Arti visive

Meravigliose geometrie del reale

di Stefano Salis


default onloading pic
Uno dei rari usi del colore di Franco Grignani. «Proiezione ondulata», 1965, olio su tela, 96 x 134 cm

5' di lettura

All’età di soli 21 anni, nel 1929, Franco Grignani scatta una foto profetica. Di enigmatica bellezza, di intensa qualità fotografica, di un rigore «ambiguo», che mischia alla solenne geometria delle forme l’imperscrutabile gioco di luce e ombra, che conferiscono alla realtà dell’oggetto una relazione immediata e indifferibile, ontologicamente decisiva, con chi quell’oggetto sta guardando. Il «Fotogramma con rete a spirale» raffigura, su fondo nero, una banale rete metallica attorcigliata, le curve diventano sempre più larghe, a partire dal “centro” della spirale che è collocato sulla sinistra del campo visivo, gli esagoni di fil di ferro si distorcono e la luce che li colpisce conferisce loro un andamento tremulo eppure matematicamente ineccepibile. Il famoso principio di indeterminazione di Heisenberg, in fisica quantistica, è stato appena enunciato, nel 1927; tra i suoi corollari – la dico in soldoni, per quello che può saperne un non esperto – c’è quello che l’osservatore “interferisce” direttamente con l’esperimento, con ciò che osserva: epistemologicamente è una nozione rivoluzionaria.

Un maestro del graphic design

Un maestro del graphic design

Photogallery27 foto

Visualizza

Qualche anno dopo, lo stesso Grignani farà un altro scatto decisivo: una sedia Thonet scassata. L’impagliatura è rotta: la perfetta geometria di linee rette che incrociandosi all’interno di un perimetro circolare formano – sul piatto della sedia – un reticolo di minuti poligoni regolari è andato a farsi benedire. «Le curve della Thonet» precipitano così in forme nuove, in una tensione geometrica che scuote l’immagine. Ridotta ai minimi termini, l’osservazione di questa “sedia” (o è una semplice, pura, forma geometrica irregolare, ora?), stavolta nera su campo bianco, non è altro che un insieme di linee, di vibrazioni, di forze vettoriali che si scatenano nell’immobilità perenne dello scatto.

Bianco e nero; nero e bianco: Franco Grignani ha, praticamente, sempre giocato con questi due sublimi non-colori. Linee di forza, movimenti minimali e irresistibili, scarti euclidei che conferiscono alle immagini da lui prodotte tensioni, torsioni, vibrazioni, spasmi ghiacciati ineludibili: uno stillicidio di sensazioni ibernate nel confine di una tela, di una foto, di una copertina, di un marchio, magari quello, celeberrimo, e, di nuovo, sunto delle sue ricerche, della Pura Lana Vergine: curve avvolgenti e morbide che accarezzano l’occhio dello spettatore, o, almeno, così sembra.

Ancora. Stavolta è la foto a ritrarre lui. Anni 80: Grignani è in perfetto ordine: un austero settantenne senza un capello fuori posto e guarda dritto in camera. Indossa il camice, come una volta facevano i grafici e gli architetti (superbissima artigianalità), davanti a lui il tavolo ricolmo dei “ferri del mestiere” di un artista, fogli, carte, pennelli, matite, inchiostri. Dietro di lui, alcuni suoi quadri: quelle perfette geometrie ossessive e ipnotiche, da perderci la testa a guardarle, vigilano sul tempo fermo dello scatto. In quei quadri, in quelle figure assolutamente rigorose, ecco, sta succedendo, e continuerà a succedere, per sempre, di tutto. I quadri hanno un movimento interno, una tensione insopportabile, sotto certi punti di vista, per gli occhi dell’osservatore.

Insomma, basta. Dicevo che la foto del 1929 era profetica. Proprio così: dall’osservazione della natura, degli oggetti, delle regole che sottostanno le cose, e che spesso non vediamo se non facciamo molta molta attenzione, Grignani trae linfa per il suo futuro e la sua ricerca, condotta, fino alla morte, nel 1999, che intreccia arte, design, fotografia, grafica editoriale: intreccia ragionamento ed emozione. E lo testimonia, ancora una volta, la strepitosa mostra in corso, ancora per una settimana, al Max Museo di Chiasso, intitolata coraggiosamente (fa un bel po’ anni 70) «Franco Grignani. Polisensorialità fra arte, grafica e fotografia», a cura di Nicoletta Ossana Cavadini e Mario Piazza.

Le due foto descritte (la rete e la thonet) fanno parte della serie di 30 scatti che inaugurano il percorso, correttamente, e che verranno riproposte a partire dal febbraio 2020 al Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello; la terza (lui nello studio) è nell’ottimo catalogo (Skira, pagg. 382, € 36), nel denso e narrativamente ben riuscito saggio di Mario Piazza.

La mostra è una selezione di quasi 300 pezzi e spazia davvero in tutta l’opera (vastissima) di Grignani che è artista a tutti gli effetti, anche se nella vita ha finito per fare, soprattutto, e con successo, il graphic designer. Allestita con intelligenza, permette di venire a contatto con le sue multiple espressioni e contribuisce alla rinascita dell’interesse verso questo grandissimo eclettico del Novecento italiano (io vedo delle affinità con alcune ricerche munariane; i due, coetanei, si conoscevano e si intrecciarono nelle loro sperimentazioni, ma è un’altra storia), dopo le esposizioni, con altrettanti importanti cataloghi, alla Galleria del Credito Valtellinese di Milano, alla Estorick Collection di Londra e presso la Galleria milanese 10 AM Art. È un’operazione che avviene sotto l’attenta regia della figlia, Manuela Grignani Sirtoli, che custodisce e cerca di diffondere l’opera del padre: e ce n’era bisogno, perché di autori così importanti – ha del tutto anticipato la op art – e trascurati non ce ne sono tanti.

In più, l’opera di Grignani – che, ripeto, è tutta concentrata sul fenomeno della percezione dell’occhio e sulle storture ingannatrici di esso, sul cervello e sull’effetto che l’interazione tra spettatore e opera stabilisce – se riletta da altri punti di vista, consente anche una riflessione più ampia sul rapporto tra le arti – la vecchia questione tra grafica e arte propriamente detta: qui è evidente che non c’è nessun confine – e sul ruolo della committenza in un campo così commerciale, eppure al confine dell’arte pura, come la grafica pubblicitaria. Mi riferisco all’importantissimo ruolo che riveste, nella carriera di Grignani, il rapporto con la casa farmaceutica Dompé, che gli commissiona le pubblicità per i suoi medicinali (il Cardioritmon, l’Artrosil, il Guaiacalcium...) e gli dà la direzione artistica della rivista «Bellezza d’Italia»; mi riferisco alle innovative campagne per Alfieri & Lacroix («tipolitozincografia in Milano»); mi riferisco ai molti marchi pensati e realizzati con aziende che avevano il coraggio di puntare su segni così innovativi, di rottura. Una civiltà imprenditoriale alleata con l’arte (letterati, grafici, pittori) che ha fatto la fortuna di questo Paese e che mi sembra, ora, tranne minime eccezioni, del tutto scomparsa.

In un testo del 1986, Grignani aveva scritto queste note: «Ho solo il mio lavoro che esce da una lunga e vissuta sperimentazione e da metodologie personalissime. Non ho fatto parte di gruppi-pecore; non ho diviso idee con altri e sono in ritardo di esecuzione rispetto ai progetti che si accumulano in una grossa cartella dal titolo “Lavori per il futuro”». Il futuro, invece, ha lavorato per lui: oggi Grignani è più attuale che mai. Di sicuro è un maestro. E, stavolta, non è un mia percezione; direi che è proprio un fatto.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...