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Meno skill shortage e più trasferimento tecnologico con le alleanze tra aziende e atenei

Particolarmente utile la formula dei dottorati industriali sponsorizzati da grandi imprese: sono win-win per studenti, università e società

di Giuseppe Sala

2' di lettura

Il comparto aerospaziale italiano genera un fatturato di circa 13,5 miliardi di euro (2020), pari allo 0,65% del Pil, con un valore aggiunto di circa 12 miliardi di euro. Il nostro Paese si posiziona così al quarto posto in Europa e al settimo nel mondo. Oltre il 50% del fatturato è assicurato dall’export, il 10% viene destinato a ricerca e sviluppo. Il comparto dà lavoro a circa 50mila addetti specializzati e a 200mila lavoratori nella filiera (dati Aiad), impiegati in oltre 4mila aziende dell’indotto. Di queste il 90% è costituito da Pmi. Lato università i dati Mur mettono in rilievo un aumento del 15% del numero di laureati nel periodo 2015-2020, ma mostrano che nello stesso periodo la popolazione studentesca del settore aerospaziale è aumentata del 51% e il numero di laureati magistrali in ingegneria aerospaziale del 44%. L’incremento del numero degli studenti si è concentrato nelle due maggiori università tecniche, i Politecnici di Milano e di Torino, con una crescita rispettivamente del 105% e del 92%. Ancora insoddisfacenti i dati del bilancio di genere, nonostante un aumento del 24% della presenza femminile: molte università stanno attuando specifiche iniziative di mitigazione Stem.

Nelle università italiane di indirizzo aerospaziale attualmente si insegnano gli argomenti classici, ancorché continuamente aggiornati: meccanica del volo, strutture, aerodinamica, propulsione, impianti. Lo scenario sta però mutando rapidamente e le prospettive stanno evolvendo grazie ai rapporti tra università e imprese. Le collaborazioni all’interno dei progetti finanziati dalla Ue, la partecipazione congiunta alle azioni del Pnrr, le iniziative delle università nell’ambito della terza missione, la didattica congiunta e i corsi tenuti in co-tutela, l’apertura delle aziende che sempre più affidano alle università l’esplorazione di tematiche di base, stanno portando alla condivisione di contenuti nuovi, sia per la ricerca che per la formazione. I velivoli atmosferici e i veicoli extra-atmosferici sono infatti complessi “sistemi di sistemi” il cui sviluppo comporta la multidisciplinarietà: argomenti quali la sistemistica avionica, la sensoristica e la fusione dei segnali, i sistemi di navigazione e la loro integrazione, i data link inter e intra-velivolo, lo studio di missione e dell’interazione velivolo-pilota, la realtà aumentata e la simulazione, la modellizzazione digital twin, le architetture software, l’intelligenza artificiale, il quantum computing, la capacità di gestire big data, la cyber e crypto-resilience, i materiali e i processi produttivi in grado di conferire capacità di bassa osservabilità, assorbimento d’energia e resistenza alle alte temperature, l’integrazione di sistemi di health monitoring per la prognostica e la manutenzione predittiva e il through-life-support, le tecniche di pianificazione e controllo della produzione, world class manufacturing e lean production stanno perciò entrando nel bagaglio dei giovani ingegneri aerospaziali grazie a un processo di osmosi che nasce dalle esigenze prestazionali dei velivoli, attraversa le aziende e penetra nelle università, per poi ritornare da queste al mondo industriale sotto forma di laureati e dottori di ricerca, i quali ne vanno così a costituire l’asset tecnologico stabile. Il settore aerospaziale è per sua natura evolutivo, dinamico, adattativo e in questo momento la filiera circolare esigenza-ricerca-formazione-industria sta veramente iniziando a fornire ottimi frutti.

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Direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali, Politecnico di Milano

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