climate change

Metano nell’atmosfera ai massimi: il responsabile è lo shale gas americano

di Jacopo Pasotti

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Reuters


3' di lettura

Nell’ultimo decennio gli scienziati hanno osservato un notevole aumento di metano nell'atmosfera, anche se gli studiosi erano divisi sulle possibili sorgenti di questo gas serra. Una nuova ricerca indica però nei giacimenti di shale-gas e shale-oil, principalmente negli Stati Uniti e in Canada, le origini di queste nuove emissioni.

È un mix complesso, quello dei gas che compongono l'atmosfera terrestre. Tra questi, il metano è un gas-serra fino a venti volte più potente della CO2, e ha un carattere enigmatico. È cresciuto per buona parte del 1900, per poi stabilizzarsi all'inizio di questo millennio. Dal 2008 le concentrazioni di metano hanno ripreso a crescere.

La ripresa non è passata inosservata ma ha lasciato a lungo perplessi gli esperti, indecisi sulle fonti delle nuove emissioni. C'è chi puntava il dito sulle pratiche agricole e sull'allevamento del bestiame, secondo altri poteva essere ricondotto agli incendi di foreste e torbiere o, infine, poteva essere l'aumento dell'impiego di combustibili fossili da parte dei Paesi asiatici.

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Secondo un nuovo studio condotto alla Cornell University, invece, la sorgente del metano in eccesso sarebbero i giacimenti di shale-gas e shale-oil, la cui produzione avviene in gran parte negli Stati Uniti e in Canada.
Lo sfruttamento degli idrocarburi nelle rocce scistose bituminose si è rivelato un serbatoio di riserva per gli Stati Uniti. Le cui riserve fossili erano agli sgoccioli.

La scoperta giunge proprio in un momento in cui il futuro climatico del Pianeta è sempre più a rischio. Uno degli obiettivi degli Accordi di Parigi (Cop 21) è di mantenere l’aumento delle temperature sul pianeta al di sotto di 2° C rispetto alla temperatura media preindustriale: alla luce di questo studio il ruolo del metano diventerebbe ancora più importante.

Infatti, «il clima risponde rapidamente ai cambiamenti nelle emissioni di metano», afferma Robert Howarth della Cornell University, autore della ricerca pubblicata sulla rivista Biogeosciences, spiegando che il metano contribuisce alla formazione di ozono a livello del suolo, con conseguenze negative per la salute e l'agricoltura: «Considerando questi effetti e i cambiamenti climatici legati al metano il costo sociale del gas è da 40 a 100 volte maggiore di quello per la CO2». Complessivamente l'aumento delle emissioni da combustibili fossili estratti da scisti è di 12 milioni di tonnellate all'anno, due terzi dell'aumento totale dovuto ai combustibili fossili.

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Lo studio è stato compiuto analizzando alcuni isotopi del carbonio, atomo contenuto nella molecola del metano. Il contenuto di isotopi è una sorta di impronta digitale chimica che varia a seconda delle sorgenti (origini biologiche o fossili), nel tempo, ed è riconoscibile dagli studiosi. Nell'ultimo ventennio l'impronta di questo gas è cambiata e secondo gli studi condotti da Howarth non c'è dubbio: il metano che recentemente è entrato nella atmosfera ha una impronta che indica gli shale-oil e shale-gas come fonti più probabili. «Considerando l'intero ciclo di vita del gas, dalla estrazione all'impiego finale, tra il 3,5% al 4% della produzione viene emesso nell'atmosfera», spiega Howarth.

Il gas verrebbe emesso in forma di perdite durante varie fasi operative, per esempio durante le attività di fracking (fratturazione delle rocce per estrarre gli idrocarburi), o durante la manutenzione dei gasodotti.
Nel complesso discorso sul clima l'attenzione torna dunque sui Paesi che maggiormente sfruttano questa risorsa. Le loro decisioni in materia di mitigazione avranno un impatto globale. Circa i due terzi della produzione di gas nell'ultimo decennio derivano da gas di scisto negli Stati Uniti e in Canada.

Su queste basi modificare i processi di estrazione o pensare perfino di ridurre le estrazioni potrebbero offrire una opportunità per rallentare il riscaldamento globale.

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