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Meno pelle, più alberi: la strategia di Vf Corporation per sostenere l’Amazzonia

Dopo la decisione di non comprare più pelle brasiliana non certificata, Vf Corporation ha scelto di sostenere la riforestazione in tutto il pianeta: si inizia da Haiti, Cina e Repubblica Dominicana

di Chiara Beghelli


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3' di lettura

Ecco le cause del saccheggio dell’Amazzonia

Se l’Amazzonia da qualche giorno non è più al centro dell’attenzione globale, questo non vuol dire, purtroppo, che la devastazione degli incendi sia terminata. È vero, nel frattempo alcuni passi avanti sono stati fatti, come l’accordo fra i sette Paesi nei quali la foresta è distribuita (il Brasile ne ha il 60%, poi la Bolivia, la Colombia, l’Ecuador, la Guyana, il Peru e il Suriname) per migliorare la sorveglianza e aiutarsi reciprocamente nella prevenzione della deforestazione. Tuttavia, l’Amazzonia aspetta ancora un reale cambio di passo politico ed economico.

Intanto, alcuni passi con un reale impatto sono stati già compiuti da aziende di portata globale: nei giorni dell’ultimo G7 di Biarritz, Lvmh ha annunciato di voler finanziare la metà del fondo da 20 milioni di dollari promosso dai Paesi membri. E anche la statunitense Vf Corporation (13,8 miliardi di dollari di fatturato nell’anno fiscale 2019 chiuso lo scorso maggio) ha preso due decisioni molto importanti: la prima è di non acquistare più pellami brasiliani senza garanzia di sostenibilità. Una delle cause degli incendi è anche la ricerca di maggiori spazi da destinare a gli allevamenti di bovini, per la loro carne ma anche per il pellame. La CICB, associazione dei conciatori brasiliani, ha reagito tacciando la decisione di Vf di essere un’operazione di marketing, perché, a loro detta, solo lo 0,5% della pelle usata da Vf Corporation sarebbe prodotta in Brasile.

Secondo i più recenti dati dell’International Council of Tanners, risalenti al 2015, il Brasile è il secondo Paese per produzione di pellame con 210 milioni di metri quadri, ma anche quello che ha registrato la crescita più importante di tale volume, +63,8% nel giro di dieci anni. La Cina, al primo posto, ha aumentato la produzione del 10,9% e la Federazione Russa, al terzo posto, del +9,1%. Postilla: l’Italia, al quinto posto con 139,6 milioni di metri quadri nel 2015, in dieci anni ha perso il 31% della produzione.

In ogni caso, una scelta analoga a quella di Vf è stata fatta successivamente anche da H&M: il colosso svedese del fast fashion ha dichiarato, infatti, che non acquisterà più pellami prodottori che non forniranno dettagli sulla tracciabilità e sostenibilità dei metodi di allevamento e produzione.

E fin qui la reazione “destruens”, diciamo. Quella “construens” di Vf Corporation passa da Timberland, uno dei tre marchi principali del gruppo di Denver, in Colorado, insieme a Vans e The North Face: Timberland si impegna infatti a piantare 50 milioni di alberi in tutto il mondo entro il 2025, dopo averne piantati già oltre 10 milioni dal 2001 a oggi. «In Timberland siamo consapevoli dell'impatto che il nostro stile di vita ha sul pianeta. Per questo motivo, non solo a livello aziendale ma anche in qualità di singoli individui, abbiamo la responsabilità di adottare delle misure in grado di salvaguardare l'ambiente - commenta Jim Pisani, global brand president di Timberland -. Gli alberi e gli spazi verdi aiutano a migliorare la qualità del nostro pianeta e il benessere individuale. La nostra decisione di piantare 50 milioni di alberi è una strategia concreta e misurabile per agire nella convinzione che un futuro più verde sia un futuro migliore».

Timberland collaborerà con numerose organizzazioni attive nella piantumazione di alberi su larga scala, tra cui Smallholder Farmers Alliance, Green Network, TREE AID, ma anche la Convenzione contro la desertificazione delle Nazioni Unite, Connect4Climate – World Bank Group, Justdiggit, Las Lagunas Ecological Park, Trees for the Future, American Forests e Treedom.

Il primo anno del progetto verà interventi ad Haiti, in Cina, Repubblica Dominicana, Stati Uniti, Tanzania e Mali, e supporterà anche lo sviluppo del “Great Green Wall” promosso dall’Unione Africana a partire dal 2007, che ha l’obiettivo di dar vita a un’area di 8mila km quadrati di natura rigenerata. Il programma di Timberland passerà anche dalla campagna “Nature Needs Heroes”, che il marchio definisce «quella di maggior impatto ad esser mai stata annunciata», di comunicazione ma che inviterà i consumatori di tutto il mondo a dare il proprio contributo per contribuire alla salvaguardia del pianeta: a New York sarà allestito per tre giorni un parco temporaneo che servirà anche da hub di diffusione di stili di vita più sostenibili, mentre a Shangahi è in programma un seminario “Remade” in cui Christopher Raeburn , global creative director di Timberland e eco-eroe APAC, offrirà alcuni spunti per promuovere la progettazione responsabile. Altri interventi di rinverdimento saranno fatti anche a Londra, Parigi, Milano, Berlino e Amsterdam.

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