america latina

Messico al voto, l’anti-Trump Lopez Obrador grande favorito

di Roberto Da Rin

Messico al voto il 1 luglio, tutti contro Lopez Obrador

3' di lettura

È molto più di un’elezione presidenziale di un grande Paese latinoamericano. Il Messico sceglie sì il suo leader politico per i prossimi sei anni ma si accinge a sperimentare un nuovo modello economico: il muro e i dazi patiti dagli Stati Uniti lo proiettano in un’orbita inesplorata. Piaccia o no il Messico è costretto ad abbandonare l’integrazione e la sinergia con l’economia nordamericana, elementi fortemente caratterizzanti dello sviluppo, realizzato e mancato dei suoi 127 milioni di abitanti.

A Città del Messico i sondaggisti, i politici e i giornalisti danno per scontata la vittoria di Andres Manuel Lopez Obradror, 64 anni, leader del partito di sinistra Morena (Movimento di rigenerazione nazionale). Amlo, così viene sintetizzato il suo nome, è al terzo tentativo presidenziale, le ultime due volte è stato sconfitto di poco; stavolta dovrebbe sbaragliare l'avversario di centrodestra, Ricardo Anaya, indietro di 20 punti percentuali.

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Il prossimo governo effettuerà scelte di politica interna ma le nuove relazioni bilaterali, ben più lasche, con un vicino potentissimo, gli Stati Uniti, determineranno una nuova governance. A Sud del Rio Bravo andranno in onda le prove tecniche di trasmissione di un nuovo ordine mondiale, quanto meno commerciale: i dazi imposti da Donald Trump e la riscrittura del Nafta (il Trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Messico e Canada) ridefiniscono i rapporti bilaterali e trilaterali tra i soci ma frantumano la logica delle filiere di produzione transfrontaliere e della divisione internazionale del lavoro che si è affermata negli ultimi cinquant’anni. Stati Uniti e Messico incarnano una relazione tra un Paese dotato di altissime tecnologie e grandi capitali finanziari e un altro Paese, con forza lavoro a buon mercato e maquiladoras (fabbriche di assemblaggio) che forniscono logistica e prodotti intermedi. Un equilibrio che si modificherà.

Il programma economico di Amlo è ancorato ai pilastri della sinistra latinoamericana: migliore redistribuzione dei redditi, riduzione delle disparità, con l’1% della popolazione che possiede un terzo della ricchezza del Paese. Il 10% dei benestanti guadagna 21 volte di più della fascia più povera. Insomma quello che gli statistici chiamano Indice di eterogeneità di Gini , ovvero la concentrazione delle ricchezza, è palesemente fuori linea rispetto a tutti i Paesi importanti. Il 40% dei messicani vive in condizioni di povertà e il sistema fiscale non riesce a correggerne le distorsioni; Brasile, Argentina, Cile e Uruguay, sanno fare molto meglio.

La guerra commerciale avviata da Trump con Enrique Peña Nieto, è solo un’esercitazione. La vera partita, lo scontro più duro sarà con la Cina. Tra Stati Uniti e Cina. «Il Messico è un piccolo laboratorio economico e culturale – spiega Mario Cimoli, numero due del Cepal (Commissione economica per l’America Latina), una sorta di Ocse latinoamericano – in cui la filiera di produzione è scardinata: vincerà chi arriverà per primo alla macchina che impara dai proprie errori. Si pensi all’industria automobilistica: è manifattura, certo. Ma anche digitale, “ambiente”, intelligenza artificiale. Insomma un mix di expertise, intrecciate e interdipendenti. Indistinguibili. Il modello “cervelli da una parte, assemblatori dall’altra” pare finito.

L’interesse per quest’elezione presidenziale è notevole – spiega Carlos Elizondo, professore dell’Università Tecnologica di Monterrey – per varie ragioni. La più eclatante è che i dazi e le barriere di Trump impongono il ripensamento del Paese, della sua collocazione, a livello regionale e internazionale.

Carlos Bravo Regidor, economista all’Istituto di ricerche Cide, spiega che il forte vantaggio di Amlo è spiegabile con la contrapposizione forte a Trump e quindi al richiamo identitario dei messicani. Al probabile vincitore delle elezioni di domenica piacciono poco i viaggi internazionali e le riunioni con altri capi di Stato. Eppure il multilateralismo è uno dei pilastri portanti della politica messicana e Amlo pare superato a destra da Trump. Un bel libro di Yascha Mounk , “Popolo vs democrazia”, edito da Feltrinelli, ci ricorda che nelle migliaia di anni trascorse dalla fondazione di Atene all’invenzione della macchina a vapore la crescita economica era di circa lo 0,1% annuo e non era mai possibile assistere nel corso della propria esistenza a progressi visibili. L’economia era stagnante. Solo dal 1700, della crescita beneficiarono più persone. Gli aztechi, pardon, i messicani, potrebbero assistere a un …ritorno al futuro.

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