Opinioni

Mentre gli Usa difendono le Pmi, l’Europa che fa?

Negli Stati Uniti hanno capito che proteggere le piccole imprese crea più concorrenza

di Gustavo Piga


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(Afp)

3' di lettura

È passata quasi sotto silenzio la notizia che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo scorso il 15 luglio ha emesso un executive order (il numero 13881, “Maximizing use of American-made goods, products, and materials”) in tema di appalti pubblici federali. Tale decisione rafforza l’enfasi protezionistica statunitense nella galassia dei suoi appalti e acquisti pubblici, all’interno della più ampia politica di regolamentazione all’insegna del Buy American (compra americano), dando ulteriore, maggiore, preferenza a beni, servizi e lavori con contenuto “domestico”.

Già prima di questa nuova regola, se quanto offerto alla Pubblica amministrazione veniva prodotto negli Stati Uniti e conteneva un appropriato livello di valore aggiunto riconducibile a ditte statunitensi, l’azienda americana otteneva una cosiddetta “preferenza di prezzo” di un certo ammontare, ovvero poteva risultare vincitrice anche in presenza di offerte di imprese non americane più competitive.

Le novità introdotte dal 13881 sono di due tipi: da un lato, la diminuzione della soglia critica di valore aggiunto creato in America per essere qualificato come “non statunitense”, che è stata abbassata dall’attuale amministrazione dal 50% al 5% per acciaio e ferro e al 45% (ma con la possibilità nel tempo di scendere al 25%) per tutto il restante degli acquisti; dall’altro l’aumento della preferenza di prezzo per l’azienda statunitense che sale dal 6 al 20% (dal 12 al 30% per le Pmi americane), favorendole ulteriormente in fase di gara.

In realtà a ben guardare, come fa il giurista statunitense Christopher Yukins in una sua recente analisi, l’ordine esecutivo ha meno impatto di quanto non possa sembrare: primo, non si applica per acquisti sopra i 180mila dollari né per i micro-acquisti sotto i 10mila dollari e, secondo, stenta a essere applicata al settore strategico della difesa a causa di accordi di reciprocità con gli alleati americani.

Sta di fatto che, dei circa 500 miliardi di dollari di acquisti statunitensi, meno del 2% sarà toccato dall’ordine esecutivo, essendo esclusi i contratti più ingenti dove agiscono le grandi imprese. Di fatto parrebbe più l’ennesimo provvedimento a favore delle Pmi americane che un vero e proprio rigurgito protezionistico di cui preoccuparci immediatamente a casa nostra. In attesa che si materializzi la tanto (e, finora, inutilmente) attesa operatività del Buy American all’interno del disegno di legge sulle grandi infrastrutture, ancora bloccato politicamente, verrebbe da chiedersi se non si tratti di tanto rumore per nulla.

Forse sì, per un analista statunitense che guarda all’impatto sul proprio Paese. Forse no, se paragoniamo l’attivismo americano in termini di politica industriale tramite gli appalti a quello europeo e quello nostro nazionale.

È infatti dal 1953, con l’amministrazione Eisenhower, che gli Stati Uniti con lo “Small business act” utilizzano le preferenze per le Pmi negli appalti pubblici come terreno di politica industriale per far crescere e maturare le proprie piccole aziende, una quota delle quali imparerà a sopravvivere nel complesso mondo aperto della competizione globale, e si affermerà nel tempo grazie proprio alla protezione ricevuta nei primi anni di attività tramite la domanda pubblica a essa riservata. Trump non fa eccezione a questo comune sentire, è soltanto il più recente dei Presidenti americani che sostiene l’idea che dalla protezione delle piccole imprese nel mondo degli appalti nascerà più, e non meno, concorrenza. In realtà queste politiche sono attive in quasi tutte le aree geografiche del mondo, meno che nel nostro continente. L’Europa su questo tema della protezione negli appalti alle Pmi fa da tempo orecchie da mercante e si priva di un’arma potente per rivitalizzare l’imprenditorialità nel continente.

Ma siamo anche noi, la culla delle Pmi, che mostriamo di non comprendere la portata rivoluzionaria che avrebbe per il nostro Paese, le cui piccole imprese sono state devastate dalle crisi di questo inizio di secolo, una politica degli appalti seriamente mirata a esse. Si pensa, tipicamente, solo alle grandi imprese, specie quando già in crisi. Lo dimostra l’ultima decisione, il cosiddetto “Progetto Italia”, nuovo gigante delle grandi opere sostenuto dalla Cassa depositi e prestiti e creato per salvare alcune delle nostre più grandi imprese di edilizia, che secondo Ance «così come congegnato» può avere «effetti distorsivi sulla concorrenza», a danno ovviamente delle piccole e medie imprese del settore.

Gli Stati Uniti lo insegnano chiaramente: non pensando per le piccole, smettiamo di pensare in grande.

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