OLTRE DAZI E MURI

Mestieri di qualità richiedono mercati aperti

di Marco Magnani


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(REUTERS)

2' di lettura

Più dazi sulle merci e meno visti agli stranieri. È la ricetta di Donald Trump, sempre più popolare anche in Europa, per tutelare l’occupazione. Mercati e frontiere più chiuse proteggono, almeno nel breve periodo, il lavoro tradizionale. Ma non certo i mestieri ad alto valore aggiunto, che nella nuova geografia del lavoro si concentrano in Paesi e territori “aperti”: quelli che offrono buone infrastrutture ed elevata qualità di vita ma anche flessibilità, diversità, creatività, circolazione di idee. Ingredienti fondamentali dell’innovazione.

Nel breve periodo, una stretta su politiche commerciali e immigrazione può dare benefici a occupazione e Pil. Più a lungo termine, un’atmosfera di dazi crescenti, barriere doganali e mercati più chiusi porta a un calo generalizzato del commercio, e quindi della ricchezza. Analogamente politiche sull’immigrazione troppo rigide diminuiscono l’attrattività di un Paese. Lo ius soli che Trump vuole abolire ha storicamente accelerato l’integrazione delle comunità di immigrati negli Stati Uniti, contribuendo alla crescita dell’economia. Un giro di vite troppo stretto sull’immigrazione può anche alimentare instabilità sociale e politica nei Paesi di origine dei migranti. In un mondo complesso e interconnesso, l’effetto boomerang è quasi certo.

Oltre a generare contraccolpi e ad avere controindicazioni, queste politiche sono miopi perché non considerano in alcun modo la rivoluzione tecnologica. Gran parte dei lavoratori che oggi si cerca di proteggere saranno presto sostituiti da robot, software e intelligenza artificiale. Né dazi doganali né quote sugli ingressi dei lavoratori stranieri possono arrestare questo fenomeno già in atto.

Non è la prima volta nella storia che la tecnologica sconvolge il mercato del lavoro. In passato le nuove figure professionali create dalle innovazioni hanno compensato i tagli occupazionali nei settori divenuti obsoleti. E l’aumento di produttività ha consentito l’incremento delle retribuzioni medie. Anche oggi stanno emergendo nuove professioni, ma non è scontato che i posti di lavoro persi saranno compensati - per numero e retribuzioni medie - da quelli nuovi. La frequenza nell’introduzione di innovazioni è senza precedenti e gli aumenti di produttività potrebbero andare a remunerare il capitale investito molto più che il lavoro.

Per la prima volta il saldo complessivo è incerto. È quindi fondamentale la distribuzione geografica dei nuovi mestieri, soprattutto di quelli a elevato tasso di creatività e alto valore aggiunto, che grazie alla crescente mobilità si concentreranno nei territori più innovativi. Generandovi anche un indotto di occupazione a più bassa remunerazione, in gran parte legata ai servizi.

Nell’economia globale, città, territori, Paesi competono per attrarre capitale, finanziario e umano. Solo chi ha successo può beneficiare dell’allargamento dei mercati derivante dalla globalizzazione e avere un saldo occupazionale positivo. Peraltro il divario tra territori “vincenti” e “perdenti” aumenta nel tempo. Le aree con persone di talento sono innovative e crescono rapidamente, attirando altro capitale umano e innescando un circolo virtuoso. Al contrario, chi non è attrattivo rischia il declino.

Più dazi e meno visti d’ingresso possono proteggere settori industriali non innovativi e posti di lavoro tradizionali. Non arrestare l’innovazione tecnologica. Per essere protagonisti nella nuova geografia del lavoro è cruciale attrarre talenti che creino nuove professioni. E per farlo bisogna essere “aperti”. Nella mente, ma anche nelle frontiere e nei mercati.

@marcomagnan1

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