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Metà dei giovani: scuola inutile per il lavoro

Tra i canali formativi più utili, l’esperienza diretta sul campo e l’università. Le aspirazioni: la libera professione e l’autoimpiego (42,8%) o il lavoro in una grande impresa privata (23,5%)

di Giorgio Pogliotti

(Agf)

3' di lettura

Per poco più della metà dei giovani (50,7%) la formazione scolastica o universitaria sono state “poco” o “per niente utili” per svolgere l’attuale lavoro (75% tra i venditori/promoter e 65,1% tra i lavoratori non qualificati). Tra i lavoratori digitali e nelle professioni qualificate, tuttavia, il titolo di studio è “decisivo”, rispettivamente, nel 63% e nel 64,4% dei casi. Tra i canali formativi più utili per svolgere l’attuale lavoro, al primo posto si colloca l’esperienza diretta sul campo (53,3%), poi la formazione universitaria (37,6% delle citazioni, che salgono al 61,7% tra i giovani lavoratori qualificati del terziario), l'autoformazione (23,8%) e i corsi di formazione privati (17,6%, che sale al 34,7% tra i lavoratori digitali). Positive anche le esperienze di stage o tirocinio (10% ), che prevalgono sulla formazione scolastica (6,7%). Per il 23,3% dei lavoratori non qualificati nessuno dei canali formativi seguiti è stato utile.

La ricerca promossa da Eures-Consiglio nazionale dei giovani su “nuove professioni e nuove marginalità” ci restituisce il quadro di un mercato del lavoro polarizzato, ma allo stesso tempo stesso evidenzia un superamento di alcuni luoghi comuni. Tra le aspirazioni lavorative dei giovani prevale la voglia di autonomia sul posto nella Pa: la libera professione e il lavoro in proprio è indicata come la “dimensione” più idonea a soddisfare le prospettive di vita personale e professionale dei giovani (42,8% delle citazioni), segue lavoro dipendente in una grande impresa privata (23,5%), o in una Pubblica Amministrazione (16,4%) o in una piccola impresa (6,2%). L’11,1% ritiene di potersi realizzare con un’attività imprenditoriale o auto imprenditoriale. Soprattutto gli under25 considerano più funzionale alla propria realizzazione un futuro da liberi professionisti (50%), mentre tra i “30-35enni” prevale la “richiesta” di un lavoro subordinato (53,5%).

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Fine degli studi e primo impiego

Il tempo trascorso tra la fine degli studi e il primo impiego tra i giovani lavoratori intervistati è in media di 7 mesi, anche se il 67,6% dei giovani intervistati ha trovato lavoro entro 6 mesi dalla conclusione degli studi (il 31,3% in meno di un mese), mentre il 10,4% ha impiegato oltre 2 anni, e l’8,8% da 1 a 2 anni. I laureati impiegano mediamente 6,4 mesi per entrare nel mercato del lavoro, i diplomati o con una scolarità inferiore quasi il doppio (11 mesi). Il precariato è diffuso soprattutto nelle professioni non qualificate (80,4%). Prevalgono(42,6%) contratti a termine o precari (a tempo determinato, collaborazioni occasionali, lavoro intermittenti, in somministrazione o stagionali), a fronte del 31,9% di contratti “stabili”. Il 18,6% ha un contratto di lavoro autonomo, il 7% indica “altre” forme contrattuali quali il lavoro nero (3,5%), il praticantato o il servizio civile universale.

Politiche per il lavoro

«Bisogna intervenire nelle politiche per il lavoro in tutte le sue fasi - commenta Maria Cristina Pisani, presidente del Consiglio nazionale dei giovani-, a partire dalla formazione e dalle modalità di accesso al mondo del lavoro, dove l’equità generazionale e di genere, è ancora molto distante. Va riorganizzata l’offerta formativa, con il coinvolgimento sinergico di enti pubblici e privati, ma anche creando un sistema di servizi per l’impiego funzionali, per informare i giovani sui loro diritti e guidarli verso il riconoscimento delle competenze. Meno di un giovane su cinque è soddisfatto delle tutele sul lavoro, servono risposte concrete alla generazione che dovrà ricostruire il nostro Paese».

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