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Mercati, tutti i record di una settimana (la seconda del 2020) ad alta tensione

L’indice delle Borse mondiali, delle Borse europee e i tre principali indici di Wall Street hanno aggiornato nuovi record in cinque giornate all’insegna della volatilità, scatenata dalle tensioni (poi ridimensionate) del conflitto geopolitico tra Usa ed Iran

di Vito Lops

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(AP)

3' di lettura

I tre principali indici di Wall Street hanno centrato nuovi record nella seconda settimana finanziaria del 2020 (o del nuovo decennio). È approdato in un territorio inesplorato anche l’indice Msci World, che sintetizza l’andamento delle Borse globali. Nel Vecchio Continente, l’indice azionario Stoxx Europe 600 ha riagganciato il record del 27 dicembre scorso mentre al Dax 30 di Francoforte - forte di un rialzo settimanale del 2% - manca ormai appena mezzo punto percentuale per superare il picco storico che risale al 23 gennaio 2018. Il Ftse Mib di Piazza Affari - che ha chiuso con un guadagno dell’1,35% il bilancio settimanale nonostante la seduta piatta di ieri - ai livelli attuali si colloca al top da maggio 2018 (gli ci vorrebbe però uno scatto del 108% per riportarsi al record del 6 marzo 2000 quando l’indice valeva più di 50mila punti).

Mica male per l’universo della propensione al rischio per una settimana che era cominciata in tutt’altra direzione, con l’impennata della volatiltà in scia alle tensioni geopolitiche tra Usa ed Iran a seguito dell’attentato (3 gennaio) ordito dagli Usa nel quale ha perso la vita il generale iraniano Qasem Soleimani. A questo attacco l’Iran ha risposto nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 lanciando 35 missili contro due basi militari americane in Iraq. A un certo punto gli investitori hanno temuto un’escalation del conflitto e sono corsi al riparo intensificando gli acquisti dei beni rifugio. Tra le valute si sono apprezzati in particolare yen (che si è riportato al top da 3 mesi sul dollaro) e franco svizzero (sui livelli di cinque anni fa nei confronti del biglietto verde).

L’oro, il bene rifugio di ultima istanza, è balzato fino a 1.611 dollari l’oncia, quotazione che non vedeva dal 2013. Dopodiché il valore si è ridimensionato, risultando pressoché invariato in area 1.550 dollari nel computo delle ultime cinque sedute, ma in calo del 3,35% rispetto al massimi toccati nel momento più elevato delle turbolenza tra Usa ed Iran. A conti fatti è stata una settimana di forte contrazione anche per il petrolio che dopo un picco in area 72 dollari al barile (qualità Brent) ha visto flettere il prezzo a 65 dollari registrando un calo del 9% dai massimi e del 5% rispetto ai valori con cui aveva esordito lunedì.

È accaduto che dal pomeriggio di mercoledì sono arrivate dichiarazioni distensive da parte della Casa Bianca, che hanno fatto il paio con quelle del ministro degli Affari Esteri iraniano, Javad Zarif, sull’intenzione di non voler proseguire nelle operazioni militari. A quel punto la volatilità sui mercati è tornata sui livelli consoni ai momenti favorevoli al rischio (indice Vix intorno ai 12 punti) e i capitali sono ritornati sulle azioni, a svantaggio dei beni rifugio che, così come si erano gonfiati in prima battuta, si sono poi rapidamente sgonfiati.

La questione Usa-Iran (non del tutto archiviata) è passata in secondo piano e si è tornato a parlare di intesa tra Usa e Cina sulla guerra dei dazi, il market mover che ormai tiene banco dalla primavera del 2018. I prossimi giorni potranno essere quelli decisivi per la firma della “Fase Uno” dell’accordo sulla tregua commerciale. Una delegazione cinese è attesa a Washington per le formalità. Non hanno frenato il rilancio delle Borse neppure i numeri macro in chiaro scuro arrivati ieri dagli Usa. I dati sul lavoro relativi a dicembre hanno deluso: il mese scorso gli occupati non agricoli sono cresciuti di 139mila unità, contro i 153mila attesi e i 243mila precedenti. Inoltre, nel complesso, nel 2019 l’economia Usa ha creato 2,1 milioni di posti di lavoro (il che ha permesso al tasso di disoccupazione di attestarsi al 3,5%, il livello più basso da 50 anni) ma meno rispetto ai 2,7 milioni del 2018. Qualche segnale di rallentamento dell’espansione è arrivato anche dalla voce “salari”, con la paga media oraria cresciuta del 2,9%, in calo rispetto alle attese (+3,1%).

Buone notizie per l’Italia sul fronte obbligazionario. Nell’ultima seduta, anche per la correzione del Bund e più in generale dei beni rifugio, lo spread con la Germania è sceso sotto i 160 punti (ha chiuso a 156 ma a livello intraday si è portato fino a 152). Alle vendite di titoli tedeschi si sono accompagnati gli acquisti sui BTp, il cui rendimento a 10 anni è sceso all’1,32%, 10 punti base in meno rispetto ai livelli di inizio anno. Inoltre ieri il Tesoro ha collocato in asta i 7 miliardi di euro: il tasso fissato (-0,242%) è risultato in evidente calo rispetto al -0,191% del collocamento precedente. Siamo ai minimi da maggio 2018.

twitter.com/vitolops

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