AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca e sfrutta l'esperienza e la competenza dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni. Scopri di piùDopo l’inflazione Usa

Mercati ormai quasi certi: i rialzi Fed sono finiti. Avranno ragione?

I dati sui prezzi al consumo (e quelli sul mercato del lavoro) rafforzano la narrativa ottimista di un «atterraggio morbido» dell’economia Usa e riducono sotto al 10% le attese di ulteriori strette a settembre (e oltre). Ma Washington resta ancora «dati dipendente».

di Maximilian Cellino

3' di lettura

Torna a salire l’inflazione made in Usa, meno però di quanto ci si potesse attendere, mentre le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione lasciano intravedere qualche granello di sabbia nell’ingranaggio finora ben oliato del mercato del lavoro a stelle e strisce. Non potevano augurarsi forse di meglio ieri gli investitori che puntano su una nuova pausa della Federal Reserve (forse anche definitiva) sui tassi il mese prossimo, che si sono infatti visti correre ad acquistare azioni e (almeno in un primo momento) titoli di Stato, vendendo quasi esclusivamente dollari e riportando l’euro sopra quota 1,10.

Il bilancio di giornata

Gli indici di Wall Street si sono involati in apertura di seduta, fornendo così un’ulteriore spinta a un’Europa in precedenza già ben intonata: Piazza Affari ha chiuso con un rialzo dello 0,94% mettendosi per il momento alle spalle la vicenda della tassazione sugli extraprofitti delle banche che aveva provocato tempesta due giorni prima, imitando Francoforte (+0,91%) e seguendo Parigi (+1,52%) e Madrid (+1,54%). Hanno invece oscillato i rendimenti dei titoli di Stato: quelli Usa, scesi nell’immediato sulla scadenza decennale sotto il 4%, hanno poi recuperato terreno. Quelli Europei sono rimasti sui livelli elevati della vigilia, con Bund al 2,50%, BTp al 4,14% (nel giorno in cui il Tesoro ha collocato 8 miliardi di BoT annuali a un rendimento in calo al 3,82%) e spread Italia-Germania a 164 punti base. Anche perché il bollettino Bce ha ribadito che i tassi di interesse dell’Eurozona saranno «fissati su livelli sufficientemente restrittivi finché necessario».

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Pausa (definitiva?) in arrivo

Cosa abbia generato ottimismo fra gli operatori è piuttosto facile da intuire e viene prontamente spiegato dagli analisti: Michelle Cluver, Portfolio Strategist di Global X, parla di «indicatori incoraggianti sull’inflazione per i mercati e per le aspettative della Fed» proprio perché vanno incontro allo scenario largamente auspicato da tutti di un «potenziale atterraggio morbido» della prima economia mondiale. Un ragionamento tradotto nella pratica da Greg Wilensky, Head of Us Fixed Income di Janus Henderson, quando sottolinea che quanto pubblicato ieri «aumenta la probabilità che la Fed mantenga i tassi invariati a settembre», prima però di invitare alla cautela perché «resta ancora molto tempo e molti dati in arrivo prima della prossima riunione».

Le attese dei mercati

L’idea generale sembra tuttavia essere che «se i dati sull’occupazione negli Stati Uniti in agosto dovessero deludere e il prossimo rapporto sull’inflazione non mostrasse alcun grande rimbalzo, l’aumento dei tassi a settembre sembrerebbe molto incerto», per dirla con le parole di Walid Koudmani, chief market analysts di Xtb. Che a sostegno della tesi porta il fatto che i mercati monetari abbiano ulteriormente ridotto le loro aspettative: «ora - precisa l’analista - assegnano solo il 10% di possibilità a una stretta a settembre e circa il 20% a una mossa simile nella riunione successiva in programma a novembre».

Supponendo che i dati economici si evolvano come ci aspettiamo nei prossimi mesi, riteniamo di aver visto l’ultimo rialzo di questo ciclo

Janus Henderson Greg Wilensky

Una buona dose di investitori, la maggioranza, sembrerebbe dunque pensare che la nuova pausa verso cui viaggia Washington sia quella definitiva per l’attuale fase restrittiva di politica monetaria. «Supponendo che i dati economici si evolvano come ci aspettiamo nei prossimi mesi, riteniamo di aver visto l’ultimo rialzo di questo ciclo», aggiunge Wilensky, che in termini pratici si dichiara «più costruttivo sull’aggiunta del rischio di tasso d’interesse, in particolare nella parte anteriore della curva».

Dopo due dati consecutivi sull’inflazione più bassi delle aspettative alcuni investitori sono forse troppo ottimisti nell’aspettarsi un taglio dei tassi nel primo trimestre del 2024

Moneyfarm Richard Flax

C’è però chi preferisce adottare un atteggiamento più prudente, che in qualche misura serve anche a spiegare il rallentamento dei mercati dopo l’accelerazione immediatamente successiva alla pubblicazione degli indici. «Dopo due dati consecutivi sull’inflazione più bassi delle aspettative alcuni investitori sono forse troppo ottimisti nell’aspettarsi un taglio dei tassi nel primo trimestre del 2024», avverte Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, che da parte sua invita a non cantare troppo presto vittoria perché «probabilmente sentiremo parlare molto della dipendenza della Fed dai dati, vista la sua cautela». La sua appare al momento una voce quasi fuori dal coro, ma proprio per questo motivo non è da sottovalutare.

Riproduzione riservata ©
  • Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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