L’EREDITÀ

Messina Denaro ma non solo. Chi sarà il nuovo capo di Cosa Nostra?

di Roberto Galullo


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4' di lettura

Dopo Totò Riina chi? La domanda sulla successione di Cosa nostra è legittima visto che era ancora l'87enne corleonese l'ultimo capo riconosciuto. Né la Commissione provinciale né quella regionale, infatti, dopo il suo arresto il 15 gennaio 1993 e 24 anni di latitanza, sono mai più tornate a riunirsi. Da questo punto di vista, resta prioritaria, soprattutto tra le famiglie palermitane, la questione di un nuovo apparato dirigenziale che soppianti la vecchia ala corleonese in declino e ripristini una guida che funga da raccordo sovra-familiare, idonea a contenere i momenti conflittuali.

Questa analisi - messa nero su bianco dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) nell'ultima relazione presentata a inizio anno al Parlamento - si sposa perfettamente con il profondo senso di insofferenza registrato da investigatori e inquirenti con le operazioni “Brasca” e “Quattropuntozero”, già nel primo semestre del 2016. Nel corso di conversazioni intercettate, due esponenti di rilievo di famiglie palermitane affermavano: «...e se non muoiono tutti e due (Riina e Provenzano, annotano i magistrati), luce non ne vede nessuno, …tutto “u vicinazzu”: Graviano, Bagarella e chistu di Castelvetrano» (il riferimento è a Matteo Messina Denaro, annotano sempre gli inquirenti).

Per la cronaca Bernardo Provenzano, a cui quella intercettazione rimanda, è morto il 13 luglio 2016. Detenuto in regime di carcerazione speciale al 41 bis, è deceduto nel reparto ospedaliero del carcere di Milano San Vittore, dove si trovava ricoverato. Le ombre - nonostante la reclusione - ingombranti e perenni di Provenzano ma, innanzitutto, di Riina, son venute meno e all'interno di Cosa nostra c'è necessità di trovare una sintesi. Quella sintesi che deve partire dallo stesso mandamento di Corleone, come si legge nell'ordinanza di custodia cautelare eseguita il 27 settembre 2016 a Monreale e Corleone nell'ambito dell'operazione “Grande Passo 4”: «Vi è sempre stato un rapidissimo avvicendamento di capi e gregari, sicché il sodalizio è riuscito a perpetuare, di fatto senza particolari traumi, il proprio atavico e ramificato potere illegale sul territorio. ... Per le posizioni di vertice, si tratta, più che di un vero e proprio “rinnovamento”, di una “restaurazione” del recente passato, perché una volta rimessi in libertà sono tornati in auge personaggi “carismatici” legati, anche da vincoli di sangue, al Riina ed al Provenzano…».

Delitti, stragi, misteri: chi era il capo di Cosa Nostra

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Non bisogna, da questo ultimo punto di vista, dimenticare che pian piano stanno tornando in libertà decine e decine di vecchi capi mafia che hanno saldato definitivamente il loro conto con lo Stato o che escono con libertà anticipata (per un motivo o per un altro).

Il nome sempreverde che circola per la successione di Riina è quello di Matteo Messina Denaro, boss trapanese, latitante da 24 anni. Una benedizione più che altro mediatica. Investigatori e inquirenti, infatti, non sono del tutto convinti che la primula rossa di Castelvetrano sia disposto o interessato ad accollarsi il peso della “cupola”. Sempre al netto del fatto che se non si riuniscono le commissioni provinciali e regionali per l'assegnazione del gravoso incarico, sono solo chiacchiere. Cosa nostra ha regole (sebbene non più ferree come un tempo) precise e, sebbene da tempo circoli la voce che le commissioni abbiamo provato a riunirsi in vista del cambio della guardia, non v'è alcuna certezza che questo sia realmente accaduto.

E' morto il boss mafioso Riina

Non solo. A Matteo Messina Denaro la Procura di Palermo ha fatto terra bruciata intorno. Sono stati arrestati decine di suoi fedelissimi, familiari, eredi in linea criminale, gli sono stati sequestrati e confiscati beni per centinaia di milioni. Di fatto è sul lastrico e continuare a garantirsi la latitanza in questo momento, per lui, è la priorità. Sempre che, proprio ora che Riina è morto, ad agevolare un ricambio diverso da quello che potrebbe vedere impegnato Messina Denaro, non torni utile a qualcuno proprio il tradimento nei suoi confronti, che potrebbe sfociare nella fine della sua latitanza e all'arresto.

Non è neppure certo che Messina Denaro voglia entrare nelle decisioni sull'investitura del successore di Totò u curtu. Ci sono intercettazioni in cui il latitante di Castelvetrano dice chiaro e tondo che non ne vuole sapere di mettere becco nella nomina di un capo mandamento a Palermo. Da anni la sua priorità è quella di garantirsi la latitanza in uno stato di progressiva indigenza familiare dovuta allo straordinario lavoro di investigatori e inquirenti.

C'è un'ultima cosa di cui tener conto. La Procura di Caltanissetta a gennaio di quest'anno ha parzialmente ricostruito (pm facente funzioni Lia Sava e aggiunto Gabriele Paci, che hanno delegato le indagini alla Dia guidata dal colonnello Giuseppe Pisano) l'esistenza di una struttura superiore, Una sorta di “super Cosa nostra” o di “Cosa nuova”. Il Gip Alessandra Bonaventura Giunta lo ha certificato, nel provvedimento che individua Matteo Messina Denaro come mandante delle stragi di Capaci e via D'Amelio. A Messina Denaro è contestato il concorso morale, per aver aderito al piano stragista e alla sua attuazione, partecipando ad un «gruppo riservato» creato da Totò Riina e alla sue dirette dipendenze.

Un gruppo di “riservati” disposto a tutto pur di uccidere i nemici giurati di Cosa nostra: in primis Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di cui, dopo l'assassinio del giudice, veniva temuta l'ascesa alla Procura nazionale antimafia.
Una “supercosa” composta da due gruppi di pretoriani di Riina che non doveva conoscere le mosse dell'altro. Di uno – oltre a Giuseppe Graviano, Fifetto Cannella, Lorenzo Tinnirello, Vincenzo Sinacori e Francesco Geraci – faceva parte proprio Messina Denaro.

Fu questo gruppo – secondo la ricostruzione di investigatori e inquirenti coadiuvato a un certo punto dal clan camorristico Nuvoletta – a partecipare alla missione romana (dal 24 febbraio al 5 marzo '92, un mese dopo la sentenza nel maxiprocesso emessa il 30 gennaio) impegnata a uccidere Falcone o, in subordine, l'allora ministro Claudio Martelli o personaggi invisi come Maurizio Costanzo, Enzo Biagi, Andrea Barbato, Michele Santoro e Pippo Baudo.

Una “super Cosa nostra” che era il sintomo dell'ansia parossistica con la quale Riina perseguiva l'eliminazione di Falcone, strettamente collegata alla strategia di guerra allo Stato. In questa area “riservata” e segreta potrebbe essere stato allevato il successore di Totò la belva.

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