politica e finanza

Mercati, perché ignorarli è un errore. Quando il conto lo pagano banche, famiglie e imprese

di Vittorio Carlini

Lo spread sale, ci dobbiamo preoccupare?

3' di lettura

I mercati spesso vengono agitati come “spauracchio” per indurre timore. Per influenzare le scelte politiche dei più: dal rappresentante politico fino al semplice cittadino. Un errore. Nel recente passato (basta ricordare i timori di “Armageddon” rispetto all’eventuale bocciatura della riforma costituzionale voluta dall’ex premier Matteo Renzi) diverse sono le prove che testimoniano come i mercati non vantino (ancora) un potere assoluto sulle nostre vite. Ciò detto, però, non si può neanche fare finta che non esistano. Cioè: non si può pensare che non abbiano alcuna influenza sul mondo reale. La iper-finanziarizzazione della nostra società implica l’esistenza di canali d’influenza (in entrambe le direzioni) tra l’economia di carta e quella reale.

I rendimenti dei titoli di Stato e le banche
Un esempio, rispetto all’Italia, lo fornisce l’andamento dei rendimenti dei Titoli di Stato. Orbene: il mercato obbligazionario ha visto, negli ultimi mesi, un rialzo della nostra curva dei rendimenti. In particolare: dal 15 maggio scorso ( prima bozza di contratto dell’attuale Governo). A quel momento il tasso del BTp decennale si trovava intorno a quota 1,95%; oggi viaggia a circa il 3,18%. La dinamica ha avuto il suo effetto sullo spread con il Bund (la differenza di rendimento tra il governativo italiano e quello tedesco) facendo passare l’indicatore da circa 127 punti base intorno agli attuali 284 punti.

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Insomma: giusto o sbagliato che sia, non si entra qui nella discussione politica, i mercati, in attesa della prossima finanziaria del Governo e a fronte delle mille polemiche con Bruxelles, hanno chiesto un maggiore premio al rischio per investire sul nostro debito pubblico. Il che, ed è qui l’impatto dei mercati, non lascia indifferente la nostra vita quotidiana. Il balzo dello spread implica l’erosione del capitale di prima qualità (Core Tier 1) delle banche italiane (che hanno in portafoglio 353 miliardi di BTp). Una debolezza del patrimonio che incide negativamente sulla capacità degli istituti di credito di erogare prestiti a famiglie e imprese. Giovanni Razzoli di Equita Sim, come già riportato dal Sole24ore, ha stimato che per tutte le principali banche italiane un aumento
strutturale dello spread tra BTp e Bund di 100 punti base comporta un’erosione di 37 punti base nel capitale Core Tier 1. È ovvio che di fronte ad una simile situazione fare finta che il mercato non esista è una stupidaggine.

Le obbligazioni
Ma non è solo una questione di capitale di prima qualità. Altro comparto impattato dal rialzo dei tassi italiani è quello dei bond aziendali. Come già rilevato dal Sole24ore, da inizio anno le emissioni da parte di banche e imprese italiane sono state circa 20 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Da maggio in poi, da quando cioè lo spread ha cominciato a risalire, è venuto a mancare il contributo delle società non finanziarie che negli ultimi 4 mesi hanno realizzato solo 5 operazioni per un controvalore di 3,5 miliardi contro le 23 operazioni dello stesso periodo dello scorso anno, per 12,5 miliardi. Certo: le strategie delle imprese sono influenzate da molteplici fattori. Molte di esse, ad esempio, hanno volutamente allungato le scadenze di modo che il “round” dei ri-finanziamenti si allarghi nel tempo. Ciò detto, però, è indubbio che l’allargarsi dello spread ha giocato il suo ruolo. Una situazione, ed è qui di nuovo l’impatto dei mercati sul mondo reale, che può limitare il finanziamento alle imprese e, di conseguenza, ai loro investimenti.

Non solo. Il rialzo dei tassi, seppure non in maniera automatica, porta con sé il futuro aumento degli oneri finanziari per le aziende (ad esempio sui debiti a tasso variabile). Un incremento dei costi il quale può incidere sulle tasche di ciascuno di noi. Facciamo un esempio. L’imprenditore A produce il prodotto B. Il costo di produzione sull’ultima unità di B arriva, tra oneri operativi (materie prime, stipendi del personale, bolletta energetica et via dicendo) e finanziari, al valore di 8. A vuole guadagnare 2 dalla vendita di B. A mette sul mercato B al prezzo di 10. Ebbene: se con il rialzo degli oneri finanziari i costi salgono a 9 l’imprenditore ha due strade: o mantiene il prezzo invariato, ma riduce il suo margine; oppure alza il prezzo a 11 e mantiene invariato il suo guadagno. Di nuovo, come appare chiaro, i mercati influenzano le nostre vite. Molto di più di quanto si pensi. Pensare che siano un qualcosa che può “dimenticarsi” è follia. Il capitalismo finanziario ci mette niente a sconfiggere il ribellismo alla “Gianburrasca”.

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