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«Merito» è parola da onorare, come dice la Costituzione

L’inserimento del termine nel dicastero dell’istruzione genera dibattiti. Iinvece viene da lontano

di Vincenzo Salvatore

(AdobeStock)

3' di lettura

L’inaspettato inserimento della specificazione “e del merito” nella nuova denominazione del ministero dell’Istruzione ha alimentato un vivace dibattito sull’opportunità di tale innovazione, evidenziando le insidie derivanti dall’esplicito riferimento al termine merito, la cui accezione si presta a interpretazioni ambigue.

Cercando di non farmi irretire dalle strumentalizzazioni e dalle logiche di schieramento che hanno in larga parte caratterizzato le contrapposizioni politiche al riguardo, credo che si debba considerare la rilevanza che la nostra Costituzione attribuisce al merito.

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Un primo riferimento è contenuto proprio nell’art. 34, dedicato alla scuola e all’istruzione, che afferma il diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi. La stessa norma dispone poi che la Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. E già ciò potrebbe giustificare – se non, visto da un’altra prospettiva, rendere addirittura pleonastico in quanto implicito – il riferimento al merito nella nuova denominazione del ministero dell’Istruzione.

Ma non è il solo riferimento contenuto nella Costituzione. L’art. 59 attribuisce infatti al Presidente della Repubblica il potere di nominare senatori a vita cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario e l’art. 106 consente, su designazione del Consiglio superiore della magistratura, di chiamare all’ufficio di consiglieri di cassazione, per meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che abbiano 15 anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori.

È indiscutibile pertanto la rilevanza costituzionale che il nostro ordinamento assegna al merito, la cui valorizzazione va perseguita peraltro nel rispetto degli altri princìpi costituzionalmente garantiti, primi fra tutti quelli di pari dignità sociale, di uguaglianza e non discriminazione sanciti dall’art. 3. Per quanto riguarda l’istruzione – e ciò vale non solo per la scuola dell’obbligo ma si estende a tutto il percorso formativo, dall’asilo al dottorato di ricerca – valorizzare il merito significa promuovere il talento, consentendo soprattutto a chi proviene da una situazione familiare, sociale, economica, culturale meno favorevole o disagiata di avere le stesse opportunità di accesso e di crescita educativa che, se non sostenuto dagli strumenti costituzionalmente previsti sopra ricordati, verrebbe ingiustamente discriminato.

Come nella parabola evangelica tuttavia, riconoscere il merito non significa né può significare trattare allo stesso modo chi si impegna e chi non si impegna nello studio, accordando a tutti indiscriminatamente gli stessi benefici (quello che un tempo veniva invocato come 6 politico) – questo sì configurerebbe un approccio discriminatorio – quanto garantire a tutti un percorso di crescita, che tenga conto e tuteli le capacità di ciascuno, riconoscendo e privilegiando tuttavia chi più si impegna, soprattutto laddove tale impegno abbia richiesto sacrifici. Se spostiamo il fuoco dall’istruzione primaria e secondaria a quella universitaria, questo è il ruolo e la missione assegnata ai collegi universitari di merito: offrire a giovani di talento (gli studenti capaci e meritevoli), indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia di provenienza e anzi con maggiore attenzione a coloro che sono privi di mezzi, la possibilità di accedere a un percorso universitario, fruendo nella maggior parte dei casi di posti offerti a titolo gratuito in un contesto di comunità che offre loro opportunità di crescita extracurricolari (le cosiddette soft skill), raggiungendo risultati che consentono poi di presentarsi al mondo del lavoro con un patrimonio di conoscenze alle quali diversamente avrebbero difficilmente potuto aspirare.

Presidente della Conferenza dei collegi universitari di merito

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