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Messi e Mbappé, compagni-rivali alla resa dei conti

di Dario Ricci

(AFP)

5' di lettura

Travolti da un insolito destino nell'azzurro cielo di Doha. Lina Werthmüller lo intitolerebbe forse così, il film girato in queste ultime tre settimane negli stadi del Qatar, protagonisti Lionel Messi e Kylian Mbappé, e di cui oggi si gira l'ultimo ciak, quello che dà senso, direzione, ragion d'essere a tutta la storia che pure – fecondo paradosso dello sport, e anche della vita – finora e anche dopo non resterà vuota e vana anche per lo sconfitto, perché comunque ogni pagina scritta ha un significato, ogni passo compiuto un orientamento e una destinazione.

Ha dormito in stanza con l'amico e compagno di tante vigilie, Lionel Messi, quel Kun Aguero con cui ha condiviso una vita e una carriera, dalle giovanili dell'Albiceleste, a tre Mondiali (2010, '14 e '18) fino all'ultima Coppa America vinta in Brasile lo scorso anno, in piena pandemia, in un Maracanà (quasi) vuoto, cui farà da contraltare oggi il boato dei 90mila del Lusail Stadium. Quel Kun che al Barcellona ne avrebbe dovuto ereditare non certo il ruolo simbolico, ma almeno quello tecnico, se non fossero stati i problemi cardiaci a fermarlo, e a costringerlo all'addio al calcio, ma non a un Nazionale in cui il ct Scaloni lo ha voluto comunque come supporto esterno. Chissà come l'avranno vissuta, questa vigilia, Leo e il Kun, se parlando fitto e sottovoce fino all'alba a ricordare esordi, prodezze e sogni di bambini; o magari spegnendo presto la luce, accontentandosi del sonno condiviso, di sguardi, respiri e silenzi condivisi, argine flebile e al tempo stesso robusto al ricordo di un'altra vigilia, quella della finale in un altro Maracanà, quella volta piena all'inverosimile, nel 2014, ma che premiò la Germania e frantumò il sogno mondiale di un'intera generazione di argentini.

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Quanto è cambiato nella vita e nella carriera di Leo Messi da allora: la Pulce che in quel Mondiale segna i suoi quattro (decisivi) gol nel primo girone, ma poi si blocca nella fase a eliminazione diretta, eroso da una tensione che lo porta ad avere direttamente in campo conati di vomito che attirano ulteriormente la spasmodica attenzione dei media sui di lui; poi le Coppe America perse, il mito di Maradona che sembra inafferrabile, l'amore eterno giurato al Barcellona che vive i primi strappi, s'affievolisce pur nel mezzo di altri successi ma pure sconfitte, le sirene ispirate da Pep Guardiola che lo chiamano verso Manchester, sponda City, la rottura coi catalani via telegramma, la fragile ricomposizione e il clamoroso addio per trasferirsi – non senza le lacrime di rito al Paris Saint Germain targato Qatar, per formare con Neymar e proprio Mbappe il trio di fenomeni che vuole ora portare all'ombra della Torre Eiffel la Champions League finora sempre sfuggita. La prima stagione parigina poi, sembra quella del declino, di un Leo malinconico e incapace non solo di calarsi nella nuova vita (il che appare pure ragionevole, per uno che in Argentina praticamente non ha mai vissuto, essendosi trasferito da bambino a Barcellona, che da sempre quindi non è stata solo la sua squadra, ma la sua casa, città e nazione), ma anche nella nuova dimensione tecnica, nella nuova necessità di ridefinire spazi e profondità di una leadership ora da ricostruire, rifondare.

Poi, l'estate scorsa, proprio la vittoria in Coppa America (successo da affiancare all'oro olimpico di Pechino 2008) a regalare una forse inattesa nuova felicità e serenità, una più matura accettazione di nuovi ruoli e compiti che in fondo lo stesso Leo aveva voluto; e allora eccolo di nuovo protagonista, anche con la maglia del Paris Saint Germain dei fenomeni, fino al Mondiale di Doha, iniziato col clamoroso tracollo contro l'Arabia (pur aperto dal gol su rigore della Pulce) riscattato poi coi successi su Messico (un gol) e Polonia (un rigore fallito), e nella fase a eliminazione diretta con Australia (una rete), Olanda (un altro rigore) e Croazia (un altro gol dal dischetto e gli assist a ispirare il letale Alvarez), con la serpentina che manda a spasso il croato Gvardiol che al momento è lo spot tecnico ideale di tutto il torneo, mentre resterà indelebile nella memoria collettiva quel “Que miras, bobo?” (“Che guardi, scemo?”) rivolto nel pieno di un'intervista tv all'olandese Weghorst, simbolo di tutte le storie tese vissute nel quarto di finale coi tulipani, ma pure di un Messi nuovo, diverso, cattivo e determinato al limite della ferocia, e per questo ancor più guida dello spogliatoio di Scaloni.

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Di contro quello di Mbappé finora è stato un Mondiale tutto risoltosi sul campo, quasi sussurrato al di fuori. Poche concessioni alla stampa, quelle di Kylian, che ha fatto parlare soprattutto i piedi, marchiando con le sue doppiette le sfide con la Danimarca e, negli ottavi, con la Polonia, dopo aver suggellato il successo all'esordio contro gli australiani (per un totale di 5 reti che ne fanno finora il capocannoniere del torneo proprio insieme a Messi…), mettendosi poi al servizio del gruppo, come forse solo Griezmann è riuscito a fare fino ad oggi meglio e in modo ancor più compiuto. Primo beneficiario di tale atteggiamento quel Giroud che di Kylian riesce a essere spalla funzionale fin da Russia 2018, da quel mondiale vinto proprio dalla Francia di un Mbappé teenager che con la sua doppietta marchio a fuoco, il 30 giugno a Kazan, proprio l'ottavo di finale in cui i Bleus piegarono 4 a 3 proprio Messi e compagni (che mancarono la rimonta malgrado il gol allo scadere del Kun Aguero…). Scontato che il ricordo della battaglia calcistica di quattro anni fa aleggerà oggi sul Lusail Stadium, pur essendo cambiata una buona manciata di protagonisti.

Ma quel che si farà sentire ancora di più è il senso di imprevedibilità che ogni azione di Mbappé ha regalato in questo torneo: anche nelle serate meno brillanti, in ogni occasione il ragazzo nato in una famiglia di sportivi, con papà di origine camerunense e mamma algerina, ha sempre dato l'idea di poter creare calcio in ogni momento, come sottolineato dagli “oohhhh!!” del pubblico che accompagnano ogni suo tocco di palla (e come dimostrato dall'essenzialità delle sue giocate nella semifinale contro il Marocco). Lo stesso stupore che ne accompagna le giocate nel Psg, dove con l'arrivo di Messi (che aveva condiviso vittorie e spogliatoio con Neymar già a Barcellona) i rapporti personali, tecnici e commerciali fra i tre si sono complicati non poco.

E se in campo quei piedi hanno trovato il modo di venire a patti (con Mbappé che pure nel club giostra più da punta centrale, mentre in Nazionale lavora più a fianco o alle spalle di Giroud, salvo sorprese da parte di Deschamps proprio oggi pomeriggio…), fuori le storie restano tese, con Kylian che almeno un anno flirta col Real Madrid (sì proprio il Real storico rivale del Barcellona!), malgrado gli emiri qatarioti abbiano provato a blindarlo con un contratto faraonico. Proprio l'emiro Tamin bin Hamad Al- Thani se li godrà oggi dalla tribuna d'onore del Lusail Stadium, i suoi due gioielli, Leo e Kylian. E comunque vada, chiederà loro di vincere insieme con la maglia del Psg la Champions finora sempre sfuggita. Poi sarà futuro (Messi che torna al Barcellona a fine anno? Mbappé che fa le valigie in direzione Madrid? Gli emiri che lasciano la Parigi del calcio dopo Qatar 2022?). Ancora tutto da Scrivere. Travolto, anche lui, da un insolito destino (calcistico) che si compie oggi, nell'azzurro cielo di Doha.

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