europa al bivio

Mes ed eurobond, la differenza spiegata con parole semplici

Due concetti differenti, che sembrano sfidarsi a duello. Ma la convivenza è possibile. Scopriamo come.

di Maximilian Cellino

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Due concetti differenti, che sembrano sfidarsi a duello. Ma la convivenza è possibile. Scopriamo come.


5' di lettura

Il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) è un’organizzazione intergovernativa europea. È attivo da luglio 2012 e ha il compito principale di fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’Eurozona che hanno problemi nel raccogliere risorse sui mercati o che potrebbero incontrarli: un sostegno che viene concesso solo nel caso in cui si renda necessario per salvaguardare la stabilità finanziaria della stessa area euro.

Tra gli strumenti messi a disposizione dal Mes vi sono prestiti ai singoli Paesi per consentire un aggiustamento macroeconomico, prestiti per favorire la ricapitalizzazione indiretta delle banche, oltre ad acquisti di titoli di Stato sui mercati, linee di credito precauzionali e ricapitalizzazione diretta che però finora non sono stati utilizzati. (per saperne di più sul Mes).

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Coronavirus e sostegno Ue, i quattro strumenti in campo


Le condizioni
Il prestiti del Mes non sono quello che a molti potrebbe a prima vista sembrare aiuto a fondo perduto. Vengono infatti concessi soltantodopo che il Paese richiedente abbia sottoscritto una lettera di intenti o un protocollo d’intesa negoziato con la Commissione Europea. All'interno di questo vengono in genere richiesti interventi specifici, nell’ambito del consolidamento fiscale (essenzialmente tagli alla spesa pubblica o riforme fiscali), delle riforme strutturali, o del settore finanziario.

Due le tipologie di linee di credito a disposizione: quella «precauzionale» (Pccl, Precautionary Conditioned Credit Line) destinata ai Paesi più solidi, che rispettano alcuni criteri, a partire dal rapporto debito/Pil sotto il 60%; quella «rafforzata» (Eccl, Enhanced Conditions Credit Line ), accessibile anche a chi al momento non riesce a rispettare i criteri di ammissibilità per la precedente.

Quest'ultima obbliga infatti il Paese ad adottare misure correttive per rientrare nei parametri non rispettati ed evitare eventuali difficoltà future di accesso sui mercati, ed è quella che ovviamente riguarda l’Italia.

Cosa è cambiato con l'Eurogruppo?
Gli Stati membri della zona euro hanno adesso possibilità di accedere alla linea di credito a condizioni rafforzate Eccl con una condizionalità più leggera e fino a un importo pari al 2% del Pil nazionale. Il finanziamento del Mes dovrà infatti essere utilizzato per i costi diretti e indiretti dell’assistenza sanitaria, delle cure e della prevenzione legate alla crisi coronavirus e la linea di credito sarà quindi disponibile fino al termine dell’emergenza . Successivamente, gli Stati membri rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell'Ue.

Mes o Eurobond?
Le due voci vengono sempre più spesso accomunate negli ultimi tempi in un confronto, quasi un duello all'ultimo sangue, su quale sia la soluzione giusta da adottare per contrastare Covid-19.

Si tratta però di un'impostazione poco corretta, perché sullo stesso piano vengono poste da una parte un’istituzione finanziaria (il Mes) dotata quindi di personalità giuridica, dall’altra un semplice strumento finanziario (l'Eurobond) per il quale non esiste invece una definizione universalmente accettata e che, nell'accezione più comune viene inteso come strumento di debito emessi a livello di Unione Europea.

I titoli del Mes
Tra le funzioni del Mes, come si è visto, esiste anche quella di emettere strumenti di debito che, nella loro accezione più ampia, cioè quella di «titoli di stato europei», potrebbero essere anche intesi alla stregua di Eurobond. «Lo scorso febbraio - ricorda per esempio Emanuele Canegrati, senior economist di Bp Prime - il Mes ha raccolto 4,5 miliardi di euro attraverso l’emissione di due bond sui mercati finanziari, e si è trattato addirittura della sua 100ma operazione del genere». La stessa cosa avviene per un'altra istituzione finanziaria comunitaria, la Banca europea degli investimenti (Bei).

Questioni semantiche?
Quando però ci si riferisce agli Eurobond nel dibattito italiano si intende probabilmente altro: «L’emissione di titoli di debito da parte di un’istituzione che ancora non ha il potere giuridico di farlo, cioè il famoso “Tesoro europeo”, che dovrebbe svolgere funzioni esattamente analoghe a quelle dei singoli Tesori nazionali», spiega Canegrati.

Da un obiettivo simile siamo ancora però lontani, perché nella Ue le politiche fiscali restano ancora di competenza dei singoli stati membri e non esiste pertanto una politica fiscale comune. Una condizione questa, aggiunge Canegrati, «che rimane necessaria per poter definire una strategia di indebitamento di livello sovranazionale, così come la condizione necessaria per poter emettere titoli di debito comuni è la mutualizzazione del debito di tutti gli stati membri, ovvero la messa in comune delle passività dei singoli bilanci».

Debito comune unico
Quest'ultima possibilità, come è noto, è tuttavia stata del tutto esclusa, anche recentemente, da Paesi quali Germania e Olanda. Qualcosa sul tema mutualizzazione si sta forse muovendo, con il «Recovery Fund» rilanciato dall’Eurogruppo, ma siamo ancora alla fase embrionale, niente più . E in assenza di un debito comune e di un Tesoro europeo che lo possa gestire, le uniche risorse messe in comune restano quindi quelle utilizzate per capitalizzare le istituzione finanziarie comunitarie (Mes e Bei appunto).

I dubbi sui nuovi sviluppi
Sul piatto restano quindi le linee di credito Mes con le condizioni, così come «alleggerite» dall’ultimo confronto in seno all'Eurogruppo, ma anche in questo caso con molti dubbi. Il primo è di opportunità politica, perché come nota Paolo Zanghieri, Senior Economist di Generali Investments, «ogni Paese dovrà richiedere il prestito e accettare le relative condizioni e questo è però critico in Italia, poiché il Movimento 5 Stelle, elemento di peso nella coalizione di Governo, è del tutto contrario a qualsiasi condizionalità».

Risorse limitate e nuovo debito
Le altre incertezze sono anche di carattere tecnico, perché se da una parte la portata del 2% del Pil nazionale (che in Italia sarebbe una cifra vicina ai 36 miliardi) potrebbe rivelarsi anche insufficiente a contrastare gli effetti di Covid-19, dall'altra non è ancora chiaro cosa potrà accadere una volta terminata l'emergenza: «L’assenza di un impegno veramente incondizionato lascerà i governi nei paesi periferici più deboli nel dubbio sulla durata e sulla coerenza del sostegno ricevuto, con il risultato di un'allocazione non ottimale delle risorse destinate all'alleggerimento fiscale e causando quindi un peggioramento delle condizioni macro anche più accentuato di quanto si possa temere», avverte Nicola Mai, responsabile della ricerca sul credito sovrano in Europa di Pimco. Senza contare che «l’uso di prestiti non allevierà il deficit fiscale nazionale, perché sia quelli del Mes, sia quelli della Commissione Europea sono strumenti di finanziamento, non di trasferimento, e si sommeranno ai livelli di deficit e debito dei Paesi».

I danni della reputazione
Da ultimo esiste anche un potenziale problema di «stigma», cioè un disincentivo per i singoli Stati a richiedere l'accesso ai finanziamenti per semplici motivi reputazionali. Una questione che potrebbe essere superata se tutti i paesi vi attingessero contemporaneamente, oppure quando si considera che la richiesta di sostegno al Mes può anche attivare ulteriori acquisti dei titoli di Stato da parte della Bce nell'ambito del programma Omt ( Outright Monetary Transactions ). Ma si tratta probabilmente di vantaggi limitati di fronte allo spettro, mai del tutto scacciato, di scatenare al termine dell'emergenza l'intervento della famigerata Troika (Ue, Bce e Fondo monetario internazionale) come nel caso della Grecia negli anni passati.

Oltre ogni paradigma
«Se si cambiassero i criteri di condizionalità d'accesso e si aumentasse il capitale versato, con un maggior contributo di tutti gli stati, ecco che i bond emessi da queste istituzioni svolgerebbero una funzione analoga agli Eurobond», sintetizza Canegrati. Ma abbattere il paradigma «soldi in cambio di riforme» tanto caro all’Europa del Nord, sostituendo a queste ultime la voce «investimenti» o «spese in conto capitale» come chiedono l’Italia e i pochi Paesi che ancora l'affiancano è probabilmente ancora simile a una mission impossible.

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