 e il 2018, stima la Regione, il turismo è precipitato del 35%. Nel 2015, Norcia contava 150.495 presenze, l’anno scorso 35mila. I gruppi di visitatori sono la merce più ambita, intorno alla Basilica, sventrata, di San Benedetto. E con la maggioranza di hotel da demolire, i turisti non sono più stanziali, con ripercussioni su tutte le attività. La Regione, sollecitata dai commercianti, ha deliberato contributi per i mancati incassi: 3milioni per 296 imprese nel cratere. «La ricostruzione non esiste e la nostra paura è la desertificazione», ammette Allegrini.

Lazio: più mini aziende

La diminuzione dei turisti, ma soprattutto degli habitué del weekend pesa anche sul pil dei centri reatini, come Amatrice e Accumoli, distrutti il 24 agosto 2016. «Qui – racconta il sindaco di Cittareale, Francesco Nelli – i proprietari di seconde case venivano sempre da Roma. Era la voce principale della nostra economia». La loro assenza si sente, nonostante la realizzazione di strutture per ospitare le varie attività. Attività che tre anni dopo sono aumentate. A giugno 2019, conta la Camera di Commercio, erano 6094, 354 in più del 2016. Aumentano ad Amatrice (359 invece di 330), ad Accumoli (80), a Rieti (3799). Ma questi numeri - frutto della convinzione di «dover salvaguardare subito il tessuto produttivo», rivendica l’assessore regionale al lavoro, Claudio Di Berardino – non raccontano delle cessazioni e delle dimensioni delle aziende. «In alcuni casi - spiegano i tecnici – chiuse grandi imprese, alcuni dipendenti si sono messi in proprio con gli aiuti». «Si è scelto di ripartire dal commercio. E abbiamo creduto nell’auto imprenditorialità», spiega l’assessore. «C’è un trend positivo, giustificato dal tessuto economico rafforzato con gli incentivi». Da ultimo, i finanziamenti a tasso agevolato per il microcredito: tre dei 13,5milioni di fondi Ue per i 15 comuni dei cratere. Prima, c’erano stati 1,3 milioni per impianti ad Amatrice, calcola Lazio Innova; 250mila per Accumoli. E una sfilza di bandi, sostegni e accordi. A fronte di queste iniziative, resta il bisogno di «accelerare sulla ricostruzione fisica e digitale. Basti pensare che a Micigliano - ricorda Nelli- non funzionino neanche i cellulari». Ogni sforzo si scontra contro l’assenza anche di domande per la ricostruzione. A tre anni, solo l’1,86% di chi ha subito danni pesanti le ha presentate; il 25% con danni lievi. «Stiamo lavorando, per farle aumentare », replica Di Berardino. Un miglioramento il terremoto l’ha portato nel “pil delle mucche”, salito del 30% - stimano i sindaci - con le nuove stalle, che hanno permesso di aumentare i capi. Per trasformare la distruzione in rilancio, tutti reclamano infrastrutture, come l’ampliamento della Salaria. «È nel protocollo sottoscritto da Regione, imprenditori e sindacati, ma- ricorda l'assessore- va inserita nella legge di stabilità».

Abruzzo: a rischio 300 imprese

Di sicuro la crisi politica delle ultime settimane non ha aiutato gli imprenditori aquilani, impegnati ad allontanare la spada di Damocle della restituzione delle tasse 2009, sospese, in parte condonate, quindi reclamate dalla Ue, come aiuti di Stato. L'ennesima proroga scadrà a dicembre e «ora che sembrava tracciata una linea, con un dossier da consegnare alla Commissione per autorizzare l’innalzamento della soglia di sconto da 200 a 500mila, tutto - teme Ezio Rainaldi, delegato Confindustria per la ricostruzione - rischia di essere compromesso. Per noi sarebbe la morte». A rischio, 300 imprese e un migliaio di posti di lavoro. «Chiederemo che siano i tecnici a garantire la prosecuzione degli atti per l'innalzamento del de minimis». L’incertezza politica lascia l’Aquila nel limbo, in cui è sospesa da dieci anni. Tanti sono passati dal terremoto del 2009 che sconvolse il capoluogo abruzzese e 57 comuni: 309 le vittime. Dopo due lustri, vista dal centro storico - rinnovato, ma in gran parte vuoto - l’Aquila è il comune a più alto rischio di declino commerciale, secondo un’analisi Confcommercio sulla demografia d’impresa: -42,9% di negozi dal 2008 al 2018. Nell’ultimo decennio, però, i dati sul valore aggiunto rivelano che nella provincia l’incremento è stato del 5,8%, a fronte del 6,8 nazionale, stima il Centro regionale di studi e ricerche economico sociali, su dati dell’Istituto Tagliacarne. Dal 2009 in Abruzzo, le imprese sono diminuite dello 0,6%, ma sono aumentate nel capoluogo (10.845, +8,3%). Balzo del 27% per l’edilizia, soffrono manifatturiero (-22,7%) e commercio (-6,9%). Nel suo insieme, l’Aquila resta una città ricca, con un reddito dichiarato superiore al 12% rispetto all’anno prima del terremoto (15,5mld il reddito degli abruzzesi).

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