analisiRISORSE UE ANTI-COVID

Mes, ecco la roadmap che da qui a dicembre renderà più facile la richiesta di credito

Il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni ha chiarito che le risorse del Recovery Fund arriveranno solo a primavera inoltrata. Ricorrere ai prestiti destinati ai costi della sanità (concessi a tassi vicino allo zero) potrebbe diventare una necessità. Ma resta la contrarietà del M5S

di Dino Pesole

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Il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni ha chiarito che le risorse del Recovery Fund arriveranno solo a primavera inoltrata. Ricorrere ai prestiti destinati ai costi della sanità (concessi a tassi vicino allo zero) potrebbe diventare una necessità. Ma resta la contrarietà del M5S


4' di lettura

Il possibile ricorso alla nuova linea di credito del Mes, che per noi vale 36 miliardi, collocato finora in fondo alle possibili decisioni del governo per la persistente contrarietà dei Cinque Stelle, potrebbe tornare in primo piano da qui alla fine dell’anno. Un percorso che si annuncia comunque accidentato, ma l’evidenza dei numeri potrebbe renderlo meno scivoloso, come lascia intendere il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, quando dopo aver chiarito che sul tema ha una “posizione laica”, osserva: «Se serviranno risorse aggiuntive rispetto a quelle preventivate, lo valuteremo tutti insieme e andremo in Parlamento».

Il nodo delle risorse

Fino a qualche giorno fa, e prima che il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni chiarisse nella sua audizione in Parlamento del 1° settembre scorso che le risorse del Recovery Fund arriveranno a primavera inoltrata, vi era l’aspettativa all’interno della maggioranza e del Governo che si potesse ottenere una sorta di “anticipo” in tempi brevi. In realtà il 10% delle risorse assegnate al nostro Paese, pari a circa 20 miliardi, potrà confluire nella legge di Bilancio ma l’effettiva finalizzazione delle risorse relative ai programmi contenuti nel Recovery Plan nazionale potrà avvenire solo quando vi sarà stato il via libera della Commissione europea e del Consiglio Ue.

Un tabù politico

Da gennaio ad aprile-maggio, dunque. Tempi non brevi. Ecco allora che a fronte della possibile impennata dei contagi che gli esperti mettono in conto da qui alla fine dell’anno e soprattutto dei pesanti costi sociali ed economici della pandemia con cui stiamo facendo i conti, potenziare il sistema sanitario con risorse disponibili pressoché nell'immediato diverrebbe non un’opzione ma una necessità. Altrimenti occorrerebbe ricorrere al finanziamento in deficit che agli attuali tassi risulterebbe decisamente più oneroso rispetto alla linea di credito del Mes. Prestiti destinati al finanziamento dei costi “diretti e indiretti” della sanità, che verrebbero concessi a tassi molto più contenuti, vicino allo zero. Il problema però non pare essere quello del “costo” del Mes, quanto il superamento di un tabù dai risvolti prettamente politici eretto dal M5S, una sorta di battaglia identitaria al pari del taglio del numero dei parlamentari.


I numeri in Parlamento

Qualora il Governo - come lascia intendere Conte - decidesse di accelerare coinvolgendo il Parlamento per ottenere il via libera alla richiesta dei fondi del Mes attribuiti all’Italia, vi sarebbero i numeri per farla passare? La questione riguarda sia i numeri che le conseguenze politiche di eventuali sostegni che dovessero arrivare da Forza Italia, unica formazione politica dell’opposizione favorevole all’attivazione della nuova linea di credito. Se dalla maggioranza pare garantito il sostegno del Pd, di Italia Viva e di Leu (pur con qualche distinguo) è del tutto evidente che la proposta non passerebbe senza i voti del M5S, che resta pur sempre la formazione politica che ha ottenuto i maggiori consensi nelle elezioni politiche del 2018. Anche un eventuale soccorso di deputati e senatori pentastellati, che si esprimessero in modo difforme dalle indicazioni del vertice comporterebbe rischi per la tenuta del Governo, al pari del “soccorso” di Forza Italia.

Al momento, tutto è congelato fino al prossimo, imminente appuntamento elettorale del 20 e 21 settembre. Occorrerà verificare se vi saranno contraccolpi sulla tenuta del Governo, se si darà vita a un possibile rimpasto, e poi se vi sarà e in che misura l'atteso “rimbalzo” del Pil nella seconda metà dell’anno, dopo il -12,8% del secondo trimestre. Subito dopo, ma solo se il risultato del voto regionale e del referendum confermativo della modifica costituzionale sul taglio dei parlamentari non produrrà scossoni significativi sul fronte della tenuta del Governo, si potrà verificare se sussistono le condizioni politiche per rimettere in campo il dossier del Mes.

Lavori in corso

Il tutto mentre si avvierà nel prossimo Eurogruppo informale di Berlino l’istruttoria che dovrebbe condurre a quella revisione del dispositivo originario del Meccanismo europeo di stabilità che era già stata avviata prima dell’esplodere della pandemia, con annesso il tema che la presidenza dell’Eurogruppo, ora retta dall’irlandese Paschal Donohoe, definisce un «malinteso»: la supposta automaticità del ricorso a una ristrutturazione del debito nel caso in cui uno Stato ricorra all'intervento finanziario del Mes. Molti aspetti sono da definire, anche in relazione alla funzione di backstop del “Salva-Stati” rispetto al fondo di risoluzione unico dell’Unione bancaria. In questo caso si parla evidentemente di mettere mano al meccanismo originario del Fondo salva-Stati, mentre la nuova linea di credito viaggia su un altro binario e non prevede alcuna condizionalità, se non quella appunto di utilizzare le relative risorse per la sanità.

I possibili “alleati”

È chiaro che se fosse solo l’Italia a chiedere il sostegno del “Mes sanitario”, potrebbero rafforzarsi i timori di quanti paventano il cosiddetto “effetto stigma” sui mercati (che al momento per la verità non pare affatto sussistere). Se tuttavia a ricorrere alla nuova linea di credito fosse un insieme di paesi (quelli mediterranei ad esempio e la Spagna con l’impennata dei contagi in effetti pare nuovamente in prima linea), questo potrebbe essere un argomento a favore del Governo, magari rafforzato da una nuova presa di posizione della Commissione Ue che ribadisca (peraltro lo ha già fatto, ma in questo caso repetita iuvant) l’assoluta assenza di condizioni aggiuntive, sotto forma di possibili richieste di successivi interventi a suon di tagli alle spese sociali o drastiche cure di rientro dal debito) per i paesi che ne facciano richiesta. Se non vi fossero alleati, almeno in prima battuta, il Governo potrebbe mostrare il coraggio politico di agire in qualche modo da apripista, magari sostenuto dalla presidenza di turno tedesca dell’Unione e da un alleato di peso come la Francia.

I conti

Con l’attivazione dei 27,4 miliardi del Fondo Sure (il programma di aiuti previsto dalla Commissione Ue per attenuare i rischi di disoccupazione causati dalla pandemia), l’Italia risparmierà 5,5 miliardi in spesa per interessi nell’arco di 15 anni. Risparmi che andrebbero ad aggiungersi ai 5 miliardi in meno in 10 anni garantiti dall’eventuale ricorso al “Mes pandemico”. Per la Banca d'Italia si consentirebbe in tal modo di «sottrarre le necessità dei finanziamenti del Tesoro ai capricci di mercato». Quanto al Recovery Fund, la stima dei tecnici di Via Nazionale è che i 120 miliardi che verranno concessi al nostro paese sotto forma di prestiti (il resto è composto da sovvenzioni) potranno comportare agli attuali tassi una spesa per interessi inferiore di circa 1,3 miliardi l’anno, rispetto a quella che sarebbe necessario mettere in campo ad oggi considerato che il rendimento di BTp decennali è attualmente pari a poco più dell’1 per cento.

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