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Metalli affondati dal rischio di guerre commerciali

di Sissi Bellomo

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(AFP)


2' di lettura

Fino a poche settimane fa scambiavano a prezzi che non si vedevano da anni, ma per i metalli industriali la festa è finita. I venti di guerra commerciale che soffiano dagli Stati Uniti, uniti a segnali di debolezza della domanda cinese, hanno fermato il rally e imposto un’inversione di rotta al London Metal Exchange (Lme): il listino dei non ferrosi – che correva insieme all’economia globale e al sogno dell’auto elettrica – registra ora una perdita di oltre il 6% nel 2018. Quella appena conclusa è la quinta settimana consecutiva di ribasso, una serie negativa che non si verificava da novembre 2015.

L’alluminio, oggetto dei dazi di Donald Trump, è sceso ai minimi da tre mesi: 2.067 dollari per tonnellata nella seduta di ieri, mentre a dicembre sfiorava 2.300 $, al record da 5 anni.

La stessa traiettoria ha seguito anche il rame, barometro forse un po’ ammaccato, ma non ancora inutile dell’economia: volava al massimo triennale, sopra 7.300 $, a dicembre e ora punta verso quota 6.600 $, dopo aver rotto al ribasso (come del resto ha fatto anche l’alluminio) il supporto tecnico della media mobile degli ultimi 200 giorni.

Soffrono anche lo zinco, a lungo superstar delle materie prime, e il nickel: il primo è sceso sotto 3.200 $/tonnellata, il secondo è vicino a 13mila $. Entrambi i metalli sono impiegati soprattutto in siderurgia e anche l’acciaio è nel mirino di Trump. Ma in fondo poco importa, perché l’effetto dazi colpisce a pioggia: le guerre commerciali fanno male all’economia e se la crescita frena la domanda di materie prime non può che risentirne.

L’esenzione dai dazi – concessa non solo a Canada e Messico, ma anche a Unione europea, Brasile, Argentina e Australia – non rasserena i mercati, se non altro perché è provvisoria: solo fino al 1° maggio. Quello che accadrà in seguito non è chiaro e l’incertezza non invita il ritorno di scommesse rialziste su commodities tanto sensibili ai cicli economici.

E poi ovviamente c’è il capitolo Cina. Tra Washington e Pechino la guerra commerciale è davvero a un passo. Per il gigante asiatico non solo i dazi su acciaio e alluminio sono già entrati in vigore da ieri, ma si annunciano ulteriori tariffe. È già pronta anche una lista di ritorsioni cinesi (che per ora comunque non include la soia, vero tallone d’achille degli Usa).

Non solo. Tutto questo accade in un momento in cui la metallurgia cinese non se la passa al meglio. Nonostante i tagli di produzione imposti durante l’inverno come misura anti-smog, le scorte di acciaio e di alluminio si sono accumulate. E la domanda interna non è sta ripartendo come sperato con l’arrivo della primavera.

Le quotazioni dell’acciaio a Shanghai hanno perso il 15% in un mese e ieri sono crollate del 7%, il massimo consentito: una debacle mai vista dal 2009, quando ha debuttato il future. Anche i prezzi del minerale di ferro stanno venendo giù a picco, sia in borsa che sul mercato spot: ieri a Qingdao il benchmark è sceso sotto 65 $/tonn. Per il London Metal, sempre più influenzato dalla Cina, non sono segnali favorevoli.

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