banche venete

Messina tra tutela del sistema e degli azionisti con l’ok di Bce

di A. Graziani

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Carlo Messina (Imagoeconomica)


3' di lettura

La mossa di Intesa Sanpaolo per il salvataggio in extremis delle due banche venete, prima che scatti la procedura di risoluzione, arriva con ogni probabilità dopo il via libera preventivo della vigilanza Bce che punta sulla prima banca italiana per risolvere in modo definitivo, e senza pasticci collegati a improbabili cordate di sistema, i problemi di Popolare Vicenza e Veneto Banca.

L’intervento di Intesa è subordinato alla rapida conversione in legge di un decreto di imminente emanazione, che proverà a scongiurare in extremis la procedura di risoluzione delle due banche. Lo Stato si impegnerà a pagare i «costi» del salvataggio (ancora da quantificare, ma sicuramente ingenti), Intesa rileverà le due good banks ripulite dai crediti a rischio e garantirà la continuità del credito nei territori del nordest. Senza compromettere nè capitale, nè flusso di dividendi futuri.

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Se Governo e Autorità fossero intervenute un anno fa, quasi certamente il salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca sarebbe stato meno oneroso per le casse dello Stato. Ma nell’attuale fase di emergenza, aggravata nelle ultime settimane dal deflusso di depositi, l’unico modo per evitare i costi economici e sociali di una procedura di risoluzione - con coinvolgimento degli obbligazionisti senior e (pro quota) dei depositanti oltre i 100.000 euro - è quello che il Tesoro sta cercando di organizzare con l’intervento privato di Intesa Sanpaolo per tutelare il risparmio, l'occupazione e l'economia reale di un territorio ricco di imprese come il Nord est.

Le strettoie previste dalla direttiva Brrd lasciavano poco spazio d’intervento. L’aumento di capitale preacauzionale dello Stato si è infranto quando la Ue ha chiesto un contributo aggiuntivo di capitali privati per 1,2 miliardi. A parte la disponibilità iniziale delle due grandi banche, nessun altro soggetto finanziario si è dimostrato realmente disponibile a intervenire. L'unico varco concesso dalla direttiva, in alternativa alla gravosa procedura du risoluzione, era dunque quello che in queste ore si sta perseguendo, ovvero la liquidazione ordinata con la separazione dei due istituti in good bank e in bad bank, che comprenderà oltre agli Npl e al resto dei crediti deteriorati (e la parte a peggior rating dei prestiti in bonis) anche le partecipazioni non bancarie come Arca e Bim. Lo Stato interverrà nella ricapitalizzazione, ed è atteso a ore un decreto dalla conversione in legge nel minor tempo possibile, se davvero il sistema Paese vorrà evitare la prima resolution nell’era del bail in. Ma la svolta diventerà possibile solo per l’intervento di Intesa Sanpaolo che metterà sul tavolo la credibilità conquistata negli anni con la Vigilanza Bce che è interessata, come la commissione Ue, a una soluzione definitiva industriale e non pasticciata - come sarebbe stata una nuova cordata di «patrioti» modello Atlante o Alitalia - per le due ex popolari venete.

In questo contesto, l'amministratore delegato di Intesa Carlo Messina si è assunto la responsabilità che compete alla prima banca del paese, come ha fatto pochi giorni fa in Spagna il Santander con il Banco Popular, per risolvere l'impasse di sistema. Il Santander lo ha fatto con un aumento di capitale, che in parte sarebbe servito comunque. Intesa lo farà senza ricapitalizzazione e mantenendo l’attuale capital requirement e le promesse sui dividendi, con possibili miglioramenti dell’eps, perchè il capitale mancante lo metterà lo Stato. In pratica, i capitali che il Governo aveva stanziato per la ricapitalizzazione precauzionale verranno stornati a favore dell'intervento di Intesa che, stanti gli umori di Bce e commissione UE, si propone come unico salvatore possibile per evitare i danni della risoluzione. Industrialmente non mancano le sinergie industriali possibili in futuro. Ma nell'immediato, contano i tempi di conversione del decreto in arrivo, da cui dipende il salvataggio delle due ex popolari. Dopo mesi di ritardo, i 60 giorni previsti dalla normativa rischiano di essere troppo lunghi.

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