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Meno rigore sui conti e più tempo al Pnrr per sostenere la crescita

Continua così la decrescita relativa del peso economico, e quindi politico, del nostro Paese, un fenomeno che data dall’inizio del secolo

di Gustavo Piga

(RafMaster - stock.adobe.com)

4' di lettura

Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) l’Italia a fine 2022 avrà superato dell’1,1% il prodotto interno lordo pre-Covid di fine 2019, a fronte del 3,8% degli Stati Uniti e dell’1,9% dell’area dell’euro. Continua così la decrescita relativa del peso economico, e quindi politico, del nostro Paese, un fenomeno che data dall’inizio del secolo. Se da un canto il reddito pro-capite degli italiani corretto per la parità di acquisto è oggi due volte quello mondiale, non bisogna dimenticare che agli albori del XXI secolo era 3,5 volte maggiore. Forse ancora più rilevante, nello stesso arco di tempo siamo passati dal produrre quasi un quinto della ricchezza dell’area dell’euro a produrne un ottavo, con una decrescita senza soluzione di continuità nei due decenni, anche se l’ultimo ha visto un’accelerazione nel nostro ritmo di perdita di rilevanza.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) aveva introdotto la speranza di interrompere questo trend. Se così non è sinora avvenuto malgrado le notevoli somme erogate dall’Unione europea, è doveroso interrogarsi sulle ragioni di ciò, specie all’alba di un nuovo governo che raccoglierà una sfida che si prospetta monumentale. Se da un lato, a parziale scusante, il 2022 è stato turbato da fenomeni congiunturali, le somme che l’Italia ha ricevuto per il primo biennio 2021-22 dall’Europa erano potenzialmente in grado di sopperire abbondantemente a queste difficoltà. Il programma di spesa approvato con l’Europa prevedeva la messa a terra di 13,8 (2020-21) più 27,6 (2022) miliardi di euro, per un totale di 41,4, il 2% di Pil. Già il Documento di economia e finanza (Def) del governo Draghi pubblicato la scorsa primavera aveva ridimensionato questi numeri, riducendo le somme spese nel biennio 2020-21 da 13,8 a 4,3 miliardi. È venuto dunque subito a mancare alla crescita 2021 almeno lo 0,5% di crescita del Pil (se assumiamo un moltiplicatore pessimistico di circa 1 di tali investimenti) che avrebbero potuto già portare l’economia italiana a recuperare il 7,1% e non il 6,6% della perdita di Pil dovuta agli effetti del Covid nel 2020 (-9%).

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Con Gaetano Scognamiglio e Francesco Bono sulle pagine di questo giornale avvertimmo per primi di tale allarmante trend e concludevamo, purtroppo, profeticamente: «La situazione richiede un’attenzione mirata per allinearci alle previsioni di spesa e suggerisce la necessità che, d’ora in avanti, il monitoraggio sia effettuato non solo sul conseguimento dei traguardi e degli obiettivi – che rappresentano spesso lo start del processo di attuazione delle misure e non un punto di arrivo – ma anche sull’andamento della spesa».

Apparentemente così non è avvenuto, se il ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco nella recentissima Nota di aggiornamento al Def (Nadef) ha corretto ulteriormente per il 2022 le cifre originarie: dal 2020 al 2022 ci dobbiamo aspettare che dei 41,4 miliardi solo 20,5, la metà, saranno andati spesi. Anche il 2022 ha visto dunque altri 10 miliardi mancanti all’appello per abbeverare l’economia, riducendo la crescita potenziale del 2022 a un 3,4% che avrebbe potuto essere il 4%, con riduzione anche del rapporto debito-Pil.

In realtà la crescita 2022 avrebbe potuto essere più sostenuta, di fronte alla crisi mondiale, se il Governo avesse – anche di fronte all’incapacità conclamata di fare i dovuti investimenti pubblici di cui sopra – mantenuto l’obiettivo programmatico di deficit-Pil al 5,6%, invece di quello con cui va a chiudersi l’anno, 5,1%: uno “scostamento al rovescio” che non aveva motivo di essere e che avrebbe invece (senza contestazioni dall’Europa) potuto arricchire ulteriormente di 10 miliardi di aiuti a imprese e famiglie i recenti decreti del governo uscente. In realtà, questo esecutivo ha chiaramente sempre sostenuto la priorità degli obiettivi di riduzione del rapporto deficit-Pil (obbligatori ai sensi dell’art. 10 del regolamento del Pnrr stesso, oltre a quelli senza immediato impatto sul Pil delle riforme in formato “traguardi-obiettivi” del Pnrr, tutti apparentemente raggiunti). Alla luce di ciò è difficile resistere alla tentazione di sospettare che il lento svilupparsi di cui sopra degli investimenti pubblici previsti dal Pnrr abbia avuto a che fare anche con tale miope riluttanza di mettere a rischio il quadro di finanza pubblica.

È altresì inevitabile ammettere che una ampia componente del fallimento attuale ha a che vedere con la scarsa capacità amministrativa delle nostre stazioni appaltanti, anche una volta tenuto conto della parziale giustificazione dell’aumento dei costi delle materie prime che ha portato a rivedere in corsa le dimensioni dei bandi di gara. Da tempo ammonivamo che il tallone di Achille di questa gigantesca e necessaria operazione Pnrr era la assoluta mancanza di pensiero strategico-organizzativo sul come il nostro personale amministrativo avrebbe mai potuto assolvere la missione prevista senza un sostanziale investimento in capitale umano di qualità, ben remunerato, e una precisa riorganizzazione delle stazioni appaltanti sul territorio, prediligendo l’ideale ambito provinciale appropriatamente coordinato. Avevamo anche messo in guardia delle conseguenze di una simile macroscopica disattenzione italo-europea: si sarebbe finiti presto, dati anche i tempi stretti, a fare gare grandi, meno utili, meno sostenibili in senso sociale e ambientale, e a finire comunque per perdere una parte significativa dei finanziamenti.

Se il prossimo governo intende rimediare a tutto ciò deve pretendere che il Pnrr sia modificato sotto queste due dimensioni:

1 - Il rientro di deficit-Pil che dobbiamo mettere in atto per l’anno 2023 su cui incombe una recessione non deve essere quello previsto ad aprile di quest’anno, quando per il 2023 ci si attendeva una crescita del 2,4%;

2 - Va rinegoziata con Bruxelles (assieme al Portogallo che se ne è fatto meritoriamente primo portavoce) la scadenza del Pnrr di almeno un anno e va richiesto uno storno di una decina miliardi di euro per la creazione di una nuova governance delle nostre stazioni appaltanti. È in gioco come sempre il futuro dell’Unione europea.

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