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«In Italia meno sussidi per stare a casa, più incentivi a chi riapre e crea lavoro»

Orlando Barucci (Vitale & C.): «Serve una scossa per rilanciare i consumi. I soldi pubblici siano un moltiplicatore della ripresa, non l’unica leva»

di Alessandro Graziani

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(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

«L’aiuto d’emergenza dello Stato alle famiglie e alle imprese è inevitabile in questa fase. Ma deve rappresentare una scossa per ripartire e avere un effetto moltiplicatore sul sistema incentivando i consumi e gli investimenti. Gravare le imprese di nuovi debiti dà ossigeno ma non è la soluzione». Orlando Barucci è il presidente di Vitale & C., la società di consulenza finanziaria fondata da Guido Roberto Vitale (scomparso poco più di un anno fa). Da anni Barucci e il team di banchieri di Vitale & C. sono consulenti di aziende grandi, medie e piccole ed operano a stretto contatto con investitori italiani ed esteri. Ecco alcune sue proposte per scuotere il sistema Italia dalla attuale drammatica crisi economica.

All’emergenza economica lo Stato ha risposto con interventi tampone di tipo assistenziale. Cassa integrazione per i lavoratori e liquidità d’emergenza alle imprese, pur con tutte le lentezze burocratiche ormai note. È la strada giusta da seguire anche nei prossimi mesi?

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L’emergenza e il lockdown totale speriamo stiano per finire. Ora siamo alla fase delle riaperture che in molti settori, penso ad esempio a turismo, retail, cultura e tempo libero, saranno fortemente condizionati dal distanziamento sociale. L’intervento dello Stato è utile se non è puramente assistenziale ma se funge da moltiplicatore dell’attività economica. Vale per i consumi, per incentivare le aperture ma anche per le necessarie ricapitalizzazioni delle imprese.

Partiamo dai consumi. Come potrebbe avvenire la “scossa” di cui parla?

La priorità è dare fiducia e prospettiva. Si valutino con attenzione quali settori hanno un maggiore effetto leva sul Pil e si azionino una serie di incentivi fiscali a tempo determinato, penso al credito di imposta, per chi fa acquisti e spende. Più che dare stipendi di Stato, è preferibile che le stesse somme siano indirizzate ad incentivare direttamente la ripresa del consumo, elemento essenziale per chiudere il ciclo economico.

È contrario alla cassa integrazione per chi sta a casa perché l’azienda è in crisi?

Non dico questo, ci mancherebbe, in alcuni casi è inevitabile. Ma molte aziende di vari settori stanno valutando se nei prossimi mesi riaprire lavorando al 50% del potenziale o tenere chiuso. I contributi dello Stato devono servire per tenere aperte le attività, non a restare chiusi sperando di sopravvivere con le sovvenzioni pubbliche. Pensiamo soprattutto al settore del turismo o al tempo libero in generale.

Tenuto conto del distanziamento necessario tra le persone, per alberghi, ristoranti, bar e servizi turistici vari, si profila un dimezzamento del fatturato. Cosa propone?

Va ribaltata la modalità d’intervento dello Stato. Sento molti operatori del turismo fare questo ragionamento: se sto aperto e incasso il 50% in meno del solito, non copro neanche i costi e quindi non riapro anche perché i dipendenti sono coperti dalla Cig. Lo Stato allora intervenga per tenere aperte le attività riducendo il punto di pareggio dei conti con sgravi fiscali e contributivi.

Il costo per le finanze pubbliche è simile. Cosa cambia?

Cambia la prospettiva, perché stando aperti si tutela l’avviamento delle società e la continuità aziendale. E si dà il messaggio che gli italiani riprendono a rischiare e non a stare a casa. Senza contare il valore promozionale, anche in vista della successiva stagione turistica, di far vedere già questa estate che l’Italia è ripartita.

Insomma, lei suggerisce di non abbandonarsi alla “depressione” post Covid e accelerare la ripresa della vitalità imprenditoriale?

Assolutamente, è questa la forza del nostro Paese. Giustamente è stato detto che l’Italia doveva riaprire velocemente le filiere industriali, tipo la componentistica, per non essere sostituiti nella catena del valore da produttori di altri Paesi. Ma una nuova dinamicità è necessaria in tutti i settori che devono continuare a presidiare i mercati di sbocco.

Pensa soprattutto all’export delle aziende italiane?

Le grandi fiere espositive sono state sospese e rinviate di un anno, pensiamo al Salone del Mobile. Le aziende italiane del settore non possono restare per un anno distanti dai loro mercati. Servono investimenti di marketing e promozione e lo Stato può aiutarle con politiche mirate di incentivi fiscali.

L'emergenza per molte imprese è la crisi di liquidità. Lo Stato sta intervenendo con proprie garanzie. Ma si tratta di nuovi debiti. Sono sostenibili dalle aziende? Il Governo ipotizza ricapitalizzazioni pubbliche. Condivide?

L’incremento del debito, come detto, può dare ossigeno ma rischia di mettere in crisi molte aziende già entro fine anno. Servono aumenti di capitale, non c’è dubbio. Anche in questo caso, credo che lo Stato debba agire da moltiplicatore degli investimenti e non sostituirsi ai capitali privati. L’idea di nazionalizzare le Pmi, sinceramente, non mi convince affatto. Piuttosto lo Stato agisca da leva: se un’impresa privata ricapitalizza per 100, il pubblico aggiunga 20 o 30 a fondo perduto e incentivi le ricapitalizzazioni con strumenti fiscali.

Il suo vecchio maestro Guido Roberto Vitale cosa direbbe davanti a queste difficoltà del Paese?

Direbbe che bisogna andare avanti, con coscienza, razionalità e coraggio, cogliendo le opportunità che si presentano, e accettandone i rischi.

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