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Mercatone Uno: non ci sono soldi per i fornitori, ma altri ammortizzatori per i dipendenti

A cinque anni esatti dalla prima amministrazione straordinaria le aziende vantano ancora 200 milioni di crediti prededucibili verso l'ex colosso dell'arredo-casa

di Ilaria Vesentini

Lavoro, Conte incontra delegazione lavoratori Mercatone Uno

A cinque anni esatti dalla prima amministrazione straordinaria le aziende vantano ancora 200 milioni di crediti prededucibili verso l'ex colosso dell'arredo-casa


4' di lettura

Puntano il dito contro i nuovi commissari straordinari i fornitori di Mercatone Uno, che vantano ancora 200 milioni di crediti prededucibili e sono sfiancati dai cinque anni passati a fungere da finanziatori occulti dell'ex colosso italiano del mobile low cost, con il rischio ora di fallire a loro volta per la paralisi produttiva imposta dall'epidemia Covid-19.

La relazione appena presentata al Mise da Antonio Cattaneo, Giuseppe Farchione e Luca Gratteri, che dalla scorsa estate hanno in mano le redini di quel che resta del gruppo distributivo di Imola, non lascia loro troppe speranze, perché «allo stato non vi è evidenza della possibilità di integrale soddisfacimento dei crediti ammessi in prededuzione (quelli dei fornitori, ndr)», scrive la triade commissariale. Saranno le banche, coperte da ipoteche, ad avere la precedenza su ciò che si riuscirà a recuperare dall'eventuale vendita a pezzi dei rami aziendali.

Le accuse dei fornitori
Dei 55 negozi, ormai chiusi da quasi un anno con 1.700 lavoratori disoccupati, solo cinque sono stati venduti alla catena Risparmio Casa (in realtà manca ancora il via libera del Mise alla cessione), per un controvalore di 6 milioni di euro e un altro è finito a una newco romana. Briciole, anche se 161 posti di lavoro sembrano salvi. Ai fornitori resta la strada dell'azione giudiziaria contro gli stessi organi governativi che dal 2015 a oggi «non solo non hanno garantito la conservazione degli asset aziendali ma hanno distrutto valore per circa 500 milioni», denuncia l'Associazione fornitori Mercatone Uno, che chiede conto anche ai nuovi commissari delle scelte portate avanti fin qui: non è stata rispettata la par condicio tra i creditori prededucibili (alcuni pagati in toto, altri no), sono state unificate le insolvenze prima e dopo la fallimentare parentesi Shernon solo a vantaggio dei dipendenti e non dei fornitori e non si è mosso alcun rilievo di responsabilità né verso i precedenti commissari né verso il comitato di sorveglianza, nonostante le richieste di un segnale di rottura arrivate anche dal fronte politico.

Nuove tutele per i dipendenti
Sono passati esattamente cinque anni, era l'aprile 2015, dall'ingresso di Mercatone Uno in amministrazione straordinaria, ex legge Marzano. Dopo tre default di fatto (quello iniziale della proprietà Cenni-Valentini, quello della prima gestione commissariale chiusa nell'estate 2018 e quello della cessionaria Shernon nel maggio 2019) e un mercato della distribuzione non-food nel frattempo massacrato dall'online, l'unica boccata di ossigeno sembra arrivare ancora una volta solo per i dipendenti: il prossimo 23 maggio scade l'ultima finestra di Cig ma i commissari sono al lavoro per aprire un altro anno di cassa straordinaria, grazie alle misure previste dal decreto Genova.

La replica dei commissari
«Siamo abituati a esprimere valutazioni su basi solide e dati definitivi, non a esternare opinioni. Dall'estate scorsa a oggi - replicano Cattaneo, Farchione e Gratteri - abbiamo concentrato il nostro impegno su due fronti: tutelare i lavoratori e salvaguardare il valore aziendale, tagliando i costi e accelerando la cessione degli asset». Nella relazione finale dei tre precedenti commissari (Coen, Sgaravato e Tassinari), che il Mise dopo sette mesi non ha però ancora reso pubblica, «non abbiamo rilevato anomalie contabili – aggiungono - e sul merito della gestione aspettiamo ad assumere posizioni in base all'esito del procedimento sul fallimento Shernon aperto dalla Procura di Milano».

I dati della gestione commissariale e le indagini su Shernon
I numeri in mano ai commissari smontano le accuse mosse dai fornitori contro l'amministrazione straordinaria: dal 2015 al 2019 sono stati fatti pagamenti per 1,1 miliardi, di cui 603 milioni a vantaggio dei fornitori, e la quota di crediti in prededuzione che avanza è di 27 milioni, meno del 5% del totale. Per i primi 25 fornitori di Mercatone Uno, quelli strategici, la quota di mancati pagamenti è appena dell'1,6% e se ci sono stati trattamenti non eguali tra le varie aziende sono legati a logiche di mercato atte a garantire continuità di forniture e assortimenti in negozio. Insomma, più che causare gravi perdite, la gestione straordinaria non è riuscita a rimediare al dissesto iniziale causato da Cenni e Valentini (480 milioni di passivo nel 2015, a fronte di un attivo stimato di 320 milioni) né a trovare un valido acquirente per i 55 negozi e il marchio Mercatone Uno: sulle eventuali responsabilità civili e penali della cessione a Shernon Holding, una newco di fatto già insolvente all'atto di acquisto e fallita in nove mesi con un ulteriore buco di 100 milioni di euro, si pronuncerà a breve il tribunale di Milano.

L'ex Ikea italiana finisce nell'album dei ricordi

I commissari escludono poi la fattibilità tecnica, oltre a intravvedere un danno per i vecchi fornitori, dell'accorpamento delle due procedure di amministrazione straordinaria in un unico procedimento, cancellando di fatto i nove mesi a guida Shernon, visto che il curatore fallimentare non ha annullato l'atto di cessione alla newco di Valdero Rigoni, ma ha solo sciolto il contratto e restituito i rami aziendali al Mise. La retrocessione è stata fatta per i lavoratori al fine di garantire maggiore flessibilità e tutele nella gestione della Cig, ma non ci sarebbe convenienza per i creditori di un'analoga operazione. Così come non spetta ai commissari bensì al Mise la sostituzione dell'organo di sorveglianza, che di fatto non ha esercitato adeguati controlli, visti gli esiti della vendita a Shernon. Quel che è certo è che dello storico marchio di Imola arrivato all'apice del successo negli anni Novanta con le glorie ciclistiche del pirata Pantani e valutato cinque anni fa 30 milioni di euro, oggi non resta nulla: anche le insegne dei 55 punti vendita sono state smontate. Si risparmiano così 600 mila euro di imposte comunali di pubblicità ogni anno.

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