Mercato dell arte

Metro Pictures chiude i battenti, Cindy Sherman firma con Hauser & Wirth

La storica galleria newyorkese lascia a piedi 27 artisti ora in cerca di operatori. La fotografa performativa statunitense già da questo mese comincia a lavorare con i galleristi svizzeri

di Gabriele Biglia

4' di lettura

La crisi economica generata dalla pandemia non sta risparmiando nessuno. Anche la storica galleria d'arte contemporanea newyorkese Metro Pictures , fondata da Janelle Reiring ed Helene Winer 40 anni fa, è stata costretta dal bilancio negativo dell'ultimo anno, ad annunciare la chiusura dei battenti alla fine del 2021.
La notizia è stata anticipata con ampio preavviso dai titolari per dare ai 27 artisti attualmente rappresentati il tempo di stingere nuovi accordi commerciali e “vagliare altre opzioni e prendere parte alle loro transizioni” dopo “un anno impegnativo di programmazione dettata dalla pandemia” e dalla presa di coscienza “dell'arrivo anticipato di un mondo artistico molto diverso. Siamo estremamente grati a tutti i brillanti artisti con cui abbiamo lavorato negli ultimi 40 anni e al nostro eccellente staff, che ha sostenuto la galleria e il suo programma. Vorremmo anche ringraziare tutti i critici, i curatori, i collezionisti e gli altri operatori con cui abbiamo lavorato negli anni.” Una dichiarazione che è bastata a scatenare scompiglio e sconforto nel mondo dell'arte.

In campo le mega gallerie

Intanto Hauser & Wirth ha già blindato un accordo con la più grande delle star trattate dalla galleria, Cindy Sherman (Glen Ridge, New Jersey, 1954 ), che inizierà la sua collaborazione a partire da questo mese. La fotografa performativa statunitense, celebre per i suoi autoritratti in costume, è stata la punta di diamante della Metro Pictures che l'ha promossa sin dal suo esordio. Un boccone ghiotto per la potente H&W fondata nel 1992 a Zurich, gestita dai coniugi Iwan Wirth, Manuela Wirth, da Ursula Hauser e ora anche dal presidente Marc Payot, che oggi conta sedi sparse a London, New York, Somerset, Los Angeles, Hong Kong e Gstaad. “Siamo entusiasti di presentare il lavoro dell'artista a un pubblico sempre più ampio e alle nuove generazioni in tutto il mondo” ha annunciato Payot .

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Ora bisogna capire chi rappresenterà gli altri artisti di punta della galleria americana come il tedesco Martin Kippenberger che nel 2008 fece infuriare la Chiesa esponendo la “rana crocifissa” al Museion di Bolzano, le cui tele hanno raggiunto i 16 milioni di euro in asta; o Robert Longo e Jim Shaw, sebbene meno quotati della Sherman. D'altronde è normale che l' annuncio abbia creato agitazione tra i galleristi. La Metro Pictures ha sostenuto negli ultimi 40 anni nomi illustri del contemporaneo, essendo stata una delle gallerie d'arte contemporanea tra le più prestigiose di New York sin dal 1980 quando aprì i suoi spazi in Mercer Street, al limite estremo di Soho, promuovendo artisti cult di Downtown come Jack Goldstein, Robert Longo, Richard Price, oltre, naturalmente, alla Sherman.

Fondata da Helene Winer, direttrice di Artists Space, e Janelle Reiring, dipendente della Leo Castelli Gallery, ha curato nel tempo le esposizioni di Martin Kippenberger, René Daniëls, Louise Lawler, Gary Simmons, John Miller, Sherrie Levine, Jack Goldstein, James Welling. Alcuni di questi nomi avevano già collaborato con L'Artist Space ai tempi della Winer . Nel 1997, la galleria si trasferì a Chelsea, quartiere a sud-ovest di Manhattan, cuore dell'arte contemporanea, dove oggi si concentrano le più importanti gallerie, da David Zwirner alla Lisson e Pace Gallery.

La storia di Cindy

Cindy Sherman ha fortemente influenzato molti artisti suoi contemporanei e delle generazioni successive. Lo scorso anno la Metro Pictures aveva dedicato all'artista una mostra Online wiewing room per presentare nuovi dieci autoritratti, in cui la fotografa veste i panni di una serie di personaggi androgini, portando ancora più a fondo la sua ricerca sulla costruzione dell'identità e sulla natura della rappresentazione. Anche se dal novembre 2014, anno del suo record d'asta (5.436.687 euro per la stampa in bianco e nero a tiratura limitata della serie “Untitled Film Stills” del 1977), il fatturato in asta è sceso dai 14,4 milioni di euro ,con 84 lotti aggiudicati, ai 905.093 euro del 2020 (56 lotti venduti e il 26,3 % di invenduto), Cindy Sherman rimane una delle artiste più vendute di tutti i tempi, la più contesa dalle gallerie e dai collezionisti internazionali, con più di 2.300 lavori passati sotto il martello di cui 18 venduti sopra il milione di dollari. In termini di investimento le sue opere dal 2000 ad oggi hanno perso il 15 % di valore in asta, secondo gli indici di artprice. L'artista, salita alla ribalta per la prima volta negli anni '70 a New York dopo aver studiato al Buffalo State College di New York con una specializzazione sulla fotografia, fin dall'inizio, ha sperimentato gli stereotipi femminili, ponendosi come soggetto centrale, e per lo più unico, dei suoi scatti. Con un approccio alla fotografia con attitudine performativa, i suoi ritratti, in cui mette in scena se stessa, incarnando vari personaggi, pongono un quesito, mai così attuale, sull'identità. Recentemente la Fondation Louis Vuitton ha ospitato la più ampia mostra a lei dedicata dopo la personale che si è tenuta nel 2006 al Jeu de Paume . L'esposizione “Cindy Sherman at Fondation Louis Vuitton”, aveva riunito 170 opere dell'artista prodotte tra il 1975 e il 2020 ripercorrendo quasi cinquant'anni di carriera di questa imprevedibile, camaleontica artista, dagli “Untitled Film Stills” (1977-1980), ai “Pink Robes & Color Studies” degli anni '80; dagli “History Portraits” ai “Clowns e Society Portraits”. Anche il MoMA di New York nel 2012 le dedicò una importante retrospettiva esponendo oltre 170 sue opere.Oggi, ad un anno dalla crisi pandemica che ha fatto vacillare il sistema dell'arte, oltre a domandarci quali tra le gallerie più famose si aggiudicheranno gli artisti orfani della Metro Pictures, bisogna chiedersi quale sarà il futuro prossimo delle gallerie più giovani e meno attrezzate, sperando che non siano anch'esse costrette a chiudere i battenti.

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