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Metodo Falcone, il maxiprocesso condanna a vita il gotha della mafia e a morte il giudice

Nella quarta puntata del podcast, le testimonianze del generale della Gdf Ignazio Gibilaro e degli ex ex pm Giuliano Turone e Antonio Ingroia

di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi

Falcone, quando gli scettici canzonavano il pool

4' di lettura

Il maxiprocesso è il traguardo più alto importante del lavoro di Giovanni Falcone e del pool antimafia di Palermo, uno spartiacque nella lotta alle cosche proprio grazie alle indagini bancarie, come riconoscerà il Tribunale di Palermo a pagina 4.265 della sentenza di primo grado: «Oltre alle predette operazioni bancarie, che costituiscono i più significativi riscontri delle dichiarazioni accusatorie di Buscetta Tommaso…».

La quarta puntata del podcast «Il Metodo Falcone» – disponibile da oggi sul sito del Sole 24 Ore, Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music e tutte le piattaforme digitali audio – racconta la storia del maxiprocesso attraverso le testimonianze e i ricordi degli ex magistrati Giuliano Turone e Antonio Ingroia e del generale della Guardia di Finanza Ignazio Gibilaro, tra i più stretti collaboratori del giudice istruttore ucciso da Cosa Nostra.

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Il processo, istruito da Falcone e Paolo Borsellino, si fondava su un'ordinanza di rinvio a giudizio di circa ottomila pagine (che crebbero poi, nei vari gradi del giudizio, ad oltre un milione), firmata da Antonino Caponnetto, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo.

Per la prima volta in un'aula di giustizia compaiono il gotha di Cosa nostra e decine di estortori e uomini d'onore. Grazie alle rivelazioni dei pentiti Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, del narcotrafficante cinese Koh Bak Kim, alle dichiarazioni postume di Leonardo Vitale e alle meticolose indagini del pool si riesce a ricostruire l'organigramma mafioso, si svelano traffici illeciti e si individuano i responsabili di 120 omicidi.

Il 9 novembre 1985 il pool antimafia termina le indagini preliminari. L'ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio di circa ottomila pagine firmata dal capo dell'ufficio istruzione di Palermo Antonino Caponnetto e scritta da Falcone e Borsellino nell'isola sarda dell'Asinara, dove entrambi erano stati trasferiti con le famiglie per motivi di sicurezza, porta il nome di «Abbate Giovanni + 706». Gli indagati sono infatti 707 e in 476 vengono rinviati a giudizio (475 alla prima udienza, scesi a 460 dopo lo stralcio di alcune posizioni).

Alla sbarra nomi eccellenti di Cosa nostra come Luciano Leggio, il cassiere della mafia Pippo Calò, Salvatore Montalto, Michele Greco, arrestato a processo in corso. Contumaci Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, mentre Tano Badalamenti, il boss di Cinisi, detenuto negli Stati Uniti, viene giudicato in contumacia.

La prima udienza viene celebrata il 14 febbraio del 1986. Ne seguiranno 348, decine di interrogatori e lo storico confronto tra Tommaso Buscetta e Pippo Calò. Calò ne esce decisamente sconfitto, tanto che altri mafiosi che avevano chiesto il faccia a faccia col pentito ci ripensano.

Nell'astronave verde vanno in scena proteste dalle gabbie, finti malori, le urla di mogli e figlie dei boss, testimonianze drammatiche: come quella Vita Rugnetta, la donna a cui la mafia aveva ucciso il figlio, che sfida i boss nelle gabbie esibendo in aula la foto del ragazzo assassinato.

I pubblici ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino cominciano la loro requisitoria il 22 aprile del 1987. Un j'accuse lungo 12 giorni che si conclude con la richiesta di 28 ergastoli, 5.000 anni di carcere, 24 miliardi di lire di multa e 45 assoluzioni. Poi è la volta delle parti civili e degli avvocati degli imputati. In tutto le arringhe sono 635. L'11 novembre 1987, la Corte d'assise si ritira in camera di consiglio. Michele Greco «il papa» prende la parola prima che i giudici escano dall'aula e rivolge un sinistro augurio al presidente Giordano: «Le auguro la pace».

Per 35 giorni i giudici, totalmente isolati dal mondo, lavorano al verdetto. Il 16 dicembre 1987 il presidente Alfonso Giordano legge il dispositivo. Impiega un'ora e mezza per completare le 54 pagine con i nomi e le pene inflitte ai 346 condannati, 74 dei quali processati in contumacia. Diciannove ergastoli, 2.665 anni di carcere e multe per 11,5 miliardi di lire. Gli assolti sono 141. Alla lettura del dispositivo in aula erano presenti oltre duecento imputati, che ascoltarono sgomenti le decisioni della Corte.

Il processo d'appello prende il via il 22 febbraio del 1989 e si conclude il 10 novembre del 1990, giorno in cui la Corte d'assise d'appello entra in camera di consiglio. Alle dichiarazioni di Buscetta e Contorno si aggiungono quelle di nuovi pentiti come il catanese Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia e Giuseppe Pellegriti. La sentenza, pronunciata dal presidente Vincenzo Palmegiano il 10 dicembre 1990, ridimensiona molto il verdetto di primo grado. Gli ergastoli passano da 19 a 12, le pene detentive vengono ridotte di oltre un terzo, scendendo a 1.576 anni di reclusione, 86 i nuovi assolti.

Per la mafia è l'ultima chance. I magistrati temono che il processo finisca alla prima sezione della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, fine giurista, autore di numerosi annullamenti eclatanti, definito da molti «l'ammazzasentenze». Giovanni Falcone che nel frattempo si è trasferito a Roma al ministero di Grazia e Giustizia, sulla scia delle pronunce di Carnevale avvia uno screening sui suoi verdetti. Per evitare polemiche, il primo presidente della Cassazione impone il criterio della rotazione nell'assegnazione del processo e a presiedere la corte va il giudice Arnaldo Valente.

Il 30 gennaio del 1992 i giudici romani confermano le condanne e annullano gran parte delle assoluzioni decise in appello.Reggono i principi dell'unitarietà di Cosa nostra e della sua struttura verticistica. La quasi totalità delle pesanti condanne pronunciate in primo grado viene confermata e diventa definitiva. È la fine del mito dell'impunibilità della mafia siciliana.


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