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«Mentre altri organizzano la criminalità, noi organizziamo la speranza»

Gerhard Bantel, agente alla Borsa di Zurigo, ad un certo punto decide «la vita va investita e non consumata». Si trasferisce nella Locride, in Calabria per dedicarsi agli ultimi, spinto dalla fede ma anche dall’idea del mercato. Contribuisce alla fondazione del Gruppo Goel, che in 20 anni è diventata una realtà economica importante della regione, coniugando mercato e solidarietà secondo «un’etica che non è solo giusta ma anche efficace»

di Giuseppe Chiellino

Filiera virtuosa. Oggi, dopo quasi vent’anni di attività, il gruppo Goel sfiora i 10 milioni di euro di fatturato aggregato, realizzato da circa 50 realtà, tra cui 13 cooperative sociali, due cooperative agricole, due associazioni, una fondazione e più di 30 aziende, prevalentemente agricole. Come gruppo conta 350 dipendenti

6' di lettura

Quando gli chiedo come ha fatto da agente di Borsa a Zurigo ad arrivare nelle campagne di Roccella Jonica, nella Locride, per occuparsi di bambini e ragazzi in difficoltà, Gerhard Bantel ha la risposta pronta: «In treno» dice sorridente. Un viaggio in direzione opposta a quella di centinaia di migliaia di meridionali in cerca di una vita migliore. È una domanda che gli fanno in tanti.

Della Svizzera tedesca conserva ancora l’accento aspro, addolcito, si fa per dire, dalle inevitabili contaminazioni calabresi. «Sono le mie radici, e non vedo l’ora di portarci mio figlio, quattordici anni, adottato un anno fa con mia moglie Annalisa».

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A convincerlo a lasciare la società di private banking per cui lavorava a Zurigo, poco più che ventenne, dopo un periodo di formazione a Wall Street pagato dalla banca e stage in diversi broker, è stata «la chiamata spirituale di Gesù che mi ha spinto a dedicarmi ai bambini più bisognosi di attenzione e di cura. Rientrato da New York frequentavo un centro giovanile che aveva adottato un bambino a distanza del Centro Emmaus di Roccella, fondato da un missionario svizzero, Ernesto Bretscher, alla fine degli anni 60. Così nell’estate del 1981 decisi di venire in Calabria, a vedere con i miei occhi». Allora il Centro Emmaus si prendeva cura dei figli dei lavoratori calabresi emigrati. «Sei, sette figli sotto un tetto, a occuparsi di loro giovani mamme in molti casi abbandonate dagli uomini che altrove si erano costruiti un’altra vita e un’altra famiglia. Erano situazioni di forte disagio».

«La vita deve essere investita non consumata»

In quell’estate di 40 anni fa per Gery, come lo chiamano qui, trova la sua strada. Capisce che occuparsi di bambini in difficoltà è una vocazione. È giovane e non ha alcuna intenzione di continuare a «passare il tempo al telefono per tranquillizzare ricchi clienti, ultramilionari angosciati per la perdita di qualche migliaio di franchi». Realizza che «la vita deve essere investita, non consumata» e applica così le logiche dei mercati finanziari alla sua scelta di vita.

Ma il rendimento che cerca Gerhard non è in franchi svizzeri. Perciò, rientrato a Zurigo, parla con la banca e concorda ancora un anno di lavoro, per «restituire» ciò che comunque aveva ricevuto in formazione. Studia per diventare insegnante, diventa missionario della Chiesa Evangelica della Riconciliazione, condivide il suo progetto con Annalisa e si trasferisce in Calabria per realizzare il suo “investimento”.

Facciamo le cose perché si vendono

Lo incontriamo al Centro Emmaus di cui Gerhard e sua moglie oggi sono responsabili, tra ulivi e aranceti, a un pugno di chilometri dal mare. Una casa famiglia per 10 ragazzi in difficoltà e comunità educativa che accoglie minori non accompagnati. Un luogo semplice ma accogliente e vitale, dove i ragazzi provano, a guarire dalle ferite della vita. Sotto la grande quercia, un anfiteatro per i momenti di comunità. Un piano è destinato all’ospitalità di gruppi e famiglie per l’estate: «Vengono qui per rilassarsi, ma anche per riempirsi di speranza». A fianco, c’è il nuovo campo sperimentale con le piantine di avocado, «perché olio e agrumi calabresi soffrono sempre di più la concorrenza della sponda Sud del Mediterraneo, bisogna guardare oltre e cogliere le richieste del mercato. Qui non facciamo le cose perché sono belle, ma perché si vendono». Una di queste è il progetto di promozione della biodiversità in agricoltura che il gruppo Goel e Comunità Progetto Sud stanno costruendo in collaborazione alcune grandi aziende italiane. «L’obiettivo è valorizzare la ricchissima biodiversità di questa regione per diversificare le produzioni agricole e creare valore e posti di lavoro. Siamo sempre in fermento...».

Go’el, il riscattatore

A Roccella Gerhard non è solo. Sin dalla fondazione è una delle colonne portanti di Goel, gruppo cooperativo che, in silenzio ma con la riconosciuta caparbietà calabrese, è diventato una realtà economica importante della regione. Nella Bibbia il “go’el” è il re difensore dei deboli, di chi è senza protezione ed è ridotto in schiavitù, il “riscattatore”. A metà degli anni 90, un vescovo arrivato da Trento, Giancarlo Bregantini, trova nella diocesi di Locri-Gerace le condizioni e le persone in grado di attivare energie per il riscatto. Che qui vuol dire, anche e in primo luogo, liberarsi dal giogo della ’ndrangheta. Il lavoro, legale, libero e dignitoso, è il primo passo. Promozione sociale e opposizione attiva alla criminalità e alle logge massoniche deviate seguono a ruota. «Per dimostrare quanto e come l’etica non sia solo giusta ma possa anche essere efficace». Con questi obiettivi, nel 2003 nasce Goel che promuove nella Locride il modello economico cooperativo. Si comincia con le serre per i frutti di bosco. Poi si passa agli ulivi e agli agrumi. Olio e arance sono una ricchezza controllata da poche mani che impongono prezzi, assunzioni, mezzi agricoli. Goel dà speranza a chi non vuole cedere al ricatto e organizza i piccoli agricoltori, dà loro i mezzi, centralizza i servizi acquista il prodotto riconoscendo il giusto prezzo; crea il marchio Goel Bio e cerca i canali di vendita disposti a pagare la differenza. «Con monsignor Bregantini abbiamo vissuto un’esperienza di illuminato ecumenismo. Quando nel 2007 è stato... “promosso” alla diocesi di Campobasso, io e Vincenzo Linarello, con cui ho condiviso sin dall’inizio questa esperienza, dopo lo smarrimento iniziale, ci siamo guardati e ci siamo detti: vuol dire che siamo diventati grandi e possiamo camminare da soli». Così è stato. Poi sono arrivati il marchio di moda etica Cangiari, il turismo responsabile e ora Campus Goel, un incubatore d’imprese etiche. «Abbiamo registrato due brevetti internazionali per centraline di misurazione atmosferica che rilevano incendi e inquinamento atmosferico nel raggio di 20 km. L’idea è di una scienziata calabrese che abbiamo aiutato nello sviluppo del progetto». L’obiettivo è presentarsi al mercato nella primavera 2024.

Contro le cosche non servono i soldi, serve la speranza

«Contro le cosche i soldi non bastano perché loro ne hanno tanti, troppi. Non si può competere. Per scardinare questo sistema abbiamo bisogno di un’altra leva, la speranza. Le cose possono cambiare. Se c’è la volontà di cambiarle la strada si trova. La Calabria non ha bisogno di eroi, ha bisogno di persone che lavorano insieme per cambiare le cose. Questo fa Goel. Facciamo comunità. Organizziamo la speranza, mentre altri organizzano la criminalità». La speranza, però, «ha bisogno di concretezza», altrimenti evapora nella disillusione. Concrete sono le “feste della ripartenza” che qualche anno fa «ci siamo inventati per rispondere con la solidarietà agli attentati che colpivano i nostri soci, ricomprando un trattore incendiato o ricostruendo il capannone distrutto». E sono state molto efficaci: «Hanno smesso di colpirci. Ci stiamo chiedendo quale strategia ci sia dietro questa scelta, ma intanto è un fatto che non abbiamo più avuto attentati».

Una filiera per tutelare i più deboli

Oggi, dopo quasi vent’anni di attività, il gruppo Goel sfiora i 10 milioni di euro di fatturato aggregato, realizzato da circa 50 realtà, tra cui 13 cooperative sociali, due cooperative agricole, due associazioni, una fondazione e più di 30 aziende, prevalentemente agricole. Come gruppo conta quasi 350 dipendenti e difende la dignità del lavoro di tutti, soprattutto i più vulnerabili. Insieme all’agricoltura, Goel affronta un’altra grande debolezza del territorio, i servizi socio-assistenziali. «Abbiamo lavorato per creare una filiera che tutela i più deboli: gli inserimenti lavorativi di persone svantaggiate nelle nostre aziende o nelle nostre cooperative non sono un impiccio ma opportunità. Queste persone diventano risorse per le imprese e le loro vite sono riscattate». Ma anche chi lavora nell’assistenza deve essere tutelato: «Quindici anni fa nella Locride il sindaco sceglieva qualche donna del paese che per 5-6 euro all’ora facesse assistenza domiciliare: era un modo per creare nuovi deboli a cui affidare chi debole era già. Chi si prende cura delle persone vulnerabili deve avere condizioni economiche dignitose: secondo noi non meno di 18 euro all’ora. E nel tempo siamo riusciti a convincere anche gli amministratori locali che è giusto così. In qualche caso possiamo vantarci di aver aiutato la pubblica amministrazione a fare bene la pubblica amministrazione. Il prossimo passo sarà l’edilizia, guardando ancora una volta ai settori in cui più forti sono la presenza criminale e lo sfruttamento dei deboli».

Nato nella Locride, Goel si sta estendendo in tutta la Calabria: «Abbiamo soci nella Piana di Gioia Tauro, a Soverato e nel Vibonese dove da poco sono entrate in Goel Bio le aziende di Maria Chindamo, uccisa dalla ’ndrangheta, e di suo fratello Vincenzo. Abbiamo aspiranti soci anche in provincia di Cosenza, fino alla Piana di Sibari. Un modello, basato su legalità, dignità delle persone e sostenibilità ambientale, che silenziosamente si sta estendendo a tutta la regione, nonostante il nostro Protocollo Etico sia molto rigido e comporti tempi lunghi per l’ammissione di nuovi soci. Se vogliamo restare liberi non possiamo scendere a compromessi, ne va della credibilità che abbiamo costruito in vent’anni».

La diffidenza di un popolo sfruttato

Della Calabria Gerhard ama «i contrasti forti della natura, soprattutto d’estate. È difficile trovare altrove la stessa intensità». E dei calabresi? «Mi piace la grande capacità di accogliere, di mettere la relazione in cima a tutte le priorità, così come la capacità di fare del bene. Non mi piace invece la diffidenza, il tratto negativo più evidente. Ma di chi può fidarsi un popolo che è sempre stato sfruttato?».

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