la ricerca

Metalmeccanica, stipendi al palo

Dal 2015 comincia la fase critica: i profitti crescono solo del 40% i salari del 5%

di Barbara Ganz

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L'indagine mostra come questa ricchezza non sia stata usata per investimenti

Dal 2015 comincia la fase critica: i profitti crescono solo del 40% i salari del 5%


2' di lettura

Il conto della crisi si è scaricato su salari e stipendi, non sulla capacità delle imprese di generare ricchezza.

È il risultato al quale è giunta una ricerca effettuata da Fondazione Sabattini, fortemente voluta dalla Fiom del Veneto, che è partita per l’area di Milano, di Reggio Emilia e per il Veneto prima di espandersi in tutto il resto d’Italia.

Obiettivo è stato analizzare l’andamento dei salari e degli utili nelle imprese metalmeccaniche del Veneto con un numero di dipendenti pari o superiore a 50; sono stati esaminati i bilanci aziendali di imprese “attive”, iscritte alle Camere di commercio venete, di tutte le forme giuridiche possibili. L’andamento delle principali variabili è stato analizzato dal punto di vista del loro andamento nel tempo e del loro rapporto con il valore aggiunto.

In particolare si è considerato l'arco temporale che va dal 2015 al 2018, un periodo in cui è stato possibile osservare i cambiamenti che si sono registrati a cavallo del contratto nazionale del 2016, l'anno precedente e i tre anni successivi, per capire se le imprese venete avessero generato ricchezza e dove fosse andata.

I settori convolti sono quelli delle attività metallurgiche, la fabbricazione di prodotti in metalli (esclusi macchinari e attrezzature), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, la fabbricazione di apparecchiature elettriche, la fabbricazione di macchinari e apparecchiature nca, la fabbricazione di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, la fabbricazione di altri mezzi di trasporto, la riparazione e installazione di macchine e apparecchiature.

La fotografia mostra che le imprese venete sono in grado di generare ricchezza e che dal 2010 al 2018 gli utili sono cresciuti del 100% mentre i salari sono cresciuti solo del 37%. Se poi si guarda al periodo 2015/18, la crescita degli utili è stata di quasi il 40%, quella dei salari è stata di poco più del 5% e di conseguenza è cambiata l’incidenza sia degli utili che dei salari sul valore aggiunto, cioè sulla ricchezza generata dalle aziende.

L’indagine mostra anche come questa ricchezza non si stata neppure utilizzata per investimenti, ma sia stata prevalentemente assorbita dagli utili. Dati che - segnala Luca Trevisan della Fiom nazionale - entreranno nelle prossime dicussioni per il nuovo rinnovo del contratto: «L'indagine mostra una realtà che i lavoratori conoscono bene e che hanno provato sulla loro pelle: la crisi l'hanno pagata interamente loro - dice Antonio Silvestri, segretario Fiom Veneto - . Mentre i salari restavano fermi al palo, gli utili d'impresa crescevano. Il rischio è un modello di sviluppo veneto basato su bassi salari e scarsi investimenti, con il profitto unico riferimento ricercato perseguendo la via bassa della competitività, basata sullo sfruttamento e sulla precarietà».

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